Inauguriamo questa raccolta di contributi come si apre uno spazio psichico condiviso: non come semplice successione di testi, ma come campo vivo, attraversato da emozioni che cercano forma. Gli articoli che seguono sono nati nel tempo intenso della giornata inaugurale delle Giornate di Studio dell’APA e portano con sé le tracce di un’esperienza pensata insieme, dove il legame d’amore si è offerto non come tema da definire, ma come forza da attraversare. Amore come tensione verso l’altro, come rischio di trasformazione, come capacità di contenere e di essere contenuti; amore che genera pensiero laddove l’emozione, inizialmente informe, trova una mente disposta ad accoglierla e a restituirla in forma condivisibile. In queste pagine si dispiega un lavoro che non separa affetto e pensiero, ma li tiene in una relazione dinamica, dove ogni contributo diventa gesto di affidamento e atto creativo, invitando il lettore a partecipare a questo processo di continua elaborazione. Prima di entrare nella lettura dei testi, invitiamo il lettore a sostare ancora per un momento in questo spazio condiviso, lasciandosi accompagnare dalle immagini e dalle risonanze del video che segue. Un’introduzione sensibile all’esperienza che ha dato origine a questi contributi, pensata non come semplice premessa, ma come ulteriore apertura emotiva e riflessiva al lavoro che si dispiegherà nelle pagine successive.
Di Alessandra mosca
In Ties l’amore non si mostra come promessa o incanto, ma come funzione primaria, nuda, necessaria. Un filo unisce i due corpi: li tiene insieme e allo stesso tempo li stringe, li affatica, li soffoca. È il segno di ogni legame che conta davvero: non è mai innocuo, non è mai neutro. Muove dipendenze, accende paure, chiama rabbia, suscita il bisogno di trattenere ciò che si teme di perdere.
Il problema non è il filo, ma ciò che accade quando l’emozione non trova una mente capace di ospitarla. Quando l’esperienza affettiva non diventa pensiero, le emozioni non si dicono: si agiscono. Il filo si tende, si accorcia, si stringe. Ciò che nasce come connessione diventa prigionia.
Manca uno spazio interno in cui l’angoscia possa sostare senza essere espulsa, un luogo dove l’incertezza non venga vissuta come fine, dove la distanza non coincida con l’annientamento. Senza questo spazio, il legame non respira: si irrigidisce, si chiude, perde movimento.
In senso psicoanalitico, l’amore è sempre una prova per la mente. Non è solo investimento affettivo, ma capacità di pensare ciò che l’altro suscita. Quando il legame è attraversato soltanto dal bisogno o dalla paura di perdere l’oggetto, quando l’emozione resta senza parola e senza simbolo, l’amore può diventare invasivo, confusivo, talvolta violento. Non perché manchi l’amore, ma perché manca una funzione che lo renda abitabile.
Ties mostra con chiarezza questo fallimento. I due restano legati, ma non riescono più a incontrarsi. Non c’è spazio per la differenza, per l’alterità, per la scoperta. Il legame non genera conoscenza, né dell’altro né di sé. Produce solo ripetizione, agito, circolo chiuso.
È un rischio che attraversa ogni relazione significativa: quando il legame non può essere pensato, diventa rigido; quando non può trasformarsi, diventa pericoloso.
Se portiamo questa immagine sul piano clinico, formativo, istituzionale, la domanda si fa più ampia: quali legami favoriscono davvero la crescita? Forse quelli che permettono di amare senza annullarsi, di odiare senza distruggere, di conoscere senza appropriarsi. Legami capaci di contenere l’intensità senza negarla, di non pretendere soluzioni immediate, ma di rendere possibile un lavoro interno.
Ties ci ricorda che il nodo non è spezzare il filo, ma trasformare il modo in cui si è legati. È un passaggio lento, esigente, che chiede tempo, frustrazione tollerata, la disponibilità a non sapere subito che cosa fare dell’emozione che emerge.
Solo così il legame può diventare uno spazio di pensiero e non soltanto di bisogno. E forse è proprio questa la sfida più profonda di ogni relazione che conta davvero: restare legati senza perdere la capacità di pensare.
Di Assunta Salvatore
LEGAMI
Il corto si avvia.
