Non è un paese per specchi

di Salvatore Agresta

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L’ingranaggio della nostra umana esistenza è refrattario a una cosa soltanto: l’unità.
Martin Buber

Guerre intestine

È possibile individuare nel bambino i segni di un’operazione precorritrice del pensiero? È pensabile che un feto possa cercare di liberarsi da sensazioni spiacevoli, ad esempio cambiamenti di pressione nel mezzo acquoso? Vi è cioè modo di ipotizzare qualcosa che, prima del trauma della nascita e indipendentemente dalla reverie materna, inauguri una forma di elaborazione pre-natale, un protopensiero?
La mia esplorazione parte dalla nota affermazione di Freud (1925): “Vi è molta più continuità tra la vita intrauterina e la primissima infanzia di quanto non ci lasci credere l’impressionante cesura dell’atto della nascita”. A queste parole darà seguito Bion col richiamo a indagare la cesura, una sfida all’osteoartrite psichica più che un suggerimento. L’indagine della cesura è una frontiera di ricerca, la stanza d’analisi un vero e proprio laboratorio in cui si possono intercettare segnali. Non sappiamo ancora fin dove la sonda psicoanalitica possa spingersi, ma sappiamo che nel non-ancora-tempo fetale si svolgono dinamiche primordiali tra spinte alla vita e spinte di segno opposto, laddove l’unità si scinde in una sorta di lacerazione. Gli embriologi hanno sempre riconosciuto la potenza del prenatale e lo scontro tra il sistema immunitario materno e l’invasore genetico paterno. Milioni di spermatozoi sono già morti nell’avvicinamento all’ovulo; quello che sopravvive scarica il suo materiale e da quel momento il prodotto che ne deriva, che sarà poi l’embrione-feto, avrà la guerra al suo interno. L’unità si divide in Psiche e Soma prima ancora che in Io e mondo, e la cesura è un abisso attraversato dal più traballante di tutti i ponti.
Molto spesso gli analizzandi vivono/sognano e descrivono sospensioni, passaggi invalicabili: R., ad esempio, parla di “una vertigine spaventosa. È come se non posso andare né avanti né indietro, prima non stavo così, cioè nella vita non combinavo nulla come adesso ma almeno non me ne rendevo conto, non ci pensavo”. Oppure P., un giovane studente anche lui “bloccato” nel suo percorso universitario e di autonomia: “Ora sto meglio, non ho più attacchi di panico. Ma avverto tutta la fatica che mi tocca fare per vivere e tollerare gli insuccessi, i rischi. Prima, è vero, stavo chiuso nella mia stanza delle torture, bloccato per ore sulla stessa pagina, dove però non correvo nessun rischio”. È interessante quest’accenno a un prima, che compare in quasi tutte le analisi: si dà troppo facilmente per assodato che si riferisca al tempo anteriore all’inizio dell’analisi. Siamo sicuri?
Mi addentro in questi luoghi primordiali in compagnia di due testi in apparenza assai distanti: l’ultimo lavoro di Bion, L’alba dell’oblio; e il recente romanzo di Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi, da cui i fratelli Coen hanno tratto l’omonimo film. Seguo/sogno le suggestioni bioniane che indicano la cesura tra vita pre e post-natale, o tra conscio e inconscio, come l’alba dell’oblio. Oblio di cosa? Del paradiso perduto? Infatti, è perduto: la formazione fetale precoce delle fossette ottiche e uditive non consente di spingerci oltre, la realtà ultima resta inconoscibile. Come tutte le Tradizioni insegnano, nel paradiso originario prende forma al proprio interno un campo di conflitto, una guerra intrapsichica tra “gameti in litigio”, e i nemici in campo sarebbero Soma e Psiche: forse di questa guerra primordiale qualche ricostruzione può essere tentata. Non è un caso che Freud in Al di là del principio del piacere faccia riferimenti all’“orribile guerra testé terminata” a proposito della nevrosi traumatica; e Bion ne L’alba dell’oblio dedichi molto spazio alla descrizione di azioni militari.
