Sogno o son desto?

“Mi trovavo in una tipografia illuminata da una luce bianca ed intensa”. Osservo la bianca con la volta del soffitto. La linea comincia ad ondulare, come se fosse un serpente, un’onda, scintillante con i riflessi della bianca luce.

Il movimento ondulatorio verso l’alto, sempre più intenso, fa sì che qualcosa di incandescente spicchi un salto verso il pavimento. Provo un’intensa emozione:sembra un incrocio tra un montone ed una capra, con riccioli di lana che gli ricoprono la testa. Il muso marrone e gli occhi fissi evocano una sfinge.

Gli rifilo un calcione nel basso ventre. Sento il rumore dell’urto, ma ancor di più l’impatto con la carne dell’animale, ovattato dai riccioli di lana.

Osservo il piede con cui ho calciato e vedo che la scarpa si è impolverata con il bianco della tinta della parete. Di quell’impatto conservo un ricordo intenso e caldo.

 Alla mente si è imposto un impatto di cui conservo solo un’immagine:

ruzzolavo sotto un filobus. Avevo circa tre anni e la memoria dei fatti è tutta ricostruzione, presuppongo di mia madre, che ne era testimone.

Mia madre usava prendere il filobus per andare al mercato. Negli anni cinquanta i ritmi erano più lenti e, in una piccola città, ci si conosceva un po’ tutti. Il conducente del mezzo aspettava che mia madre scendesse per accompagnarmi all’asilo, a pochi metri di distanza da una fermata. Poi lei risaliva sul mezzo  e proseguiva per il mercato. Gli altri viaggiatori non protestavano, perché a quel tempo la pratica era diffusa e condivisa.

Una di quelle “solite” mattine accadde qualcosa di imprevisto. Evidentemente non entrai nell’asilo, ma rincorsi mia madre che tornava verso il filobus.

Attraversando di corsa la strada, fui investito da una Vespa. Di qui l’impatto e l’immagine del mio ruzzolare sotto il filobus, che molto probabilmente era ancora fermo. Ero io che ruzzolavo, dopo l’impatto con la Vespa, sotto il mezzo e non il filobus che mi investiva.

L’impatto con il sogno  è stato intenso e ne sono stato intensamente permeato. Anche se mi si è proposto come sogno, mi riesce difficile pensarlo come tale, perché il turbamento dell’incandescenza delle sensazioni ha permeato il mio vissuto cosciente. Se non avessi modo di riconoscergli lo statuto onirico, sarei psicotico. Questo mi avvicina alla psicosi, dove tale distanziamento e differenziazione di coscienza vengono meno. Era stato come incontrare un UFO, un alieno; avrei potuto sì immaginare di incontrarlo, ma non avrei potuto sapere cosa avrei provato incontrandolo. Era come intercettare un’onda sonora destinata ad un’altra lunghezza, un’onda che il mio orecchio non era predisposto a registrare.

Mi si  potrebbe proporre l’ipotesi che, vista l’intensità e l’irruenza delle immagini, possa aver avuto un incubo. Ma per l’esperienza e l’idea che ne ho, devo rispondere di no. No, non era un incubo.

La sensazione che prevale è quella dell’intercettazione. L’aver intercettato qualcosa che si svolge in me e che contemporaneamente turba e attrae la mia mente. Il sogno sembra svolgere la funzione di navicella spaziale.

Solo che il sogno ha assunto in me i caratteri di uno stato di incoscienza, che turba quella che, penso, sia la mia coscienza e la consapevolezza che ho di me.

Come porsi?

Sono passati circa tre anni dalla comparsa di questo sogno  e continuo ancora a chiedermi udienza. Il fatto che oggi ne stia scrivendo pubblicamente implica che esso ha assunto un valore che mi trascende, di natura più squisitamente scientifica. Potrei considerarlo una meteora del mio firmamento psichico, che ha assunto un carattere di coscienza a sé stante, che non necessita di un pensatore!

