Dall’impasse all’O-nirico e viceversa

di Donatello Giannino

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Il colore è un mezzo per esercitare sull’anima
un’influenza diretta.
Il colore è un tasto,
l’occhio il martelletto che lo colpisce,
l’anima lo strumento dalle mille corde.

(Kandinskij)

Queste le parole che il pittore Vasilij V.Kandinskijha usato per dare una definizione ai colori, colori che usava o meglio che ascoltava chiacchierare mentre li mescolava, come un abile cuoco mentre mescola i suoi ingredienti.

I colori, potenti come un suono melodioso delle note di una composizione musicale, o leggere parole di versi di una poesia, sono capaci di arrivare dritti all’anima.

Per ogni colore il pittore attribuisce una tempera sensoriale ed emotiva che si genera in chi li osserva.

Kandinskij suddivide la sua opera astratta in tre categorie: impressioni, improvvisazioni e composizioni.
Curiosa questa suddivisione se si pensa al fatto che per poter arrivare a sentire una emozione si deve passare per la sensazione, una improvvisa intuizione di ciò che sta avvenendo e il suo riconoscimento, tale per cui si può rendere armonico, si può comporre quel chiacchiericcio di colori che sono giunti all’anima.

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Il silenzio del bianco

di Laura Grignoli

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Il bianco, che si ritiene spesso un non-colore, appare come simbolo di un mondo da cui tutti i colori, in quanto proprietà materiali e sostanze, sarebbero spariti. Questo mondo è talmente al di sopra di noi che non ce ne perviene nessun suono. Ne arriva un grande silenzio che ci appare rappresentato materialmente come un muro freddo all’infinito, insuperabile, indistruttibile. È perché il bianco agisce ugualmente su di noi, sulla nostra psiche, come un grande silenzio assoluto per noi. Riassume interiormente come un non-suono, che corrisponde sensibilmente a certi silenzi in musica; quei silenzi non fanno che interrompere momentaneamente lo sviluppo di una frase, senza marcarne il compimento definitivo. È un silenzio che non è morte, ma pieno di possibilità. Il bianco suona come un silenzio che potrebbe essere immediatamente compreso. È un nulla che è giovane o, più esattamente, un niente prima della nascita, prima dell’inizio. Aggiungerei piuttosto prima del ricominciare. (Dello spirituale nell’arte, W.Kandinsky)

Al Caffè del Silenzio i vetri sono doppi e tutti stanno seduti da soli o in due, lo impone la regola. La regola del Caffè del Silenzio è il silenzio. È un voto obbligatorio anche per le coppie. Non ci sono dolci e la musica è sotto la soglia dell’udibile, immaginaria. Ci vanno tutte le teste riscaldate dal dolore e dalla tristezza che con le parole non ce la fanno più. Dicono che vanno al Silenzio e incominciano a tacere sin  da casa. Il sangue, al Silenzio, ritorna al suo posto e riprende la giusta direzione. (G.Todde)

In questo caffè mi rifugio quando la compagnia è troppa. Quando i pensieri fanno troppo rumore. Ognuno ha il suo Caffè del Silenzio.

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La mia casa

di Sandra Granchelli

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Mi sento di vetro.

Come fossi di vetro…

Come di vetro…

Ecco, così, così mi piace di più, forse.

Mi sento come di vetro…

Forse però l’ha già scritto qualcun altro.

Sono di vetro.

Sono vetro.

Forse dovrei trovare una soluzione diversa, altra metafora, altra similitudine o quel che è.

Nei corsi di scrittura creativa ti consigliano di non scegliere materiale linguistico già preconfezionato ma di creare immagini nuove.

Sono di vetro…

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Gli odori della stanza d’analisi

di Alessandra Mosca

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È una calda giornata di inizio agosto. Parcheggio, scendo dalla macchina refrigerata dall’aria condizionata e vengo accolta da un gran caldo che mi fa immaginare che ci sia un fon acceso, senz’aria, solo il calore mi avvolge e per un attimo mi manca il fiato.  Mentre mi dirigo verso il portone del palazzo del mio studio, a passo svelto, quasi a voler fuggire da quel caldo soffocante, riesco a sentire il profumo dell’estate, il profumo del sole, del caldo che si mischia all’odore dell’asfalto e dell’aria bollente.

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L’arteterapia ai tempi del Covid.

di Laura Grignoli e Barbara Cipolla

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I messaggi corrono su whatsapp…

Laura: –Ed ora? Come si fa ad animare i laboratori di arteterapia in questo periodo di confinamento?

Barbara: – Non si può uscire. I rapporti, perfino con il medico di base, si gestiscono con i messaggini. Le terapie individuali potremmo tenerle… chiedendo magari un certificato del tampone negativo, ma come si può rischiare di vedersi in gruppo e lavorare fianco a fianco, come ci si può scambiare il tubetto di colla o la scodellina dei colori? Ma se sospendiamo sine die vanificheremmo tutto quello che abbiamo fatto finora!

