“Siate la valanga che sale!”

di Valentina Pieramico

Sono nella piazza principale della città, un grande rettangolo austero. Cammino fiancheggiata da tigli e platani che gettano la loro ombra sulle panchine. Di fronte a me, le 360 paia di scarpe da donna, tutte diverse, di tutti i tipi e di tutti i colori, rimango senza fiato. “Nome, cognome, età e data di morte”. Un colpo al cuore, come a quello di Antonia “bucato con qualcosa di molto sottile” (Iacona, 2017, p. 177) e silenziato per sempre. Il senso d’impotenza, d’inadeguatezza, di delusione è devastante. Un dolore estremo, il mio dolore profondo. Cerco un senso a questo “crimine planetario” (Barducci et al., 2018), tento di organizzare un pensiero attorno alla più diffusa violazione dei diritti umani, ma ho bisogno di tempo; il mare che vedo in lontananza forse mi riporterà alla poesia delle piccole cose, che sembra, ora, l’unica speranza a elaborazione di questo nostro dramma. È così che, in quei caldi riflessi color smeraldo, provo a interrogarmi di nuovo sul significato più profondo di questi eventi violenti, difficili da decifrare. Chiederci come mai succede tutto questo è un impegno umano nei confronti sia di chi non ce l’ha fatta, sia di chi come “Maria, Rosaria…”, ma anche “Francesco”, “Antonio” (Pezzuoli et al., 2013) ci sta provando; guardandomi dentro, con onestà, un impegno in realtà verso ognuno di noi.

Come mai, allora, accade tutto questo?

Cercare delle risposte possibili, penso voglia dire guardare il fenomeno nella sua complessità, senza ipersemplificazioni che, ricalcando spesso gli stereotipi sociali, non ci danno profondità. “Non credo che ci sia una relazione naturale tra uomini e violenza” (Thanopulos, 2018, p.48), anche le donne possono essere violente. La violenza non pare essere connaturata nel genere, sembra piuttosto una violenza relazionale. La fonte dell’aggressività non è il maschio in sé, anche se tante volte ne è lo strumento, ma un’organizzazione della coppia che si oppone alla piena realizzazione dei due soggetti come soggetti reciprocamente aperti all’altro. Quest’organizzazione fusionale, che sembra parlare di legami primari irrisolti e conflittuali, di fronte all’alterità, si fa palcoscenico dei fantasmi inconsci, mai elaborati, delle reciproche storie dei due protagonisti. Nel pieno di questi “stati emotivi non padroneggiabili l’agire violento scatta come una sorta di salvavita in un sistema surriscaldato” (Oldoini, 2013) a mantenere una coesione psichica di fronte alla minaccia dell’integrità stessa del Sé.Esiste, tuttavia, anche una violenza, che eccede quella relazionale, essendo, invece, di derivazione sociale. La piazza (la cultura) patriarcale, la globalizzazione, la digitalizzazione, in cui siamo immersi, troppo spesso perverte le relazioni di desiderio, legate al coinvolgimento reciproco e profondo, in relazioni di potere spersonalizzanti. La violenza associata ai rapporti di potere, ha la funzione di annullare il coinvolgimento affettivo, difficile da gestire, riportando a immobilità e alienazione psichica. Una società che insegue l’anestesia in profondità e l’agitazione in superficie non ha più posto per “l’elemento femminile della nostra personalità” (Thanopulos, 2018), diventa sempre più difficile essere sostenuti cioè nella capacità di lasciarsi andare compiutamente nell’incontro con l’altro e questo nella donna come nell’uomo. L’incontro, oggi, resta in superficie, degenerando quasi in eccitazione autoerotica dove scompaiono i soggetti di quel legame. Lì dove i rapporti sociali sono votati al potere e alla superficie, non c’è spazio per le profondità, per l’emotività, per i legami; la femminilità interna è percepita come pericolosa e diventa oggetto di rigetto. La violenza relazionale distrugge nell’altro e in se stessi la parte femminile della personalità, non si salva nessuno come “soggetto desiderante” (Thanopulos, 2018); se questa arriva all’omicidio, a morire non è solo l’altro ma entrambi. Nel tremendo omicidio-suicidio dell’amore, l’uccisore diviene il vero morto, certo vivente, ma morto dentro come soggetto.    

Uccidere l’oggetto del desiderio è un delitto contro l’umanità, contro il nostro futuro.

Siamo chiamati a tornare e/o divenire umani, uscire dall’indifferenziazione, sapendo che la differenza è il motore del desiderio. L’assenza di quest’ultimo in ogni relazione, comporta la mancanza della “comunicazione interumana, poiché il desiderio è l’appello allo scambio profondo” (Thanopulos, 2018), il garante della relazione. Solo nel rispetto dell’alterità, in un legame tra soggetti, è possibile sperimentare una comunicazione profonda che non elimi necessariamente il “dolore”, seppellendolo da qualche parte, ma che possa dargli significato, affinché diventi esperienza di apprendimento. Di fronte a questo mare, al mio mare, mi tornano in mente le storie incontrate, gli uomini e le donne che seguo nel mio studio; penso a me, alle mie personali relazioni. L’acqua sale, così, prorompente su quella piazza, lo smeraldo e il turchese e il corallo si fanno spazio, dove tutto, troppo spesso, è senza colore e senza vita. Il mare sembra invitarci ad andare contro corrente. “Rosa”, “Enza”, che non sono più tra noi, “Giuseppe”, “Daniele” (Iacona, 2017), che fanno i conti con il loro dramma, e ogni essere umano, che ci vincoli, più che a un rifiuto sospettoso, a un “ascolto rispettoso” (Nissim, 2021), capace di dar voce all’indicibile che ci abita, nella speranza di interrompere per sempre, la spirale violenta e drammatica di “deumanizzazione” (Barducci et al., 2018) in cui non siamo, spesso senza neanche accorgercene. L’importanza della qualità dei sottili scambi relazionali, la ricchezza della differenza tra uomo e donna, ci interroga su ulteriori vertici di analisi con conseguenti acquisizioni di responsabilità.

