Al di là della finzione: il “c’è” del sembiante

di Sabrina Di Cioccio

immagine di cioccio

«La verità è godere a far sembiante e non ammettere in nessun caso che la realtà di ognuna di queste due metà predomini se non affermandosi come appartenente all’altra, ossia mentendo a getti alterni. Tale è il semi- detto della verità» (Lacan J., p.141, 1971).

In che modo trattare qualcosa del sembiante?

Sostando un po’, poco, su un titolo che solletica: Much ado about nothing.

Molto rumore per nulla, per un “no- thing” che nello slang elisabettiano allude al non- cosino delle donne, quel cosino da nulla da cui l’inganno, l’equivoco, la farsa: insomma, il gran rumore dei personaggi della scena che sembrerebbe avere a che fare con una verità di cui l’uomo non sa ridere, e in funzione della quale non riesce proprio ad affrancarsi da pene- adoes- inutili- about nothing (Fusini, 2009). 

Il fallo: c’è chi non ce l’ha.

Nel Seminario III (1955- 1956), Lacan riprendendo l’interrogativo fondamentale di Dora sul Che cosa è un organo femminile, sottolinea quanto questa questione non la interroghi su quale sia il suo sesso ma sul Che cosa è essere una donna di cui è anche il soggetto maschile a chiedersi, e che non può che rinviare all’insistenza con cui Freud aveva già evidenziato una dissimmetria essenziale dell’Edipo, nell’uno e nell’altro sesso.
Se è intorno alla mancanza immaginaria del fallo che tra madre e bambino si stabiliscono scambi affettivi e immaginari, è in funzione del padre che il complesso di castrazione assume un valore cardine nella realizzazione dell’Edipo: il padre nella dialettica freudiana è all’interno del trio colui che detiene il fallo, non lo scambia né lo dà, veicolandone la funzione immaginaria di «perno del processo simbolico che compie nei due sessi la messa in questione del sesso da parte del complesso di castrazione» (Lacan, p. 551, 1958). Il fallo non ha altro corrispondente simbolico, e ciò implica che l’accesso alla realizzazione soggettiva da parte della bambina come del bambino, avvenga attraverso il medesimo sentiero della castrazione.
La dissimmetria è dunque a livello del significante: implica che uno dei due sessi sia costretto a prendere come base della propria identificazione l’immagine dell’altro sesso, e quindi che non sia una dissimmetria riducibile all’elemento anatomico ma situabile a livello simbolico.
Non c’è simbolizzazione del sesso della donna (Lacan, 1956, p.202- 203).

Torniamo ora alla verità attorno alla quale Shakespeare gioca la sua commedia: c’è chi non ce l’ha, il fallo.

Il sesso femminile è denotato da un carattere di assenza, di vuoto, di buco che fa si che sia meno desiderabile del sesso maschile in ciò che esso ha di provocante: per l’inconscio il sesso è uno, ed assolve la funzione logica di ostacolare il rapporto tra ciò che sarebbe maschile e ciò che sarebbe femminile ovvero di poterlo scrivere.

Non c’è rapporto sessuale nell’essere parlante.

L’aforisma lacaniano si sostiene nell’effetto sorpresa derivato dall’insostenibilità della bipolarità sessuale rivelata dalla funzione del fallo, tale da volatizzare qualunque cosa si possa scrivere di questo rapporto: ma un passo per volta.
Ne Il seminario XVIII (1971), Lacan presenta l’abisso che c’è tra il termine sessualità e quanto invece rivelato da Freud del funzionamento dell’inconscio che non ha niente di biologico e invero ha un nome perfettamente enunciabile: i rapporti tra l’uomo e la donna.
L’incapacità di cui l’essere umano sembra soffrire nel non sapersi aggiustare bene con il sesso e con il partner, prova l’insufficienza di ridurre la differenza sessuale all’organo, che tuttavia non riuscirebbe a far riconoscere il maschio dalla femmina se non in funzione di criteri formati sotto la dipendenza del linguaggio. L’identità di genere per Lacan, è infatti quanto si esprime con i termini l’uomo e la donna, ed implica che ciò che definisca l’uomo sia il suo rapporto con la donna e ciò che definisca la donna sia il suo rapporto con l’uomo: ne deriva che per il ragazzo diventato adulto si tratti di fare- uomo, di segnalare alla ragazza che lo si è (Lacan, 1971, pp.25- 26).