I moventi di questa guerra intestina primordiale sono inscritti nell’inconscio pre-natale: ne possiamo incontrare tracce da decifrare perché “il significato, comunque, non passa attraverso la barriera” (Bion). Da tale prospettiva questa è l’unica guerra davvero insensata e ognuno di noi è un reduce, “un sopravvissuto per il fatto di essere nato”. Guerra incomprensibile, perché mente e corpo “ in verità non si odiano – è l’apprendimento che “essi” odiano – li fa crescere – li rende grandi”.
In Al di là del principio di piacere Freud (1920) sviluppa l’ipotesi che nella psiche operi una entità che appare “più primitiva, più elementare, più pulsionale del principio del piacere, e in grado di oltrepassarlo”, una lotta interna per ritornare a uno stato anteriore, per non attraversare quindi una soglia trasformativa; una lotta che “ha risvegliato nella materia inanimata le caratteristiche della vita”. Utilizzando il mito platonico, Freud ipotizza che in origine la sostanza vivente fosse indivisa e solo in seguito, alla cesura della nascita, andrebbe incontro alla suddivisione “in tante particelle”, che cercherebbero poi di riunirsi spinte dalle pulsioni sessuali. Il costrutto teorico freudiano che più lambisce la cesura pre-natale è quello di masochismo primario, in cui la pulsione di morte è diretta sul soggetto stesso. Come afferma Bion, “perfino il feto ha a che fare con il non-feto”.
Già nel ’15 Freud aveva indicato una “fonte della spiacevolezza” che non può coincidere solamente con l’esterno poiché la tensione pulsionale che perturba la tendenza omeostatica dell’apparato è interna, endogena. Lo spiacevole coincide con l’interno, ovvero con quell’interno alieno e inassimilabile costituito dalla spinta pulsionale stessa. Nel quadro metapsicologico dominato dalla pulsione di morte, questo residuo alieno interno è dato dall’impossibilità per il soggetto di esternalizzare integralmente la spinta autodistruttiva, per esempio attraverso la violenza eterodiretta e distruttrice. Freud considera l’odio come una risposta somatica in rapporto ad un’eccedenza pulsionale: questo punto è fondamentale per discriminare la dimensione dell’odio – causata da un’eccedenza – dall’idea naturalistica dell’aggressività come orientata da un istinto di autoconservazione. L’odio è più antico dell’amore: se l’amore è tensione all’unione, l’odio tende alla separazione, o meglio all’auto-separazione. Il movimento primordiale dell’esteriorizzazione della tensione interna, di estroflessione dell’oggetto cattivo per usare il linguaggio di Melanie Klein, ha il corrispettivo somatico nello sputare, nell’espulsione come fondamento dell’esperienza soggettiva dell’esteriorità, la quale avviene propriamente mediante l’estroflessione dell’oggetto cattivo.
Seguendo queste suggestioni la vita psichica originerebbe dallo sputare fuori, dall’estroflessione, piuttosto che dall’ingoiare: come dire che per ingoiare bisogna prima aver sputato. Ciò che contrasta con l’equilibrio omeostatico viene espulso e così il soggetto si differenzia: ma all’inizio l’altro sono io, sputato. Proprio per questa genesi dell’alterità, l’oggetto sorge sempre come un oggetto soggettivo che non può essere adeguatamente metabolizzato, un residuo inassimilabile. Ci allontaniamo dalla teoria omeostatica basata sul principio di piacere, per entrare nel regno della pulsione di morte. Su questo alla fine Freud sputa il rospo: il residuo inassimilabile della pulsione non può essere mai esternalizzato una volta per tutte. L’odio puro non contempla, diversamente dall’odio paranoico, la tendenza aggressiva verso l’immagine dell’altro. Per questo l’odio non tende alla distruzione ma si presenta come insaziabile, dunque senza oggetto, un godimento senza desiderio (Lacan). Esso non ha oggetto, non punta all’annientamento del nemico perché il suo nemico è la vita stessa. La vita e le sue soglie dolorosamente attraversabili.

