La casa funeraria: quando la morte non è di casa.

di Gianni D’Arcangelo

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La morte si annuncia nel sogno con una folata di vento gelido. Quando fa le sue incursioni tra la gente, tutto intirizzisce e si abbatte, cose e persone similmente all’inverno. Spezza irreversibilmente la vita terrena, provoca struggimento e mancanza. Procura sofferenza alla psiche, spalanca l’animo al mistero doloroso della fine dell’esistenza.

A questi esiti nefasti, segue una reazione di spirito che serve proprio a contrastare lo struggimento provocato e ad onorarne il passaggio. La messa in moto di un certo principio vitale innesca trasformazioni emotive e la prosecuzione dell’esistenza non certamente individuale ma ontologica e di specie.

Quando si muore si viene vegliati per un po’ prima di essere tumulati, proprio per non abbandonare alla distruzione la morte. La veglia in casa del defunto, nelle varie declinazioni culturali, è la risposta immediata all’intristimento e alla perdita. Un rito che permette al morto e ai sopravvissuti di essere accompagnati religiosamente ed emotivamente oltre il Grande Limite.

La veglia, per come l’ho conosciuta io da bambino, si svolgeva in casa del defunto. La versione di cui io ho fatto in più occasioni esperienza, era già certamente rimaneggiata e alleggerita di quei rituali e di quegli obblighi comportamentali più arcaici e magici imposti ai partecipanti. Ricordo che gli anziani di solito, soprattutto le donne, rimanevano per un tempo lungo nei pressi della salma, pregando e rimembrando e salutandosi, testimoniando il fatto doloroso con sguardi contratti e vesti cupe e piene di contegno. Un lamento funebre meno scenico ma comunque un contenitore solido per il dolore. I giovani, presenti in atteggiamenti più spicci e più di tutti rapidi nelle condoglianze, erano con la loro leggerezza a testimoniare desideri e impulsi che scongiuravano la fine. Atteggiamenti certo differenti come differenti sono le posizioni psichiche, quella del vecchio e quella del giovane, dalle quali si sente la morte. Ricordo soprattutto che si mangiava e si beveva. Ci si consolava ribattendo alla morte con il riempimento della pancia, propiziando l’abbondanza per rispondere al sopravvenuto stato di mancanza. A volte erano veri e propri banchetti funebri pieni di esuberanza, contrastando così l’impoverimento interiore che la morte si era trascinata.

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Separazione e perdita (come una crepa nel terreno)

di Valentina Orsini

immagine Orsini

“E mi sembra che non ci sia più via d’uscita,

 finire in positivo sto percorso

da solo ogni singolo sforzo,

da solo come un orso

incazzato sono magro e dentro grosso”.  

 

La vita di ognuno di noi è costellata da momenti di separazione e perdita. Rappresentano accadimenti che fanno parte di noi, del nostro vivere, sono imprescindibili e non voluti per questo ci fanno stare così male.  Continua a leggere

Il lutto bianco della relazione: il difficile viaggio del familiare di un paziente affetto da demenza di Alzheimer.

di Alessandra Mosca e Donatello Giannino

immagine Mosca Giannino

L’arte di perdere non è difficile da imparare; così tante cose sembrano pervase dall’intenzione di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento delle chiavi perdute, dell’ora sprecata. …

L’arte di perdere non è difficile da imparare. … Ho perso persino te (la voce scherzosa, un gesto che ho amato).

Questa è la prova. È evidente, l’arte di perdere non è difficile da imparare, benché possa sembrare un vero (scrivilo!) disastro.

Elisabeth Bishop Continua a leggere