Greta (42 anni) racconta: “Mi ha messa al mondo a diciotto anni, non era pronta a fare la madre. Non voleva. Papà urlava a mamma che non era una madre, che non era capace di fare neanche quello” (Pezzuoli et al., 2013, p. 45), a differenza di sua madre. I genitori di Greta, allevati a loro volta in una cultura patriarcale, che oggi, travestita di pari opportunità, sembra comunque rimanere dominante, si sono ritrovati a uccidere la loro relazione di desiderio, la maternità si è eretta sulle rovine della donna, così come la paternità. Chiediamoci se la violenza relazionale, “simbolica e psicologica” (Barducci et al., 2018), che ne viene fuori, farà di loro due genitori sufficientemente buoni, o se forse la loro sofferenza psichica sarà ereditata da Greta che crescerà con una primitiva lacuna nell’essere in due. Sembra che “le modalità esistenziali narcisistiche che interpretano in modo fobico le relazioni sociali” (Thanopulos, 2018), funzionando in una maniera primitiva, nascano proprio da questo “commercio di infelicità tra gli esseri umani” (Bolognini, 2013). La storia di Attilio suo marito qual è? E cosa accade quando Greta lo incontra? Attilio le dice: “Mangia, amore. L’ha fatta mamma mia. Non lo vedi quant’è buona. Mi piace tanto, mangiala anche tu, amore”. Greta pensa, mentre Attilio le parla di cosa sa fare sua madre, a tutto quello che tanto lei non saprà mai fare e a tutto quello che sua madre fa meglio di chiunque altra. Lo sfondo della loro relazione si carica così di fantasmi relazionali inconsci reciproci che sopraffanno la realtà esterna. Il ruolo che l’Altro svolgerà nel proprio mondo interno svelerà i motivi di certi atti che poi accadranno nella relazione. Quest’ultima inesorabilmente, invece che essere luogo di esperienza, si farà telaio di cicatrici continuamente riaperte, dove il dolore tracimante sarà difficile da pensare, andrà piuttosto combattuto perché causa di nuova traumatizzazione. Il malessere diventa allora collettivo, profondo, drammatico e destinato a ripetersi di generazione in generazione. Sofia e Marta, le figlie di questa coppia, forse si porteranno dietro un’originaria carenza nella relazione primaria, con i due oggetti di cura, alla quale bisogna necessariamente dare voce nel tentativo di stopparne la trasmissione successiva, di lenirne il dolore profondo e di garantirne una trasformazione. Le piccole, ma come i loro genitori e i loro nonni e ancora indietro, per salvarsi da tutto questo, dovranno incontrare uno sguardo che si occupi di loro, una prossimità. Greta continua: “un giorno mi chiama al telefono un uomo e mi dice che mio marito sta con sua moglie. Basta. Avevo subito di tutto, ma pensavo che almeno, a differenza di papà, Attilio fosse fedele. Lui ormai cominciava a prendersela anche con Sofia e Marta. Ogni tanto trovavo lividi sulle braccia delle bambine, gliene chiedevo conto, lui diceva che le aveva appena sfiorate, che erano loro a essere troppo delicate. Come me” (Pezzuoli et al., 2013, p. 50). La sorella di Rosa, ancora, racconta: “Katia è entrata in casa e ha visto la mamma morta. Il padre l’ha fatta entrare, come se a terra ci fosse una cosa” (Iacona, 2017, p. 65).

Per andare contro corrente, sembra non basti l’indignazione che ci limita al conformismo, bisogna piuttosto calarsi in questi scenari, che non sono a opera di “pazzi” ma drammi quotidiani di esseri umani come noi. Questa storia ci riguarda e ci impone responsabilità. La violenza fisica, fino alla morte, che richiama carenze precocissime, in cui nessun fattore protettivo è stato possibile, che ulteriore trauma configurerà sugli attori principali e sulle loro famiglie? E i figli spettatori e protagonisti, già traumatizzati nella loro relazione originaria, che ulteriore dramma porteranno come uomini e donne, e poi come esseri delle loro relazioni future? Se conserviamo ancora un barlume di umanità, ci tocca non spegnere il nostro sguardo, tenere sempre vivo il desiderio, emergendo dal collettivo e incarnando il personale. Divenire, insomma, soggetti, tentando di dare un senso alla nostra storia. A noi donne, che in quanto, protagoniste dell’essere desiderante, incarniamo un grande valore, spetta anche un grande compito: tenere viva, sulla nostra voce, la civiltà.

Bibliografia

Barducci M.C. et al. (2018). Vivere con Barbablù. Violenza sulle donne e psicoanalisi. Roma: Edizioni Scientifiche Ma.Gi. 

Bolognini S. (2013). Uno sguardo psicoanalitico alla violenza contro le donne. Spiweb, dossier femminicidio.

Iacona R. (2017). Se questi sono gli uomini. La strage delle donne. Milano: Chiarelettere editore.

Nissim M. (2001). L’ascolto rispettoso. Scritti psicoanalitici. Milano: Cortina.

Oldoini M.G. (2013). Metafora concretizzata, ovvero il fallimento della metafora nei comportamenti violenti. Spiweb, dossier femminicidio.

Pezzuoli G. et al. (2013). Questo non è amore. Venti storie raccontano la violenza domestica sulle donne. Venezia: Marsilio Editori.

Thanopulos S. (2018). La solitudine della donna. Macerata: Quodlibet.   

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