M. (una donna adulta, madre, affermata nel proprio lavoro): “Ogni volta che faccio qualcosa, la devo demolire. Quando sto dando vita a una relazione, a una cosa in cui credo, poi devo fare in modo di sfasciare tutto”. M. porta in seduta il seguente sogno: “Sono davanti al cancello cigolante di un cimitero, non riesco o non voglio entrare. Resto sulla soglia, mentre dall’altra parte un mio amico – che nella realtà è morto qualche tempo fa – mi fa cenno di entrare”.
Le chiedo cosa associa al cancello (alla cesura?): “qualcosa che contiene la non-vita”; a questo punto le viene in mente un ricordo traumatico infantile, di quando un parente l’ha molestata trascinandola al buio del portone di casa, per cui “non mi posso permettere di essere vitale”. Ma questo “attacco alla vitalità” potrebbe evocare soglie molto più arcaiche.

Il tubo neurale di Chigurh

Anton Chigurh è il personaggio inventato da Cormac McCarthy nel suo ultimo romanzo Non è un paese per vecchi, uno di quei rari libri che si prestano a una lettura multipla, una scrittura affilata e secca che mi pare possa dire qualcosa in merito all’odio senza oggetto.
La storia è ambientata ai giorni nostri, nella terra di confine/cesura tra Texas e Messico, una zona in cui regnano anomia e violenza: Chigurh ne è l’abitatore. Il suo avversario è lo sceriffo Bell, un uomo d’altri tempi che non sa capacitarsi della ferocia del presente. Entrambi sono sulle tracce di Moss, un reduce del Vietnam che mentre cacciava antilopi lungo il Rio Grande si è imbattuto nei resti di uno scontro tra narcotrafficanti; lì trova una borsa piena di dollari. Inizia così un inseguimento, e il destino di Moss dipenderà da chi dei due inseguitori lo troverà per primo.
Chi è Chigurh? O meglio, che cosa è? Lo sceriffo Bell lo definisce “un fantasma, o forse un nuovo tipo di persona”. Piuttosto, è una non-persona. È un gelido assassino, come arma usa “un aggeggio tipo bombola di ossigeno… e poi aveva un tubo che gli passava dentro la manica e andava a finire in una di quelle pistole ad aria compressa che usano al mattatoio”. Si avvicina con lentezza a ogni sua vittima, come ad esempio lo sconosciuto automobilista cui chiede un passaggio: “gli appoggiò la mano sulla testa come un guaritore. Il sibilo e lo scatto dello stantuffo pneumatico fecero il rumore di una porta che si chiude. L’uomo scivolò a terra senza un suono, con un buco rotondo sulla fronte… Chigurh si asciugò la mano col fazzoletto. Non volevo sporcare la macchina di sangue, tutto qui, disse”. Strana arma: un’ingombrante bombola di anidride carbonica, una pistola per il bestiame a colpo singolo, uno stantuffo di acciaio al cobalto efficace solo a distanza molto ravvicinata, senza detonazione, senza sputare fuoco, senza proiettili. Per associazione penso alla descrizione embriologica della doccia neurale che si scava dal retro verso l’estremità e si chiude in un canale, il tubo neurale, centro motore dell’organismo in sviluppo; attraverso il tubo si produce un’attività elettrica, una serie di elettrochoc che opera l’organizzazione degli organi. L’energia del tubo neurale dorsale dell’embrione potrebbe essere la prima organizzazione mentale in stato nascente: l’attività elettrica genera le fibre e i circuiti che la accoglieranno. Posso immaginare che questo sia tutt’altro che indolore anche per un embrione, e che di queste esperienze restino tracce: “Lei dice di non avere “alcuna esperienza sensoriale”, ma non è forse possibile che mentre lei ha “dimenticato” l’esperienza, essa, così come è stata, non ha dimenticato lei?” (Bion).
Ma torniamo al racconto di McCarthy: quando, in una stazione di servizio, il proprietario del distributore gli rivolge parola, Chigurh comincia a guardarlo senza staccargli gli occhi di dosso. L’uomo distoglie lo sguardo, Chigurh no. Il dialogo è surreale. Chigurh prende dalla tasca una monetina:
Qual è la cosa più grossa che hai visto perdere a testa o croce?
Non lo so. In genere non si gioca qualcosa a testa o croce. Di solito si usa per sistemare una questione.
Qual è la questione più grossa che hai visto sistemare?
Non lo so.
Scegli e basta.
Be’, devo sapere cosa c’è in ballo.
Perché, cambierebbe qualcosa? Devi scegliere tu, disse Chigurh. Non posso scegliere io, non sarebbe onesto. Non sarebbe neanche giusto. Scegli, avanti.
Ma io non mi sono giocato niente.
Sì invece. Te lo stai giocando da quando sei nato. Solo che non lo sapevi. Sai che data c’è su questa moneta?
No.
Millenovecentocinquantotto. Ha viaggiato ventidue anni prima di arrivare qui. E adesso è qui. E sono qui anch’io. E ci tengo la mano sopra. Ed è testa o croce. E devi dirlo tu. Scegli.
Non so cosa posso vincere.
Puoi vincere tutto, disse Chigurh. Tutto.
Non la capisco proprio.
Scegli.
Testa, allora.
Chigurh scoprì la moneta. Ruotò leggermente il braccio perché l’uomo la vedesse. Ben fatto, disse.
Si tolse la monetina dal polso e gliela consegnò.
E cosa ci dovrei fare?
Prendila. È la tua moneta portafortuna. Non metterla in tasca. Sennò non la sai più riconoscere.