Nell’ordine sessuale non basta essere, bisogna anche sembrare.

E’ J. A. Miller a scriverlo nella quarta di copertina dell’edizione francese di questo stesso seminario dal titolo: Di un discorso che non sarebbe del sembiante, e che di fatto per Lacan, non c’è- Non c’è discorso se non di sembiante (ibidem, p.136)-, e se ci fosse, non sarebbe che il rapporto sessuale tra l’uomo e la donna.
Il sembiante del fallo è il centro di quel che si può ordinare e contenere del godimento sessuale, ciò che consente di vestire il reale, di civilizzare il godimento in gioco : se quindi a specificare l’essere umano è il non c’è rapporto sessuale , tutto ciò con cui egli tenta di costruire tale rapporto – di supplire a quel non c’è che non è forclusione né buco ma assenza tuttavia enunciabile -, è dell’ordine del sembiante. Non è che dal sembiante del godimento che procede il discorso che instaura il rapporto sessuale come quel che fa difetto al campo della verità: pur mettendovi l’accento, il fallo non indica affatto l’organo chiamato pene con la sua funzione fisiologica ma il suo rapporto con il godimento.
Il fallo assolve la funzione logica di ostacolare la possibilità che il rapporto sessuale si scriva, determinando quell’apertura beante in cui il linguaggio introduce due termini che non si definiscono in quanto maschile e femminile ma per la scelta che c’è tra due termini di natura e funzione diverse, chiamati esserlo e averlo: per Lacan a provarlo e a rendere evidente tale distanza, è la sostituzione della legge sessuale al rapporto sessuale . E’ dunque in relazione al fallo, e alla sua funzione di terzo non intermedio, che l’uomo e la donna si trovano in difficoltà rispetto al godimento sessuale in un modo elettivo rispetto a tutti gli altri godimenti: la contingenza poi dell’incontro nella relazione amorosa, tenta di opporsi al non c’è rapporto sessuale, rintracciando quella modalità di godimento che per ciascuno è singolare e lo legittima a desiderare- nonostante il rapporto tra l’uomo e la donna sia radicalmente falsato dalla legge sessuale -, che ci sia la sua ciascuna a rispondergli . Ne consegue che la contingenza dell’incontro con il godimento, diventi necessaria: si ripeta per fare sembiante e sostenere che c’è rapporto.

Laddove non c’è rapporto sessuale, c’è questo sembiante sessuale di cui ciascuno gode e che indossa una maschera con su scritto “c’è rapporto sessuale” per supplire a ciò che non cessa di non scriversi, proprio attraverso la fabbricazione di finzioni capaci di coprire la ferita dell’assenza di scrittura del rapporto sessuale: l’identità sessuale non è che una falsa identità, un sembiante di identità, una finzione che razionalizza l’impossibile da cui proviene.
Nel godimento sessuale c’è distanza tra l’uomo e la donna.
La donna è nella posizione di evidenziare l’equivalenza tra il godimento e il sembiante, è il supporto di quanto c’è di sembiante nel rapporto tra l’uomo e la donna: è per l’uomo, l’ora della verità .

Sì: è un po’ poco..
Un po’, intorno e su, quel che Shakespeare morde con la propria opera, velandone la beffa e servendosi per dirlo, dell’amore: c’è chi non ce l’ha, e chi, per quante finte vuole, non lo è.

 

BIBLIOGRAFIA

Freud S. (1929). Il disagio della civiltà, in Opere X. Torino: Boringhieri.
Lacan J. (1981). Il seminario III. Le psicosi 1955- 1956. Torino: Einaudi
Lacan J. (1971). Il seminario Libro XVIII Di un discorso che non sarebbe del sembiante. Torino: Einaudi, 2010.
Lacan J. (1958). La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti vol. II. Torino: Einaudi
Lacan J. (1972). Lo stordito. Milano: Feltrinelli, 1977.
Shakespeare W. (1598). Molto rumore per nulla. Milano: Feltrinelli, 2009.

 

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