Forse un collega archetipico proporrebbe questa ipotesi? Aspetterò una loro risposta. Accompagnandomi con i miei riferimenti teorici, con tutti i limiti che essi mi impongono, sono portato a formulare un’ipotesi.

Se concepiamo l’Io non come un Ente monolitico e coeso, bensì come un’istanza psichica che si configura come un arcipelago, l’Io ci si proporrà con alture, avvallamenti e parti sommerse e si configurerà in modo diverso nei vari momenti della giornata, in relazione all’alta e bassa marea.

La configurazione Egoica proposta può predisporci ad accogliere nella coscienza ciò che nella bassa marea tende ad emergere sopra il pelo dell’acqua.

Ma questo modello dovrebbe riguardare un rapporto quasi quotidiano, se non addirittura routinario, con noi stessi; un lavorìo continuo per rendere dicibili le nostre sensazioni ed emozioni.

Lo stato di coscienza proposto, invece, tende quasi a sovrapporsi a quello abituale e rappresenta una irruzione che rompe quegli schemi che tendono a creare un sistema-coscienza, come se la bassa marea si livellasse al fondale del mare.

Sembra irrompere, con l’immagine del sogno, una fisicità rimasta incagliata nel fondale, alla ricerca di una sua dicidibilità e rappresentabilità.

Non ho alcuna intenzione di interpretare il sogno, perché non è questo il fine per cui l’ho proposto, ma vorrei cogliere in esso quegli elementi significativi utili a supportare la mia ipotesi. Mi riferisco in particolare a quel caldo ed intenso impatto con la carne del ventre dell’animale, che lascia sulla mia scarpa la polvere bianca della tinta della parete.

Le sensazioni condensate in quest’immagine sembrano suggerire l’esistenza (ed è questa l’ipotesi) di un’”isola fisica sensoriale” rimasta emotivamente incolore in me, come la polvere bianca sulla mia scarpa. Ma se accettiamo l’idea di configurazione Egoica proposta,  ”isola fisica sensoriale” è sempre parte dell’arcipelago e non un’entità scissa.

L’impatto dell’incidente sembra aver cristallizzato ed impresso nel corpo ciò che poteva svolgersi nell’animo di un bambino, visto che a quel periodo corrispondeva la nascita di un fratello. Come se quell’incidente avesse avuto la funzione di “tappo” dello svolgersi dello psichismo, contribuendo a rendere incolori le emozioni vissute nei confronti del ventre materno.

Nel proporre questa ipotesi, voglio sostenere che noi possiamo esprimere gli accadimenti fisici  e psichici attraverso vari registri di linguaggio (Corporeo, psicotico, delirante, paranoico, ecc.,ecc.,). Essi possono condensarsi in uno stato di coscienza che possiamo vivere, ad un primo impatto, come “alieno” o sovrapponentesi a quella che noi riteniamo la coscienza che abbiamo di noi stessi.

Ma, in ultima istanza, questo stato di coscienza può essere vissuto solo se sedimentato in qualche parte del nostro universo somato-psichico.

A tal proposito penso sia sempre utile ricordare e ricordarmi il principio secondo il quale”nulla si crea e nulla si distrugge”. Per cui penso che siamo destinati, fino alla fine dei nostri giorni, a doverci confrontare, contenendo tutto il turbamento che suscita in noi, con tutto ciò che di filogenetico o di ontogenetico si propone, a volte violentemente, alla nostra attenzione.

BIBLIOGRAFIA

BION W.B. (1979) – Trasformazioni. Roma: Armando

FERRARI B. (1992)- L’eclisse del corpo. Roma: Borla

FERRARI B. (1998) – L’alba del pensiero. Roma: Borla FREUD S. (1992) – Lio e l’es. Torino: Boringhieri

N.B. Articolo scritto e pubblicato nel maggio del 2000.

