di Gianni D’Arcangelo

La morte si annuncia nel sogno con una folata di vento gelido. Quando fa le sue incursioni tra la gente, tutto intirizzisce e si abbatte, cose e persone similmente all’inverno. Spezza irreversibilmente la vita terrena, provoca struggimento e mancanza. Procura sofferenza alla psiche, spalanca l’animo al mistero doloroso della fine dell’esistenza.
A questi esiti nefasti, segue una reazione di spirito che serve proprio a contrastare lo struggimento provocato e ad onorarne il passaggio. La messa in moto di un certo principio vitale innesca trasformazioni emotive e la prosecuzione dell’esistenza non certamente individuale ma ontologica e di specie.
Quando si muore si viene vegliati per un po’ prima di essere tumulati, proprio per non abbandonare alla distruzione la morte. La veglia in casa del defunto, nelle varie declinazioni culturali, è la risposta immediata all’intristimento e alla perdita. Un rito che permette al morto e ai sopravvissuti di essere accompagnati religiosamente ed emotivamente oltre il Grande Limite.
La veglia, per come l’ho conosciuta io da bambino, si svolgeva in casa del defunto. La versione di cui io ho fatto in più occasioni esperienza, era già certamente rimaneggiata e alleggerita di quei rituali e di quegli obblighi comportamentali più arcaici e magici imposti ai partecipanti. Ricordo che gli anziani di solito, soprattutto le donne, rimanevano per un tempo lungo nei pressi della salma, pregando e rimembrando e salutandosi, testimoniando il fatto doloroso con sguardi contratti e vesti cupe e piene di contegno. Un lamento funebre meno scenico ma comunque un contenitore solido per il dolore. I giovani, presenti in atteggiamenti più spicci e più di tutti rapidi nelle condoglianze, erano con la loro leggerezza a testimoniare desideri e impulsi che scongiuravano la fine. Atteggiamenti certo differenti come differenti sono le posizioni psichiche, quella del vecchio e quella del giovane, dalle quali si sente la morte. Ricordo soprattutto che si mangiava e si beveva. Ci si consolava ribattendo alla morte con il riempimento della pancia, propiziando l’abbondanza per rispondere al sopravvenuto stato di mancanza. A volte erano veri e propri banchetti funebri pieni di esuberanza, contrastando così l’impoverimento interiore che la morte si era trascinata.
Quest’usanza di banchettare per i morti, è stata a Sulmona rito di tutti fino alla fine del 1800 nei giorni della loro commemorazione a novembre. Ogni 2 del mese la gente si dava alla cosiddetta crapula sopra le tombe dentro il camposanto. Roba soprattutto dei villani, cioè dei contadini, insieme ad altre belle consuetudini poi vietate dall’amministrazione civica. La radice di queste forme di culto, in noi dunque permane nei banchetti domestici. Può a volte riemergere e spingere le persone a fare istintivamente cose antiche che le consolano: come per una donna vista di recente nel mio cimitero a mangiare serenamente nei pressi della tomba del marito. In zone della Spagna, mi hanno raccontato, lo fanno ancora abitualmente e con un certo spasso i gitani.
La qualità domestica della veglia in questione, manifesta e rinforza la coabitazione, non solo biologica ma anche psichica, della morte e del trapasso con la vita. Perché la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia: l’esistenza.
Chi muore ci mette sempre un po’ di tempo ad andarsene. Questo non lo vediamo ma lo sappiamo perché lo sentiamo dentro di noi. Tutti noi facciamo fatica a liquidare in tempi rapidi qualcuno che se ne va. Abbiamo bisogno di tempo, di sentire che cosa è accaduto e permettere al corpo inanimato di esprimere tutta la sua evidente assenza nella nostra vita.
La veglia è, in questo senso, fondamentale: richiama la vita intorno al morto, ne suggella la dipartita, permette di avere supporto per reggere il peso del dolore ed elaborarlo, ribatte alla brusca lacerazione dell’assenza promuovendo ancora la vita del morto nei ricordi snocciolati dai cari partecipanti. Il calore e la presenza dei vivi intorno a chi se ne va, sono il presagio dell’eterno ritorno della vita.
Questo però impone un clima intorno al morente e alla casa del morente da camposanto dove il camposantaro, con il compito di ospitare e fare spazio alla morte, siamo noi. È un ruolo duro perché dagli spifferi freddi della morte non ci si copre in nessun modo. Il vento freddo, che notoriamente accompagna la morte con le sue spine d’angoscia e di dissoluzione, spira da nessuno dei punti cardinali ma dalle profondità di chi se ne va e di chi rimane. Non ci si ripara in nessun modo, ma nella casa si trova simbolicamente un ricovero.
