Sulla utilità di una pratica flessibile in psicoterapia

flessibilitaCome si possa far passare un messaggio selezionando accuratamente quali opere di un autore divulgare oppure no, l’ho imparato un po’ alla volta. Sto parlando di Freud e della sua opera; di come i suoi successori, allievi e familiari, abbiano costruito un’ortodossia che ancora oggi tenta di preservare se stessa nascondendo, o ignorando più probabilmente, alcuni degli scritti del padre della psicoanalisi e della psicoterapia in genere. Io considero infatti Freud il pioniere della terapia psicologica contemporanea, intesa come relazione sistematica e duratura tra un paziente e un terapeuta, attraverso la quale porre rimedio ad uno stato di disagio e/o disturbo psichico. Da sempre mi adopero per un superamento delle ortodossie in psicoterapia poiché credo che la suddivisione in scuole oltre ad essere anacronistica, ed è il problema minore, porta con sé dei limiti metodologici enormi che vanno a discapito delle persone che si avvalgono di un servizio psicoterapico. Imputo questo stato di cose più ai successori dei grandi maestri che a loro stessi. D’altronde, il fatto che gli epigoni siano sempre più “spietati” dei loro predecessori è una leggenda che prende spunto dalle vicende dell’antica Roma, quando si narrava che gli schiavi trattati peggio erano quelli appartenenti ai liberti, gli ex schiavi. Non mi vengono in mente altri esempi se non quello dell’assistente del professore che all’esame si dimostra più severo del professore stesso, bocciando o elargendo 18 striminziti. I discepoli sembrano essere sempre più “duri e puri” dei loro maestri.

Freud comportamentista

Facevo queste considerazioni quando, l’altro giorno, stavo leggendo un breve scritto di Freud che non avevo mai letto prima, dal titolo: “Vie della terapia psicoanalitica”. In quest’opera Freud scrive: “Infine, un altro genere di attività, interamente differente, è imposto dal fatto, sempre meglio apprezzato, che le diverse forme di malattia che curiamo, non possono essere curate tutte con la stessa tecnica”. Successivamente spiega: “La nostra tecnica si è formata nel trattamento dell’isteria e tuttora si indirizza principalmente alla cura di questa malattia. Ma le fobie ci hanno già imposto di andare oltre i limiti iniziali. Non si può dominare una fobia se si aspetta che il paziente si lasci indurre dall’analisi ad abbandonarla, perché così facendo non si riuscirà mai ad introdurre nell’analisi il materiale indispensabile per una convincente risoluzione della fobia. Bisogna dunque procedere differentemente”. In questo passo Freud mette in luce il fatto che, per la cura di un disturbo fobico, bisogna utilizzare una tecnica differente da quella classica messa a punto per il trattamento dell’isteria. Questa implica un minore grado di astinenza da parte dell’analista che anzi, come ben evidenziato dal passo successivo, deve essere attivo e dare prescrizioni precise anziché rimanere asettico e neutrale. Infatti il padre della psicoanalisi subito dopo dice: “Prendiamo, per esempio, l’agorafobia; vi sono due tipi di agorafobia, uno leggero e uno grave. I pazienti appartenenti al primo tipo soffrono di ansia se vanno per strada da soli; gli altri, invece, si difendono dall’ansia smettendo addirittura di uscire da soli. Con questi si ottiene il successo solo se si riesce, grazie all’influenza dell’analisi, a indurli a comportarsi come i fobici della prima classe, ossia ad andare per le strade e a combattere l’ansia mentre compiono il tentativo. Quindi già si comincia a migliorare la fobia, e solo dopo essere riusciti a tanto, grazie alle insistenze del medico, nella psiche del paziente compaiono le associazioni e i ricordi che permettono di risolvere la fobia. Ciò che con questo passo voglio mettere in luce, non è tanto il suggerimento di Freud di utilizzare la desensibilizzazione in vivo per affrontare l’agorafobia, quanto la necessità di utilizzare un metodo non contemplato nell’analisi classica che si rivela essere propedeutico alla stessa. La mia esperienza mi porterebbe a supporre che dopo una desensibilizzazione riuscita, la maggior parte dei pazienti non avrebbe poi la motivazione adatta per affrontare un lavoro analitico. Ma questa è una considerazione di ordine personale che non modifica la vera questione qui presentata: la necessità di adottare una metodologia flessibile conformemente alla situazione del paziente. In questo caso Freud stesso suggerisce di “indurre” il paziente ad andare per strada. Di certo non si può dire che non sia un intervento direttivo. Molto probabilmente Freud sapeva benissimo che per ottenere un effetto terapeutico con alcuni pazienti, bisognava uscire dagli schemi del setting classico e mettere in atto procedure che a prima vista appaiono incompatibili. Nella stessa opera egli dice: “Nei casi di comportamento ossessivo, un atteggiamento passivo di attesa è ancor meno consigliabile. A dire il vero, questi casi, di solito, tendono ad un processo “asintotico” di guarigione, con un interminabile prolungamento della cura. C’è sempre il pericolo che l’analisi di questi pazienti riveli una gran quantità di cose senza cambiar nulla. Io ritengo che, in questi casi, la giusta tecnica consista esclusivamente nell’aspettare che il trattamento di per sé sia diventato una compulsione, che, impiegata quale contro-compulsione, sopprima violentemente la compulsione rappresentata dalla malattia”.