Ne L’alba dell’oblio Bion torna spesso sul tema della scelta e del caso: “la Scelta e il Caso non possono estinguersi senza la nostra estinzione stessa (…) Noi dobbiamo scegliere (…) Mancanza di scelta significa che ognuno di noi ancora mantiene le sue qualità di pesce”. Bisogna scegliere, anche a rischio di sbagliare: “saggezza o oblio – fate la vostra scelta. Da questa guerra non c’è scampo”.
Chigurh si considera uno strumento, anche le cose più piccole possono essere uno strumento: Vedi qual è il problema. Che si separa l’atto dalla cosa. Come se le parti di un certo momento della storia fossero intercambiabili con quelle di un altro momento. Come potrebbe essere? Be’, è solo una monetina. Sì, è vero. Siamo sicuri?
C’è uno stadio di sviluppo in cui l’embrione umano comincia a percepire stimoli esterni, ma questo avviene prima ancora che i recettori sensoriali siano completati. Gli stimoli esterni sono inizialmente vaghi e aspecifici e sembrano seguire un programma morfogenetico autonomo. A questo punto, le cavità ottiche e uditive iniziano le registrazioni di tracce mnestiche. Mentre la guerra intestina auto-organizzante impazza, forse il feto comincia a sognare.
Queste dinamiche pre-natali sono del tutto autopoietiche, le trasformazioni in atto non sono funzione degli stimoli dell’ambiente. Quando entra in un appartamento vuoto, Chigurh “aprì il frigorifero e prese un cartone di latte, lo aprì, lo annusò e bevve”. Sul tavolo c’è un televisore e, col cartone di latte in mano, “guardò il proprio riflesso nello schermo grigio spento”. In campo qui non c’è ancora lo sguardo dell’altro, ma il proprio riflesso. Quando uccide un’altra delle sue vittime, Chigurh gli chiede: “non voltare gli occhi. Voglio che mi guardi in faccia. Chigurh gli sparò in fronte e poi rimase lì chino a osservarlo… a osservare la sua stessa immagine che si degradava in quel mondo sprecato”. Bion a questo proposito scrive: “gli specchi di liquido riflettente di qualsiasi genere divengono oggetti di dispiacere”.
Qui non è sufficiente la complessa psicodinamica del narcisismo maligno, il sadismo di un Super-io crudele e onnipotente: Chigurh è un non-soggetto, o un non-ancora-soggetto. È un fantasma primario, il residuo di una cesura mai attraversata. Ecco come il detective Wells, l’unico ad averlo visto fisicamente, mette sull’avviso Moss:
Chi sarebbe questo tipo, l’uomo più cattivo di tutti i tempi?
Io non lo descriverei così.
E come lo descriverebbe?
Wells ci pensò un po’. Direi che gli manca totalmente il senso dell’umorismo.
Non è mica un reato.
Non è questo il punto. (…) Non si possono fare accordi con quel tipo. Anche se lei gli restituisse i soldi, lui la ammazzerebbe lo stesso. Non c’è nessuno sulla faccia della terra che abbia avuto da ridire con lui e sia ancora vivo. Chigurh è un uomo strano. Si potrebbe addirittura dire che ha dei saldi principi. Principi che vanno al di là dei soldi, della droga e di altre cose del genere.
Bion scrive: “La crudeltà è una forma molto primitiva di amore. (…) gastro-moralità”. E ancora: “fra i molti e frequenti pericoli della psicoanalisi nessuno è maggiore dell’esperienza dell’incontro delle personalità pre-natali e post-natali”.
Ed ecco la fine di Wells, ennesima vittima di Chigurh, che nel frattempo è rimasto ferito in uno scontro con Moss:
Non sei obbligato a farlo, disse Wells. Io sono un intermediario. Potrei levarmi tranquillamente di mezzo.
Potresti.
Chigurh guardò fuori dalla finestra, con il fucile posato sulle ginocchia. Il fatto di essere stato ferito mi ha cambiato, disse. Ha cambiato la mia prospettiva. Ho fatto un passo avanti, per così dire. Certe cose che prima non erano al posto giusto adesso lo sono. Pensavo che lo fossero anche prima, ma mi sbagliavo. Mi sono messo in pari con me stesso, non saprei come altro dire. Non è una cattiva cosa. Era ora.