Primo, non curare chi è normale: contro l’invenzione delle malattie

Testo amarissimo quello di Frances nel quale non risparmia nessuno, nemmeno sé stesso. L’autore infatti fa una critica dell’intero sistema diagnostico e terapeutico della salute mentale. Egli è stato a capo della task force dell’American Psychiatric Asssociation che ha redatto il DSM 4, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali quindi parla da persona competente e informata di tutte le dinamiche e interessi che gravitano intorno a quel settore della medicina. Proprio il DSM 4, che sicuramente lo ha reso celebre a livello mondiale soprattutto tra gli operatori del settore, è oggetto di una critica lucida e a tratti spietata che evidenzia come si siano distorti concetti e scopi di un manuale diagnostico per “piazzare” diagnosi e relative cure. Frances spiega dettagliatamente le ragioni e l’iter professionale e scientifico che hanno portato alla quarta edizione del più noto testo di diagnostica psichiatrica. Egli parla delle influenze, delle pressioni che egli ed i suoi collaboratori hanno subito durante il lavoro e soprattutto descrive l’uso distorto che in seguito se n’è fatto. Questo ha avuto conseguenze negative sia a livello scientifico che clinico. L’autore infatti parla di inflazione diagnostica per indicare quel fenomeno secondo cui la stragrande maggioranza delle persone hanno, in un certo grado, un disturbo mentale da curare. Il libro parte con una lunga riflessione sul concetto di normalità e sul suo progressivo restringimento, tale da non esser più applicato ad alcun essere umano. Tendenza pericolosa perché se a livello esistenziale essere considerati “anormali” può anche essere ragione di vanto, di anticonformismo e di originalità, a livello sanitario può comportare non pochi problemi, andando ad alimentare quel fenomeno, estremamente rilevante negli ultimi decenni a ancor più presente con la 5 edizione del DSM, che è appunto l’inflazione diagnostica. Non mancano gli excursus storici rispetto alla figura del guaritore e una disamina delle “mode” diagnostiche, di quelle patologie cioè chehanno avuto grande clamore per un certo periodo storico e che poi sono finite nel dimenticatoio. L’autore infatti ci porta in un viaggio nel tempo, sintetico ma ben documentato, sul ruolo svolto dai vari operatore della salute mentale nel corso dei secoli e sulle varie “etichette” che sono state maggiormente utilizzate per descrivere coloro che erano fuori norma. In tempi odierni, quelle che maggiormente ritiene “abusate” sono tre: la sindrome da disattenzione ed iperattività, il disturbo bipolare e l’autismo. Il trade union tra queste è la grande e pervasiva campagna di marketing che le aziende farmaceutiche hanno promosso per poter vendere i loro farmaci. Se quest’opera fosse andata in stampa in questo periodo (2022 n.d.a.) sarebbe stata tacciata di antiscientismo e complottismo. Fances infatti descrive l’uso distorto della classificazione nosografica fatta da medici e psichiatri dalla “diagnosi facile” e parla delle pressioni subite affinché fossero sempre più ristrette le maglie della normalità, in modo da includere il maggior numero possibile di potenziali pazienti e quindi clienti. Chiama in causa senza mezzi termini le grandi aziende farmaceutiche, riportando ricerche e dati sulle prescrizioni facili di farmaci psicotropi e indicando puntualmente i più pubblicizzati. Egli usa termini quali “folle” e “vergognoso” per descrivere il comportamento di Big Pharma riferendosi all’uso smodato di antipsicotici quali Seroquel e Abilify negli Stati Uniti. Farmaci a suo dire nella stragrande maggioranza dei casi prescritti a gente che non ha bisogno ma che vengono spinti da campagne di marketing aggressive e al limite della legalità. Non risparmia infine nemmeno la critica del DSM 5, edizione successiva alla propria del famoso manuale diagnostico. Lo definisce delirante perché, a suo dire, per come è impostato non fa altro che esacerbare i fenomeni testé descritti oltre ad aumentare il numero di patologie. Nell’ultima parte del libro lo psichiatra americano mette da parte il suo approccio “destruens” e cerca di fare delle proposte per arginare e porre rimedio a questi fenomeni. Le indicazioni sono molto precise e riguardano soprattutto la limitazione del potere, economico, di marketing, persuasivo e “di relazione” delle case farmaceutiche. Il libro si conclude con una carrellata di storie di pazienti, alcune a lieto fine altre invece con esiti negativi e che hanno segnato l’intera vita di quelle persone. Casi che fanno pensare quanto una pratica medica possa al contempo risultare utile e distruttiva se non applicata con giudizio, prudenza e sapienza. Probabilmente quelli di Frances resteranno solo buoni auspici ma l’obiettivo di stimolare una riflessione critica in tutti coloro che leggeranno il suo testo è, a mio avviso, pienamente riuscito.