La morte porta dunque una quota di dolore necessaria per vivere, ci espone al freddo psichico. A meno che non la si metta alla porta, a meno che la si traslochi aprendogli un’altra porta e facendola entrare in un’altra casa più riparata: la casa funeraria.
È da un po’ di anni a questa parte che mi imbatto in questa nuova escrescenza dell’umanità, una novità assoluta dei tempi moderni. Subito mi ha colpito. Le case funerarie sono strutture con la comune aspirazione di ospitare l’intramontabile morte nelle sue abituali e frequenti passeggiate per il mondo. La loro sortita è stata piuttosto silenziosa, senza troppi proclami: l’ospitata di qualche defunto di familiare avanguardista e qualche sobrio cartellone pubblicitario con l’effetto di incuriosire chi la morte la scampa per sé ma deve farci i conti perché sfiora un amico, un parente, un conoscente. Sono delle strutture, chiamate case perché si sa che la morte è di casa per tutti, che aspirano ad ospitare colui che muore nella fase transitoria dall’aldiquà all’aldilà. Nel tempo non mi è mancata occasione di andarci per l’estremo saluto a qualche conoscente. Sembrano delle enormi cappelle cimiteriali, anticamere veloci ed efficienti del trapasso, piene di marmi infreddoliti per non far invidia alla morte e con il fondamentale cibo consolatorio, lu cunsul, a portata di moneta. Chissà cosa ne penserebbe della misera consolazione di un distributore automatico di caffè e panini un indigeno Fore della Papua Nuova Guinea i cui antenati, neanche troppo lontani, agivano direttamente il simbolo mangiando i loro parenti morti per consolarsi e liberare il loro spirito dal corpo per favorire il trapasso!
Gli spazi uniformi e studiati di queste strutture, manifestano l’intento di modernizzare la veglia, di efficientarla e di renderla una pratica da sbrigare abilmente attraverso ausili e operatori specializzati. Il fine, ad immaginarlo, è velocizzare il trapasso, alleggerire i parenti del morto dalle incombenze: rifuggire la puzza, non sporcare la propria casa con la triste processione dei sopravvissuti ai piedi del morto, portare fuori casa il dolore quindi traslocarlo all’esterno in un luogo che se ne faccia carico e che lo smaltisca.
Pur prevalendo sempre più una visione pragmatica e materiale dell’esistenza, nel nostro profondo psichico la morte non è considerata come la fine assoluta e irrevocabile del tutto. Le mitologie escatologiche antiche esprimono che una certa forma dell’esistenza continua dopo la fine biologica: mai i nostri antichi hanno creduto che con la morte finisse tutto. Questo nuova usanza funebre, a mio
avviso, non accompagna adeguatamente il morto e non gli consente di godere degli ultimi scampoli di calore in casa propria che mai più torneranno. Tale trattamento tecnologico va a discapito di chi se ne va che si ritrova ad affrontare un ambiente estraneo, quello del bardo della morte. Si dice che questo non duri un istante ma un periodo piuttosto lungo in cui lo spirito abbandona il corpo e intraprende la sua trasmigrazione o nell’assoluto o chissà in quale altra nuova vita.
Non si agevola il morto, la morte e di certo neanche l’esperienza psicologica del lutto di chi rimane. Il fatto che il trapasso venga traslocato in edifici fatti apposta, è indizio di una tendenza alla negazione e all’espulsione dell’esperienza di morte, con i suoi significati di separazione, dalla psiche individuale e collettiva. Portare la veglia fuori casa permette di difendersi oltremisura dal dolore, rendendolo uniforme e oggetto da smaltire attraverso un servizio esterno di gestione. Non averlo tra i piedi, scherma dalla sofferenza procurata alla psiche. Il clima funebre impersonale della casa funeraria tratta l’esperienza psichica di morte in un modo indifferenziato ed interferisce nell’elaborazione analogica di quel sentimento che è l’angoscia di morte che riguarda in vita ogni essere umano.
Esercizio indispensabile nell’enigmatico e ciclico percorso dell’esistenza è allora pesare e sentire nel proprio ambiente domestico ciò che perdiamo, per collocare e contenere dentro se stessi una delle principali esperienze della vita, quella luttuosa. Non cercare un’altra casa piuttosto edificare e irrobustire la propria, dunque il proprio mondo interiore, in modo che sia in grado di accogliere e integrare un processo inevitabile come la separazione di fronte alla finitezza degli altri e di sé.
Bibliografia
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