La natura del legame genera vita o morte

Di Marisa Di Persio

Scrivo questo articolo per condividere la storia di vita di Sem, nome di fantasia, e riflettere sul significato che il corpo e il legame con l’altro possono assumere nel processo di costruzione dell’identità.

Sem, 26 anni, chiede un’analisi per comprendere perché non riesca a convivere con la compagna, nonostante l’affetto. Racconta un’esistenza dolorosa: non si è mai sentito donna, ma un maschio in un corpo femminile, «un corpo che non mi rappresenta».

Descrive il lungo iter per ottenere una nuova identità e modificare il corpo: burocrazia, tribunali, colloqui psicologici, isterectomia, mastectomia e testosterone. Quattro anni dopo, la felicità attesa non è arrivata e riferisce di non sapere più chi sia.

Guardandosi allo specchio prova avversione e mancanza di valore; si sente sbagliato e incapace di vivere. Si isola, piange a lungo e talvolta pensa di porre fine alla propria esistenza.

La vergogna corporea risale all’infanzia: dai dodici anni usa fasce per nascondere il seno. In analisi si chiede prima cosa significhi essere trans. Poi aggiunge: «Forse mi pongo la domanda sbagliata? Forse dovrei chiedermi cosa significa essere una persona?».

Questa domanda apre uno spazio differente. L’identità non viene più ricercata esclusivamente attraverso il corpo, ma anche attraverso la possibilità di sentirsi soggetto, persona e individuo capace di vivere e sentire.

La storia familiare

Sem descrive una madre fredda, anoressica e assorbita dal lutto per la propria madre, e un padre violento e maschilista. Fu concepito accidentalmente da due diciottenni, sposatisi per compiacere le famiglie.

Si identifica profondamente con il fratello minore e desidera gli stessi giochi. In termini kleiniani, sembra costruire l’idea che diventare come lui possa renderlo amato e accettato.

Durante l’adolescenza, la comparsa dei caratteri sessuali secondari rende evidente la distanza tra il corpo desiderato e quello reale. Sem scopre di non poter essere come il fratello. Il bisogno di essere riconosciuto e accettato dall’altro si intensifica progressivamente, fino ad assumere una funzione motivazionale determinante nella decisione di intraprendere il percorso di transizione.

Questa ricostruzione appartiene al lavoro analitico e non consente di stabilire un rapporto causale tra la storia familiare e l’identità di genere di Sem. La storia relazionale può tuttavia contribuire a comprendere il significato soggettivo che il corpo, il riconoscimento e la trasformazione hanno assunto nella vita del paziente.

La madre, remissiva e svalutata dal marito, si sente inadeguata anche in cucina: la suocera prepara i pasti, mentre lei mangia separata e soprattutto dolci. Le difficoltà alimentari conducono a un ricovero per grave perdita di peso e vomito.

Sem ammira il padre e desidera dialogare con lui, ma non riesce a farlo. Si sente un figlio non desiderato, costretto ad «auto-crearsi», e ricorda un’infanzia segnata dalla solitudine.

Durante l’adolescenza, il rapporto con il fratello si fa più distante. Il padre accoglie quest’ultimo come un figliol prodigo e va a pesca con lui, un’attività che Sem vorrebbe condividere: in questo desiderio si esprime ancora il suo bisogno di riconoscimento paterno.

La nonna paterna, con la quale Sem riesce a dialogare, gli diceva da bambino: «Tu sei una donna, gioca con le bambole!». Ancora oggi gli chiede: «Dove hai messo quella bella bambina di nome Natalie?». Queste parole lo feriscono profondamente.

Intrattiene una buona relazione con la sorella più piccola di 5 anni. Spesso prova sentimenti di tristezza, rabbia, colpa, fallimento e angoscia. Fatica a creare nuove relazioni per il disagio e il timore del giudizio.

Il corpo e la domanda di essere

Sem desidera vivere la propria vita e non privarsene, come sente di aver fatto durante l’adolescenza. Prova un profondo affetto per la compagna, ma non si sente compreso quando lei gli chiede di sottoporsi alla falloplastica.

Quando chiede alla madre se avesse notato la sua sofferenza, lei ammette di sì, ma di averla evitata perché «un fardello troppo grande». Sem ne resta profondamente deluso.

Una fotografia infantile, in cui la madre lo aveva vestito da Zorro, lo porta a interrogarne il ruolo e ad attribuirle parte della responsabilità della propria sofferenza.

In seduta riferisce frequentemente difficoltà nella comunicazione con persone che percepisce come sicure di sé e autorevoli. Propongo quindi uno spazio nel quale non debba sentirsi isolato, ma possa pensare e lavorare sul proprio dolore. Insieme iniziamo un viaggio analitico, ponendo lo sguardo su ciò che oggi abbiamo: Sem.

Nel transfert emergono paura dell’abbandono e rabbia, collegate a una madre emotivamente poco disponibile, forse ancora assorbita dal proprio lutto e quindi meno capace di riconoscere il bambino reale.

In seduta provo spesso confusione, quasi dovessi scegliere io il sesso di Sem, che continua a sentirsi a disagio nel nuovo corpo. Mi chiedo quale parte di sé possa evolvere attraverso l’analisi.

Dopo quattro anni di lavoro, Sem formula una domanda fondamentale: «Se mi fossi sentito amato, forse tutto questo non lo avrei fatto?». La domanda non costituisce una risposta, ma apre la possibilità di interrogare la propria storia e di distinguere il bisogno di essere amato dalla necessità di modificare il corpo.