Lo scrittore descrive minuziosamente la profonda ferita alla coscia, soffermandosi sull’auto-intervento chirurgica. Chiurla non prova dolore, agisce imperturbabile con farmaci e attrezzi acquistati in un ambulatorio veterinario. Un forcipe. Delle forbici. Ora qualcosa è mutato, Chiurla siede in maniera scomposta – non è da lui – con il mento appoggiato sulle nocche, sembra umanizzato mentre racconta a Wells di come, dopo un ennesimo omicidio che questa volta ha una motivazione reattiva (un tale in un bar lo ha guardato ridacchiando e gli ha detto “una cosa difficile da ignorare”), si è fatto ammanettare da un vicesceriffo. Non so perché, forse volevo vedere se riuscivo a liberarmi con la pura forza di volontà. Perché sono convinto che si possa fare. Che non sia impossibile. Ma è stata una cosa stupida. Un gesto di vanità. Chigurh ora inizia a percepire l’ambiente esterno e i suoi movimenti interni.
Ma il destino di Wells è segnato, a nulla serve la sua proposta di dargli tutti i soldi:
Lo sai che non andrà come dici tu.
Va all’inferno.
Pensi di poter guadagnare tempo usando gli occhi.
Che vuoi dire?
Pensi di guadagnare tempo continuando a guardarmi negli occhi.
Non è vero.
Tu pensi che non chiuderai gli occhi. Ma li chiuderai.
Wells non rispose. Chigurh lo guardò. E so cos’altro pensi, disse.
Tu non sai cosa penso.
Tu pensi che io sia come te. Che sia solo fame di soldi. Ma io non sono come te. Io vivo una vita semplice.
Avanti, facciamola finita.
Sì, disse Chigurh. Dicono sempre così. Ma non dicono sul serio, non ti pare? (…). Come fa uno a decidere in quale ordine abbandonare la propria vita?
Questa volta è un colpo di fucile, devastante. Chigurh usa pallini per uccelli per non rompere i vetri e non farne piovere i pezzi sui passanti, raccoglie il bossolo dal tappeto, ci soffia dentro e lo mette in tasca. Vi è qui un passaggio decisivo: d’ora in poi, userà armi da fuoco. Il che implica la necessità di una distanza laddove vi era adesività; e l’emissione di un bossolo “corpo estraneo” che viene raccolto: in linguaggio psicoanalitico, una quota di energia pulsionale appare ora legata (ogni volta che è ferito – lo sarà ulteriormente in un banale incidente stradale – Chigurh si applica con accortezza legamenti per fermare le perdite di sangue).
Intanto Moss, l’antagonista, è ucciso in uno scontro a fuoco con una banda di narcotrafficanti, ma questa volta Chigurh non c’entra, e forse i due erano uno, o l’uno il gemello immaginario dell’altro. Il killer ricompare invece nella scena più intensa del libro, a casa della donna di Moss, del tutto estranea e personaggio sin qui secondario. Il loro dialogo è secco e decisivo:
Non hai motivo di farmi del male.
Lo so, ma ho dato la mia parola.
La tua parola?
Sì. Qui siamo alla mercé dei morti. In questo caso di tuo marito.
Non ha senso.
Invece sì, purtroppo.
Io non li ho i soldi. E tu lo sai che non li ho.
Lo so.
Hai giurato a mio marito che mi avresti ammazzata?
Sì.
Ma è morto. Mio marito è morto.
Sì. Ma io no.
Ai morti non si deve nulla.
Sì, ma la mia parola non è morta. Niente può cambiare.
Tu la puoi cambiare.
Non credo proprio. Quello che è fatto non si può disfare. Credo che tu lo capisca. Tuo marito, mi dispiace dirtelo, ha avuto la possibilità di impedire che ti fosse fatto del male ma l’ha rifiutata. Gli è stata data la scelta e ha risposto di no. Altrimenti adesso non sarei qui.
Tu mi vuoi ammazzare.
Mi dispiace.
Non so cosa ho fatto per meritarmelo. Non lo so proprio.