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Pulsione di morte e solitudine in Nymphomaniac di Lars von Trier (2013)

di Donatello Giannino

[…] Muoio perché m’avvento, perché voglio morire
perché voglio vivere nel fuoco, perché quest’aria di fuori
non è mia, ma il caldo respiro
che se m’accosto brucia e dora le mie labbra dal profondo.

Lascia, lascia che guardi, macchiato dall’amore,
arrossato il volto dalla tua vita purpurea,
lascia che guardi l’ultimo clamore delle tue viscere
dove muoio e rinunzio a vivere per sempre.

Voglio amore o la morte, voglio intero morire,
voglio essere te, il tuo sangue, questa lava ruggente
che irrigando racchiusa le belle membra estreme
sente così i leggiadri limiti della vita. […]

(V. Aleixandre, Unità in lei)

La scritta bianca sullo schermo indica l’inizio del film. Poi buio. Ci si chiede se non sia un errore. Oltre un minuto e mezzo di oscurità. Schermo nero. Silenzio. Poi il rumore dell’acqua piovana che goccia dopo goccia penetra l’udire dello spettatore. Un corpo di donna, steso, dolorante, sanguinante, solo.

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Il tempo per lasciarsi andare. L’Alzheimer, una malattia che ci regala un nuovo tempo.

di Alessandra Mosca

Volevo salvarla. I conti non si chiudono mai tra me e lei. Tutta la vita l’ho cercata, accattona che non sono altro. Ancora la cerco. Non la trovo. La cerco. Madre dolorosa.

(Mia madre è un fiume, Donatella Di Pietrantonio)

Sono diversi anni che lavoro con pazienti affetti da demenze e che faccio ricerca in questo ambito, ma prima ancora sono stata nipote di un nonno affetto da demenza di Alzheimer e non ho alcuna remora nel dire che le mie scelte in questo campo siano partite e passate attraverso questa malattia e a tutte le sue conseguenze.

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La “dicibilità” del disagio nello spazio relazionale

di Evelyn Di santo

“Rivelami tra le lacrime esitanti, tra sorrisi tremanti, tra dolore e dolce vergogna, il segreto del tuo cuore.”

R. Tagore

Quando iniziamo il viaggio terapeutico il paziente può vivere e visitare luoghi mai conosciuti, oppure, rivivere esperienze passate e ritrovare luoghi già visti ma dimenticati che diventano nuovamente accessibili, rendendo possibile l’integrazione dei vissuti.

Esplorare le risorse dell’individuo rappresenta il “dovere” del terapeuta, di riportare alla luce il tesoro nascosto che permetterà al paziente il successo terapeutico.

L’individuo nasce “ricchissimo”, possiede un gran tesoro ma a causa di varie circostanze sfavorevoli, non se ne accorge. Spesso conduce una vita nelle ristrettezze economiche delle sue potenzialità. Compito del terapeuta è portare alla luce ciò che è potenzialmente fecondo.

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“Piscina Analitica”: prospettive e metodi per l’autismo.

di Francesco Giordani

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L’autismo è un disturbo dello sviluppo che intacca numerose aree di funzionamento dell’individuo, quali le capacità comunicative, le relazioni sociali e la sfera emotiva. Il Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM-2) indica e descrive differenti livelli all’interno dello spettro autistico; la gravità del disturbo, infatti, è definita dall’impatto che la patologia ha sul pensiero. A un estremo della gravità del disturbo possiamo identificare bambini che mostrano alti livelli di dipendenza, scarse capacità di attenzione e di interazione reciproca in quanto sembrano vivere all’interno di un mondo proprio. L’espressione affettiva di questi bambini solitamente è piatta e appaiono poco responsivi nei confronti dei tentativi del proprio caregiver di coinvolgerli.  La tipologia del legame diadico madre-bambino all’interno della patologia dello spettro autistico è caratterizzata, infatti, da una peculiare difficoltà nelle relazioni interpersonali a carattere emotivo.

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La relazione in stanza d’analisi (..dall’ io, al noi..)

di Valentina Orsini

Il piccolo principe: – Cosa vuol dire addomesticare-? La volpe: – E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami – Che bisogna fare? – domandò il piccolo principe.  – Bisogna essere molto pazienti – rispose la volpe. -I n principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino… – Tu fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E io non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono che per te una volpe uguale a centomila volpi. Ma se mi addomestichi noi avremo bisogno l’uno dell’altro…!

Mi sono imbattuta nel piccolo principe un giorno comune a tanti altri giorni per caso, e mi sono detta: “che storia triste questa, per fortuna il piccolo principe ha incontrato molti amici nel suo lungo viaggio, altrimenti da solo come avrebbe fatto.”?

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