E mentre le immagini scorrono, il disegno è essenziale.
Un filo teso che, ad un certo punto, si spezza.
E per un attimo, non c’è ancora un pensiero, solo una sensazione corporea: qualcosa che non tiene più. È da lì che dentro di me, iniziano le associazioni. Non prima. Come se il pensiero sul legame nascesse sempre dopo una rottura.
Quando qualcosa si è già lacerato e la mente cerca un modo per non perdere tutto.
Nel corto mi ha colpito proprio questo: il legame diventa possibile solo dopo lo strappo. Finché il filo è teso, finché si tira, non c’è spazio per pensare.
È solo quando si spezza che compare il bisogno di dare una forma a ciò che resta. È da quel momento che dentro di me, inizia a prendere forma l’immagine di quel filo.
Un filo spezzato non scompare: restano le estremità.
Resta la tensione, resta la memoria del legame.
Questo mi ha portato, in modo fulmineo, a pensare ad Almodòvar, al film Abbracci spezzati.
Non quegli abbracci che proteggono, ma quelli che finiscono, quelli che non possono più essere dati. È proprio per questo continuano a esistere dentro.
Lo strappo non cancella l’amore.
Lo costringe a trasformarsi.
Quando l’abbraccio non è più possibile, l’amore diventa immagine, racconto, memoria del corpo.
La perdita impone in qualche modo, una nuova forma del legame: meno agita, ma più interna.
In terapia incontriamo il legame soprattutto quando è in crisi. Quando si è rotto, quando ha fatto male, quando non ha tenuto.
Le persone arrivano portando uno strappo, una separazione, una perdita. Spesso ciò che fa più male non è l’evento in sé, ma il fatto che non abbia trovato ancora un posto nella psiche.
In stanza d’analisi, incontriamo il dolore per un legame che non ha retto, per un abbraccio che si è spezzato, per qualcosa che non è stato come doveva essere.
Nel corto, quel filo che si rompe apre lo spazio per pensare a ciò che resta.
Mi viene in mente una coppia che seguo in terapia: il loro tira e molla somiglia a un tiro alla fune, in cui ci si avvicina e ci si allontana continuamente, tirando senza fine.
E si tira l’altro dalla propria parte, si tira sul significato delle parole, sul tempo, sulle colpe.
In queste situazioni il legame non è uno spazio, ma una tensione continua.
Il filo non serve a tenere insieme, ma a non cedere.
E più si tira, più il filo si tende, fino a diventare insostenibile.
Il compito del terapeuta, non è stabilire chi ha ragione. né rinforzare quel filo; ma creare le condizioni perché possa avvenire quello strappo senza che la relazione si dissolva.
Il legame non è un legame che stringe, che vincola, che trattiene, ma la possibilità di esserci senza dover trattenere. Di incontrarsi senza doversi vincere.
Mentre guardavo il corto, mi è tornata alla mente un’esperienza molto concreta.
Quando lavoravo con i bambini, facevamo un gioco con un gomitolo di lana.
Il bambino partiva da un punto della stanza e si muoveva liberamente, facendo passare il filo intorno agli oggetti, tra le sedie, sotto i tavoli, senza interrompere; Più si muoveva, più lo spazio si riempiva di fili. Alla fine del gomitolo, facevamo un piccolo nodo.
La stanza cambiava. Diventava una trama: non ordinata, non simmetrica, ma viva. Quel nodo finale non cancellava il percorso fatto: permetteva alla trama di tenere.
Nel mio tempo libero mi piace lavorare all’uncinetto e lì ho imparato che quando un filo si spezza, non si può tornare indietro. Bisogna fermarsi. Fare un nodo. Accettare che la trama cambierà.
Nei legami clinici accade qualcosa di simile, i nodi non sono errori. Sono i punti in cui il legame ha incontrato un limite, una perdita, una separazione. Senza quei nodi, il lavoro si disfa.
Ogni filo ha un colore. E ogni colore porta con sé un’emozione.
Dopo uno strappo, i colori cambiano. Diventano meno ingenui, più complessi, più veri.
L’abbraccio, allora, non è il contrario dello strappo.
È ciò che può nascere solo dopo.
Non come gesto, ma come possibilità interna.