Tralasciando il fatto che in questa ultima procedura potremmo ravvisare la tecnica strategica (non a caso esiste anche una scuola di psicoterapia strategica) di utilizzo di un sintomo per sopprimerne un altro, questo passo non è l’unico in cui il padre della psicoanalisi ha intuito i limiti di una procedura troppo standardizzata. Vediamo il seguente.

Freud sistemico-relazionale

In Introduzione alla Psicoanalisi e più precisamente nella Lezione 28, Freud scrive quanto segue: “Chi ha un’idea delle discordie da cui sono spesso lacerate le famiglie non può essere sorpreso, nemmeno come analista, di accorgersi che i parenti più prossimi del malato talvolta rivelano scarso interesse per il fatto che il loro congiunto guarisca, piuttosto che resti com’è. Come spesso avviene ove la nevrosi sia connessa con conflitti fra membri della famiglia, il parente non esita a lungo nella scelta tra il suo interesse e quello di far guarire l’ammalato.” Freud sostiene inoltre che il terapeuta che veda l’analisi con quella persona, terminare prematuramente, non dovrebbe farsene cruccio poiché questo significherebbe semplicemnte che non ci sono le condizioni per portarla avanti.

Ora, io mi chiedo: “Non è l’approccio sistemico un tentativo di consentire la terapia anche in questi casi?” “Non è, tale concezione di Freud, molto simile a quella di paziente designato?” Oggigiorno il problema delle interferenze familiari è riconosciuto e valorizzato, e diversi sono i metodi per affrontarle. Freud riteneva fosse utile escludere i familiari dal processo terapeutico, instaurando con il paziente un rapporto esclusivo mentre un terapeuta di oggi inviterebbe tutta la famiglia in seduta e avvierebbe con loro un processo terapeutico. Egli tuttavia riconosceva l’importanza dell’ambiente familiare e non solo, anche se ammetteva di non poterne gestire l’influenza: “È assai più consigliabile che gli ammalati, purché non si trovino in una fase di grave esaurimento, durante il trattamento rimangano nelle condizioni che li obbligano ad affrontare i loro problemi man mano che si presentano. Bisognerebbe che i congiunti non cancellassero questo vantaggio con il loro comportamento, e non si opponessero in alcun modo, con atteggiamenti ostili agli sforzi del medico: ma come influenzare questi fattori, inaccessibili al nostro volere? Comprenderete, inoltre, quanto siano importanti per le prospettive di riuscita di un trattamento l’ambiente sociale e il livello culturale della famiglia dell’ammalato.”

Successivamente Freud, un po’ salvaguardandosi, afferma che molti degli insuccessi del trattamento analitico sono imputabili a queste influenze esterne che egli ammette di non saper gestire se non con l’esclusione. Precedentemente aveva affermato che il trattamento ideale era quello attuabile con un paziente assolutamente privo di qualsivoglia influsso familiare e, a questo punto, si potrebbe affermare anche amicale e relazionale in genere. Esiste tale paziente? Non è forse meglio attivarsi per risolvere tali influenze in maniera che possa includere le più svariate situazioni? Penso che chi abbia studiato le dinamiche familiari e abbia poi fondato la relativa scuola, abbia semplicemente risposto in maniera proattiva ai problemi posti da Freud e abbia trovato metodi e tecniche che contemplano sia la “protezione” da influenze negative ma anche il loro utilizzo positivo nell’ambito di un trattamento allargato.

Questi due estratti mi consentono quindi di evidenziare l’assoluta necessità di una flessibilità metodologica poiché il paziente che presenta le caratteristiche che meglio si adattano al nostro metodo e al nostro modo di essere, non esiste. Siamo piuttosto noi, in qualità di professionisti, a doverci adeguare alle peculiarità della persona e per far ciò abbiamo bisogno di formarci e di operare seguendo principi pluralistici ed integrati.

Bibliografia

Freud S. “Vie della terapia psicoanalitica” in Opere 1905/1921, Newton Compton, 1995, Roma.

Freud S., “Lezione 28. La terapia analitica” in Introduzione alla psicoanalisi. Tutte le lezioni, Newton Compton, 2010, Roma.

Il paradosso psicoanalitico

di Vincenzo Tozzi

immagine Tozzi

 

“Sono triste là fuori , nella strada dove si accumulano le casse.[…] Ma tento di dare l’idea di ciò che sento, un miscuglio di varie specie di io e della strada estranea che, proprio perché la vedo, anch’essa, in modo sotterraneo che non so analizzare, mi appartiene, fa parte di me.”
(Fernando Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”)

Consideriamo il fatto che la psicoanalisi è una scienza all’interno della quale, l’oggetto e il soggetto della conoscenza sono identici. C’è una mente (dell’analista) che osserva un’altra mente (dell’analizzando).  Continua a leggere