Espiazione

Correvo come un pazzo per lo stradone affollato. Macchine, persone, mi sembravano tutte immobili mentre sentivo sfiorare i talloni vicino al culo. Vedevo tutto sfocato, le lacrime sgorgavano fuori come torrenti gonfi tra le ripe di un canyon e mi solcavano il viso lasciando tracce profonde non solo epidermiche. Le mani mi si paravano innanzi come fruste nervose e il respiro era talmente corto che mi sembrava assente. Correvo lontano, lontano da lì. La rabbia aveva lasciato il posto alla paura, allo sgomento, repentinamente. Me la stavo facendo sotto, letteralmente. O meglio, me l’ero fatta sotto. Sentivo calore provenire dalle mutande ma non distinguevo se fosse piscio o merda; o entrambi. Non mi voltai nemmeno una volta fino a quando non vidi un paio di anfibi vicino al mio viso sporco, lacrimante, lacerato dalla caduta rovinosa sull’asfalto bollente. Probabilmente avrei corso all’infinito se non fossi “inciampato”. L’uomo mi sollevò prendendomi dalla cintura che si strinse forte al ventre e mi provocò dei conati di vomito che riuscii a stento a trattenere. Mi mise supino, spalle a terra, gambe larghe e braccia incrociate dietro la testa; il fiato corto, il sudore e il brutto schianto al suolo mi avevano talmente rintronato che sentivo un fischio costante nelle orecchie. Avevo dolori dappertutto e non riuscivo a vedere la grande figura che mi sovrastava perché accecato dalla forte luce di quel tardo mattino. Ne sentivo la voce, senza distinguere il significato delle parole che mi stava urlando contro. Un dolore più forte mi fece chinare il capo sulla destra, in basso, verso la gamba: vidi un fiotto di sangue uscire altezza del ginocchio. Mi spaventai. Poi sentii il freddo delle manette chiudersi intorno ai miei polsi. Svenni.

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L’invidia comincia nei sogni (forse)

 di Laura Grignoli

Il Re: “Ho notato che molti dei miei sudditi mi guardano con odio. E forse che li odio, io?”.

Lei: “Dev’essere solo invidia”. 

Il Re: “E nemmeno li invidio, io”

(il Mago Wiz nelle strisce di Brant Parker e Johnny Hart)

Difficile scrivere su un’emozione. Dovrei essere capace di tradurre in linguaggio della ragione quello che si esprime in un alfabeto corporeo, nonostante e/o malgrado noi. Ci provo e mi imbatto subito nel problema:  affidarsi alle certezze delle risposte già date o all’inquietudine delle domande a cui certamente non saprei rispondere? Gli esploratori dell’anima, così potrei ritenere la sfida di essere  psicoterapeuti, si muovono sempre su un terreno contraddittorio dove ogni dimensione del territorio esplorato è ambigua e ogni certezza è provvisoria.

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Uno sguardo dal di fuori

di Claudio Merini

Il vero contatto fra gli esseri si stabilisce solo con la presenza muta, con l’apparente non-comunicazione con lo scambio misterioso e senza parole che assomiglia alla preghiera interiore.