Chigurh annuì. Probabilmente lo sai, disse. C’è una ragione per tutto. C’è qualcos’altro che vorresti dire?
A chi?
Qui ci sono soltanto io.
A te non ho niente da dire.
Andrà tutto bene. Cerca di non preoccuparti. Non dovresti avere più paura di morire solo perché pensi che io sia cattivo.
Quando ti ho visto lì seduto ho capito subito che eri pazzo, disse lei.
Chigurh sorrise. Lo so che è difficile da capire, disse. Vedo che la gente non riesce proprio a farsene una ragione. Hanno uno sguardo negli occhi. Dicono sempre la stessa cosa.
Che cosa dicono?
Dicono; non sei obbligato a farlo.
Infatti, non sei obbligato.
Ma questo non è di grande aiuto, vero?
No.
E allora perché lo dite?
(Chigurh lancia in aria una moneta); testa o croce.
Cosa?
Testa o croce.
Non lo dico.
Sì che lo dici. Avanti, testa o croce.
Dio non vorrebbe che lo facessi.
Ma certo che vorrebbe. Devi provare a salvarti la vita. Testa o croce? È la tua ultima chance.
Testa, disse lei.
Lui sollevò la mano. Era croce.
Mi dispiace.
Lei non rispose.
Forse è meglio così.
Lei guardò altrove. Tu fai sembrare che sia colpa della moneta. Ma la colpa è tua.
Poteva andare in un modo o nell’altro.
La moneta non poteva decidere. A decidere sei stato tu e basta.
Forse. Ma guardala dalla mia prospettiva. Io sono arrivato a questo punto esattamente come ci è arrivata la moneta.
Non mi avresti lasciata andare comunque.
Non stava a me scegliere. Ogni momento della tua vita rappresenta una svolta e una scelta. A un certo punto hai compiuto una scelta. E tutto è andato di conseguenza. La contabilità è precisa. La forma è tracciata. Nessuna linea può essere cancellata. Mi dispiace.
Lei lo guardò un’ultima volta. Non sei obbligato, disse. Non sei obbligato. No.
Lui scosse la testa. Mi stai chiedendo di rendermi vulnerabile, e questo non lo posso fare. Ho solo un modo per sopravvivere. Non ammette eccezioni. Al limite un lancio di monetina. In questo caso, abbastanza inutile. La gran parte della gente non crede che possa esistere una persona del genere. È evidente che per loro è un bel problema. Come si fa a sconfiggere qualcosa di cui si rifiuta di ammettere l’esistenza? Capisci? Quando sono entrato nella tua vita, la tua vita era finita. Ha avuto un inizio, uno svolgimento, una fine. Questa è la fine. Puoi dire che le cose sarebbero potute andare in altro modo. Che avrebbero potuto essere diverse. Ma questo che significa? Non sono diverse. Stanno così. Lo capisci?
Sì, disse lei, singhiozzando. Lo capisco. Lo capisco benissimo.
Bene, disse lui. Così va bene. E le sparò.

Immagino questa scena come il drammatico incontro tra una mente fetale e il suo sé post-natale, separato. Un feto potrebbe provare avversione per le sue sensazioni, e tentare in qualche modo di liberarsene. L’apprendimento è legato allo sforzo di discriminazione nel marasma sensoriale, alle ferite che ne conseguono, alla vulnerabilità necessaria, alla scelta incomprensibile. Se Chigurh non agisse, l’oblio sarebbe completo e la rimozione primaria otterrebbe il suo bottino. C’è un’eccedenza inassimilabile che bisogna trasformare per quello è possibile. Melanie Klein ha postulato l’identificazione proiettiva anche se, come precisa Bion “lei non l’attribuiva ai feti”.

 

Bibliografia

Bion W. R. (1979), Memoria del futuro. L’alba dell’oblio, Raffaello Cortina, Milano 2007
Freud S. (1915), Pulsioni e loro destini, OSF vol. 8, Boringhieri, Torino 1967-1980
Freud S. (1920), Al di là del principio di piacere, OSF vol. 9
Freud S. (1925), Inibizione, sintomo, angoscia, OSF vol. 10
McCarthy C. (2005), Non è un paese per vecchi, Einaudi, Torino 2006

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