Di Marisa Di Persio

Scrivo questo articolo per condividere la storia di vita di Sem, nome di fantasia, e riflettere sul significato che il corpo e il legame con l’altro possono assumere nel processo di costruzione dell’identità.
Sem, 26 anni, chiede un’analisi per comprendere perché non riesca a convivere con la compagna, nonostante l’affetto. Racconta un’esistenza dolorosa: non si è mai sentito donna, ma un maschio in un corpo femminile, «un corpo che non mi rappresenta».
Descrive il lungo iter per ottenere una nuova identità e modificare il corpo: burocrazia, tribunali, colloqui psicologici, isterectomia, mastectomia e testosterone. Quattro anni dopo, la felicità attesa non è arrivata e riferisce di non sapere più chi sia.
Guardandosi allo specchio prova avversione e mancanza di valore; si sente sbagliato e incapace di vivere. Si isola, piange a lungo e talvolta pensa di porre fine alla propria esistenza.
La vergogna corporea risale all’infanzia: dai dodici anni usa fasce per nascondere il seno. In analisi si chiede prima cosa significhi essere trans. Poi aggiunge: «Forse mi pongo la domanda sbagliata? Forse dovrei chiedermi cosa significa essere una persona?».
Questa domanda apre uno spazio differente. L’identità non viene più ricercata esclusivamente attraverso il corpo, ma anche attraverso la possibilità di sentirsi soggetto, persona e individuo capace di vivere e sentire.
continua a leggere
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.