(Emil Cioran)

Oggi non si vede ancora nessuno. Strano. Lui passeggia avanti e indietro come fa di solito quando è in attesa. È abbastanza infastidito dai ritardi. La sua origine nordica si fa ancora sentire. Ecco, lo sapevo, ha preso le palline da giocoleria e prova la cascata col passaggio esterno, quella che gli riesce meno bene. Non credo che i pazienti se lo immaginino in questa veste. Gli viene un’aria da ragazzino quando fa volare in aria le palline, a dispetto delle giunture arrugginite. Ha imparato due anni fa. All’inizio occupava tutti gli intervalli tra un paziente e l’altro per arrivare a padroneggiare le prime figure. Si vede che patisce la sedentarietà del suo lavoro e magari rimpiange di non aver fatto una carriera circense. Oggi non è in grande forma: i movimenti non sono abbastanza sciolti e le palline finiscono spesso a terra. Ormai lo conosco bene, sono più di quindici anni che lo osservo con la stessa attenzione con cui lui osserva me. Io invece sono tutto bagnato e mi sento rivitalizzato. Questa è una stagione florida per me, dopo l’aridità estenuante dell’estate. Le piante tornano a produrre foglie e fiori, come in una seconda lieve primavera, l’odore della terra umida mi pervade e i colori del mio vestito si fanno più intensi sotto la luce moderata del sole. Quanto diventa più facile la vita vegetale col calare delle temperature, prima del lungo riposo invernale! Queste estati sempre più calde sono estenuanti. Tutti i miei ospiti soffrono, si stingono, si prosciugano. E gli uomini e le donne che vengono qui, anche loro, si vede, sono messi a dura prova.

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Dall’impasse all’O-nirico e viceversa

di Donatello Giannino

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Il colore è un mezzo per esercitare sull’anima
un’influenza diretta.
Il colore è un tasto,
l’occhio il martelletto che lo colpisce,
l’anima lo strumento dalle mille corde.

(Kandinskij)

Queste le parole che il pittore Vasilij V.Kandinskijha usato per dare una definizione ai colori, colori che usava o meglio che ascoltava chiacchierare mentre li mescolava, come un abile cuoco mentre mescola i suoi ingredienti.

I colori, potenti come un suono melodioso delle note di una composizione musicale, o leggere parole di versi di una poesia, sono capaci di arrivare dritti all’anima.

Per ogni colore il pittore attribuisce una tempera sensoriale ed emotiva che si genera in chi li osserva.

Kandinskij suddivide la sua opera astratta in tre categorie: impressioni, improvvisazioni e composizioni.
Curiosa questa suddivisione se si pensa al fatto che per poter arrivare a sentire una emozione si deve passare per la sensazione, una improvvisa intuizione di ciò che sta avvenendo e il suo riconoscimento, tale per cui si può rendere armonico, si può comporre quel chiacchiericcio di colori che sono giunti all’anima.

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Il silenzio del bianco

di Laura Grignoli

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Il bianco, che si ritiene spesso un non-colore, appare come simbolo di un mondo da cui tutti i colori, in quanto proprietà materiali e sostanze, sarebbero spariti. Questo mondo è talmente al di sopra di noi che non ce ne perviene nessun suono. Ne arriva un grande silenzio che ci appare rappresentato materialmente come un muro freddo all’infinito, insuperabile, indistruttibile. È perché il bianco agisce ugualmente su di noi, sulla nostra psiche, come un grande silenzio assoluto per noi. Riassume interiormente come un non-suono, che corrisponde sensibilmente a certi silenzi in musica; quei silenzi non fanno che interrompere momentaneamente lo sviluppo di una frase, senza marcarne il compimento definitivo. È un silenzio che non è morte, ma pieno di possibilità. Il bianco suona come un silenzio che potrebbe essere immediatamente compreso. È un nulla che è giovane o, più esattamente, un niente prima della nascita, prima dell’inizio. Aggiungerei piuttosto prima del ricominciare. (Dello spirituale nell’arte, W.Kandinsky)

Al Caffè del Silenzio i vetri sono doppi e tutti stanno seduti da soli o in due, lo impone la regola. La regola del Caffè del Silenzio è il silenzio. È un voto obbligatorio anche per le coppie. Non ci sono dolci e la musica è sotto la soglia dell’udibile, immaginaria. Ci vanno tutte le teste riscaldate dal dolore e dalla tristezza che con le parole non ce la fanno più. Dicono che vanno al Silenzio e incominciano a tacere sin  da casa. Il sangue, al Silenzio, ritorna al suo posto e riprende la giusta direzione. (G.Todde)

In questo caffè mi rifugio quando la compagnia è troppa. Quando i pensieri fanno troppo rumore. Ognuno ha il suo Caffè del Silenzio.