Come capacità di stare in relazione senza annullare l’altro né se stessi.
Il lavoro clinico ha a che fare proprio con questo: offrire un legame che non impedisca lo strappo, ma che permetta di attraversarlo.
Un legame che non trattiene, ma accompagna. Che non chiude, ma tiene. E che, proprio per questo, rende possibile una separazione che non distrugge, ma trasforma.
Di Elena Canatelli
Quel filo…. Quel filo che intesse e lega…che è sostegno e prigione, ab-braccio e imbarazzo, appoggio che favorisce e paralizza, che rassicura e spaventa… Un legame è qualcosa di molto semplice e complesso, è spon-taneo e richiede forza e impegno per sopravvivere, è fragile e allo stesso tempo resiste oltre la vita.
Il primo legame si forma spontaneamente, è il legame pre-verbale madre-bam-bino. Ogni legame successivo, in primis quello sentimentale, si forma sulle me-morie di quel legame e ricerca quelle emozioni profonde, che sono carne e san-gue. Da recenti studi di neuroscienze apprendiamo che le lacrime hanno una composizione chimica diversa a seconda che siano state prodotte da un’emo-zione di gioia o di dolore. Quello che rende ognuno di noi un essere unico e irri-petibile dipende da come abbiamo vissuto e registrato dentro di noi il legame e da come continuiamo a portarne memoria consciamente e inconsciamente sotto forma di emozioni.
Nella prima parte della vita, quando i genitori sono attenti e rassicuranti con il bambino piccolo e lo proteggono, senza sostituirsi a lui, favoriscono lo sviluppo della sua autonomia e della sua futura stabilità. In questo processo c’è sempre qualcosa che non va per il verso giusto, siamo umani, e siamo stati cresciuti da altri umani… ed ecco che il legame può diventare una prigione, un qualcosa di soffocante, un alibi per non affrontare il mondo.
Quando con la crescita dell’adolescente i legami si allentano o all’apparenza si spezzano, anche i genitori devono ripensare la loro esistenza in maniera diffe-rente, abituarsi alla mancanza, alla diversità dell’organizzazione emotiva che per decenni era sembrata l’unica possibile. Nel cortometraggio è illustrato molto bene questo momento: dopo l’iniziale smarrimento e peso della preoccupazione e della solitudine, i due genitori riprendono coraggio piano piano nel reciproco sostegno e ritrovano la capacità di vivere pienamente la propria vita.
Se il malessere è troppo soffocante si cerca un aiuto in uno psicoterapeuta che possa alleviare il “peso”, portarlo per un pò insieme a noi e poi aiutarci a prose-guire in maniera autonoma.
Nella stanza di analisi il paziente si presenta come un soggetto plasmato dai suoi legami, di cui può rendersi o non rendersi consapevole, di cui si spaventa o al contrario a cui è tenacemente embricato.
Paz. “ Dottoressa, ho passato tutta la mia vita a compiacere mia moglie, ad aiu-tarla, a fare tutto quello che mi chiedeva, a sopportare suo padre, un uomo inva-dente che decideva per noi. Da quando nostra figlia era piccola, poiché la notte voleva stare nel lettone, per comodità mi sono trasferito in cameretta e dormo ancora lì.”
Ter. “ Quanti anni ha sua figlia?”
Paz:” Frequenta l’università, sta poco in casa. Ormai mi sono abituato nella ca-meretta..ho i miei libri…” E continua: “Mia moglie non mi valorizza, mai che mi faccia un apprezzamento, mai che si mostri orgogliosa di me, eppure insegno all’università, ho scritto parecchi libri, sono apprezzato nel mio piccolo. Mia mo-glie però non mi vede. Quando è morto il suo adorato padre pensavo che le cose migliorassero, invece sono peggiorate, non fa che dirmi che non sono all’altezza del padre e che lei è praticamente rimasta sola. Si è attaccata ancora più morbosamente a nostra figlia, che mi ignora come la madre.”
Ter.:” Cosa pensa di fare?”
Paz.:” Non mi dirà che mi devo separare…io mia moglie non la lascerò mai!”
A questo punto inizia la danza. Il terapeuta e il paziente si avvicinano, si allonta-nano, camminano insieme fianco a fianco, progrediscono, si fermano, ripren-dono, a volte a distanza di anni. Si è creata una relazione terapeutica, che è una forma di LEGAME.