Scissione e integrazione

Nel materiale clinico appare una scissione: ciò che è sotto la cintola è vissuto come cattivo, ciò che è sopra come buono. L’analisi avvicina progressivamente queste parti, favorendo un’immagine più integrata e meno persecutoria.

Il corpo può essere inteso come la superficie sulla quale si inscrivono dinamiche intrapsichiche e intersoggettive che, nel tempo, diventano organizzazioni interne. Talvolta il corpo sembra sapere ciò che la mente non riesce ancora a pensare.

Sem ha sempre vissuto il corpo come estraneo, quasi consegnatogli per errore. Da bambino attendeva invano che Babbo Natale esaudisse il desiderio di cambiarlo: un’attesa delusa che attraversa anche le sue relazioni.

Nella sua storia, la trasformazione corporea sembra avere anche una funzione di contenimento psichico: proteggere concretamente un Sé fragile. Non si patologizza né si generalizza la transizione; si indaga come il corpo sia divenuto il luogo di domande identitarie, angosce e bisogni di riconoscimento.

Quando la funzione simbolica è compromessa, come osserva Segal, simbolo, oggetto e soggetto si differenziano poco. «Questo corpo non mi rappresenta» può allora risuonare anche come «Tu non mi rappresenti»: senza riconoscimento dell’altro, la fiducia diventa difficile.

Attraverso l’identificazione proiettiva, Sem sembra farmi sperimentare qualcosa della sua confusione interna. Sento che ha bisogno di incontrare un oggetto capace di rêverie, non giudicante né intrusivo, attraverso il quale fare esperienza di una relazione sufficientemente sicura.

Sem dice spesso di non sentirsi persona, ma una cosa, una carcassa o scarto. Si stupisce quando lo accolgo, in senso winnicottiano, tra gli esseri umani: soggetti capaci di vivere e sentire.

Possiamo ipotizzare che, nelle prime esperienze relazionali, il bambino non sia stato sufficientemente visto e riconosciuto nella sua soggettività. In questa prospettiva, il sentirsi invisibile potrebbe aver contribuito alle successive difficoltà nel parlare, socializzare, giocare e stabilire relazioni.

Transfert e controtransfert

Emerge un Super-Io rigido e giudicante. Nel transfert Sem comunica il bisogno di affidarsi per esprimere rabbia e amore; nel campo analitico compaiono anche figure terrificanti, come il «demone» che sente di possedere.

In seduta è controllato e parla con voce priva di colore, come se le emozioni non dovessero emergere. Ha bisogno che siano accolte anche le parti vissute come mostruose e violente, in un mondo interno persecutorio.

Il transfert negativo si contrappone a quello amoroso. Sem sente il bisogno di presentarmi anche la propria parte femminile. Appare un Io fragile, schiacciato da un Super-Io vissuto come una croce da portare.

Controtransferalmente sento indefinizione, riflesso della difficoltà di Sem a riconoscersi e a sentirsi presente nelle relazioni. L’analisi diventa uno spazio in cui l’altro non è subito giudicante o persecutorio.

L’analista offre un modello di elaborazione, usando un linguaggio che esprima contenuto e senso emotivo. Come scrive Bion, occorre porsi «senza memoria e desiderio»: non anticipare chi il paziente debba diventare, ma consentire l’emergere di ciò che non riesce ancora a pensare.

Conclusioni

Una madre fragile, assorbita dal dolore, un padre violento e impulsivo contribuiscono a un ambiente primario vissuto come ostile e inaffidabile. Sem interiorizza freddezza emotiva, diventando distante da sé e dall’altro e poco capace di riconoscere i propri affetti.

L’analisi non definisce chi sia Sem né stabilisce causalità tra famiglia, corpo e transizione. Interroga invece il significato soggettivo di tali esperienze, senza negarne l’identità o ridurla alle relazioni familiari.

La domanda «Se mi fossi sentito amato, forse tutto questo non lo avrei fatto?» segna una svolta: la sofferenza può essere pensata, non soltanto agita o inscritta nel corpo.

Alla fine del percorso Sem è capace di accogliere meglio gli stati emotivi ambivalenti, si sente più attrezzato per il mondo e accetta maggiormente il corpo e le persone vicine. La realtà interna ed esterna non è più soltanto persecutoria.

Forse il risultato più significativo dell’analisi non consiste nell’aver trovato una definizione identitaria definitiva, ma nell’aver reso possibile l’esperienza di sentirsi persona: qualcuno che vive, sente, desidera, ama e può tollerare anche il dolore.

Accettare il paradosso umano significa tollerare piacere e dolore, perdita, frustrazione e ambivalenza. Integrando questi aspetti, senza scinderli o espellerli, Sem può iniziare ad abitare la propria esistenza.

Bibliografia:

Civitarese G. La violenza delle emozioni. Milano: Cortina, 2011

Ferro A. Nella stanza d’analisi. Milano: Cortina, 1996

Green A. Narcisismo di vita, narcisismo di morte. Milano: Cortina, 2018

Ogden T.H. Prendere vita nella stanza d’analisi. Milano: Cortina, 2022

Quinodoz D. Le parole che toccano. Roma: Borla, 2009

Quinodoz J.M. I sogni che voltano pagina. Milano, 2001

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