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La mia casa

di Sandra Granchelli

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Mi sento di vetro.

Come fossi di vetro…

Come di vetro…

Ecco, così, così mi piace di più, forse.

Mi sento come di vetro…

Forse però l’ha già scritto qualcun altro.

Sono di vetro.

Sono vetro.

Forse dovrei trovare una soluzione diversa, altra metafora, altra similitudine o quel che è.

Nei corsi di scrittura creativa ti consigliano di non scegliere materiale linguistico già preconfezionato ma di creare immagini nuove.

Sono di vetro…

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Fragile come la bellezza

di Claudio Merini.

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Bellezza, l’ultima vittoria possibile dell’uomo che non ha più speranza

(Milan Kundera, L’arte del romanzo)

Elena arriva puntuale, come suo solito. Appoggia la borsa di stoffa e un giubbino variopinto sulla poltrona. Sta per sdraiarsi sul lettino quando si blocca, guarda verso il carrello su cui è poggiato un vaso con un mazzo di gerbere. Sembra indecisa. Infine si stende sul lettino.

  • Dottore, scusi, posso fare una cosa?
  • Cosa?
  • È più forte di me. Non sono un’esperta di ikebana ma quei fiori… potrebbero essere molto più belli da vedere.
  • I fiori?
  • Sì, le sue gerbere.
  • Cosa hanno di particolare?
  • Scusi se mi permetto, ma sono disposte male. Posso aggiustarle?
  • Se non lo facesse?
  • Mi sentirei inquieta.
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Il modello transteorico e l’importanza del tempo in psicoterapia

il tempo in psicoterapia

Il tempo per cambiare

La questione tempo è tanto fondamentale in un lavoro psicoterapeutico quanto troppo spesso ignorata. Ognuno di noi ha i suoi ritmi peculiari, a partire da quelli biologici, i suoi tempi di apprendimento e le sue modalità, più o meno rapide, di affrontare i cambiamenti. Se abbiamo convenzionalmente accettato di misurare il tempo della scienza, per dirla con Bergson, in ore, minuti e secondi, non abbiamo invece le medesime convenzioni per quello della coscienza, e da psicologo direi anche dell’inconscio. In una psicoterapia efficace centrata sulla persona, le  caratteristiche del paziente sono quelle che informano e guidano l’intervento e per questo motivo non si può non tener conto, non solo delle dimensioni temporali testé citate, ma anche e soprattutto del punto di partenza: dello stadio di preparazione al cambiamento in cui si trova la persona che chiede una consulenza. Questa considerazione è, a mio parere, fondamentale perché è una di quelle che permette di calibrare in maniera ottimale il piano di trattamento e di conseguenza gli obiettivi, le strategie e le tecniche terapeutiche. In un approccio personalizzato non saper riconoscere il livello di prontezza e di preparazione al cambiamento del paziente, non sapersi sintonizzare sulla sua stessa lunghezza d’onda, porta a quel fenomeno troppo spesso erroneamente attribuito alla personalità del soggetto: la resistenza. Essa può inficiare la relazione terapeutica e anche porre fine alla stessa quando non riconosciuta ed elaborata. Concepire i fenomeni di resistenza come co-causati da terapeuta e paziente invece, aiuta ad affrontarli con i mezzi che la nostra parte di responsabilità ci attribuisce. E la resistenza talvolta è dovuta a manovre terapeutiche affrettate e/o tardive che appunto non seguono i tempi del paziente, a volte anticipandoli e a volte ritardandoli.

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