Di Antonella Lo Conte
MONOLOGO – “LA VALIGIA SOTTO LA PIOGGIA, LA FORZA DI LASCIAR ANDARE”
Sara è sotto la pioggia.
Un pomeriggio grigio, di quelli che fanno rumore sul cuore prima ancora che sull’asfalto.
—-MUSICA—
Musiche “Experience (live version)” Ludovico Einaudi.
(SARA)
Sai… non avrei mai pensato che finisse così.
Io, te e questa pioggia ostinata che cade come se volesse lavare via tutto.
E invece no.
Non lava proprio niente.
Amplifica. Ingigantisce. Fa rumore dentro di me.
——————————————————————————————
Non è vero che sei solo un oggetto.
Non lo sei mai stata.
Mi hai vista tremare la prima volta che ho preso un aereo come di hostess di volo, ricordi?
Berlino… o forse era Londra…
Non importa.
Importa che tu c’eri.
——————————————————————————————
Importa che in te c’era mio padre, che mi guardava come si guarda chi si ama e si teme di perdere.
Mi ha detto: “Vai!”, ma nei suoi occhi…nei suoi occhi c’era scritto: “Resta!”.
Ti guardo ora…guarda come sei ridotta, ammaccata, sformata, stanca, la ruota che barcolla come un vecchio ballerino che non vuole lasciare il palco.
Sembri vecchia come i miei ricordi.
E io, io non riesco a buttar via né te, né loro.
Ho provato anche ad aggiustarti, disperata, ma non ci sono riuscita.
Eri rotta.
——————————————————————————————–
Lorenzo è in macchina.
Batte nervosamente le dita sul volante, si chiede come mai ci metta così tanto.
Mi chiama, agita le mani, dice che mi sto bagnando.
È preoccupato, impaziente.
“È solo una vecchia valigia di plastica!”, dice abbassando di poco il finestrino per non bagnarsi.
E io vorrei urlargli:
“Plastica? Non lo vedi? Questa non è plastica. È storia. È pelle. È casa.”
Ma resto qui.
Con le mie lacrime che si uniscono alla pioggia.
A parlare a una valigia.
Come una pazza, direbbero in tanti.
————————————————————————————————-
Se sapessero…
Se sapessero quante volte ti ho riempita di sogni, di speranze, di paure che non avevo il coraggio di dire a nessuno.
Sei stata contenitore dei primi slanci e dei primi ritorni, quando rientravo a casa portando con me il profumo dell’altrove e la nostalgia della bambina che ero.
Se sapessero che in te ho riposto le mie partenze,
le mie fughe,
le mie conquiste.
Le cadute, soprattutto quelle.
Quelle che nessuno vede.
E ora… ora che sto per diventare madre il mio corpo parla.
E qualcosa dentro di me si stringe,
si contrae, duole, trattiene,
come se una parte bambina mi tirasse per il braccio e dicesse:
“Non andare. Non lasciarmi indietro.”
E io… e io non so come si fa a lasciare andare.
———————————————————————————————————-
Ecco perché mi fa male la pancia, perché il corpo si blocca.
È il passato che si aggrappa.
È la paura che urla.
È la me di un tempo che teme di essere tradita.
Io non voglio buttarti via.
Voglio salutarti.
Voglio ringraziarti.
Voglio prometterti che non ti dimentico, anche se non ti porto più con me.
Sei stata il mio ponte, il mio corpo estraneo che mi ha aiutata a partire quando tremavo troppo per farlo da sola.
Grazie.
Per tutto.
———————————————————————————-
Per ogni confine che abbiamo attraversato insieme.
Per ogni ritorno in cui mi hai riportato indietro intera.
Perché ogni viaggio ha il suo momento.
E ora… ora è tempo di un viaggio nuovo.
Un viaggio dove non sarò più la figlia che parte,
ma la madre che accoglie… e che resta.
E per diventarlo…
devo lasciarti andare…
Ti riconsegno alla pioggia…
A questo momento. Alla parte di me che devo lasciar andare per diventare qualcosa…qualcuno…di nuovo.
—FINE MUSICA