Bella dormiente

di Irene Giancristofaro

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La dottoressa V. chiuse la porta del suo studio al termine dell’ultima seduta della settimana. Era stanca. È faticoso lavorare con chi ha affidato la propria esistenza ai disordinati sogni degli altri. In quel tardo pomeriggio di maggio si accomodò sulla poltroncina rossa davanti alla finestra del suo studio e ascoltò il silenzio.

La stanza era riscaldata da un sole primaverile con un pudore che avrebbe perso in estate, una stagione a cui, spesso, appartengono le innocenze smarrite. Tutti, prima o poi, dovremmo perdere la nostra originaria innocenza, pensò, per poi ridarle un senso diverso. Lo osservava ogni volta che i suoi pazienti la conducevano nei luoghi della loro memoria, abitati da scoperte che non si insegnano, ma si imparano. È come se si dovesse cedere ad un incantesimo predestinato, da cui ci si risveglia cambiati. Mentre faceva queste considerazioni, osservava il panorama che le era di fronte, sul quale si stagliava il corpo di donna del Gran Sasso, come dipinto sul fondo di una scena teatrale. La Bella Addormentata. Sembrava che quella montagna imprigionasse una giovane donna, costretta ad un lungo sonno da un misterioso incantesimo. La durezza del profilo si ammorbidiva nelle notti di luna, quando ogni sguardo diventava meno indiscreto. Le imperfezioni la rendevano, suo malgrado, attraente. Non si sarebbe mai potuta sottrarre a coloro che ne restavano affascinati, ma ai quali non avrebbe mai rivelato quanto fosse friabile quel suo corpo di pietra. La dottoressa V., osservandola, si sorprese più volte a pensare ad Anna, la paziente che aveva appena salutato, fissandole l’appuntamento per il venerdì successivo. Anna, un nome che può essere percorso in entrambi i sensi e, letto al contrario, rimane invariato. Un palindromo è insolente e rassicurante al tempo stesso, come può esserlo uno schiaffo. L’aveva presa in incarico circa quattro anni prima, a causa di una profonda depressione di cui iniziò a soffrire subito dopo la morte della madre. I malesseri le impedivano di recarsi nello studio notarile dove era impiegata come segretaria. Un lavoro scelto per convenienza, in cui preferì la rassicurazione dell’abitudine all’incertezza della sua passione per la pittura. Il suo talento fu ignorato da sempre dalla madre che era solita rivolgerle sguardi da abiti dismessi. Aveva poco più di cinquant’anni quando scoprì che non c’è solo un modo di sentirsi orfani. Quando aveva cinque anni, suo padre venne a mancare in seguito ad un improvviso malore e, in quella circostanza, non dovette stare attenta a cosa dire o pensare. Alla morte di sua madre, invece, aveva dovuto scegliere le parole con cui esprimere il dolore e quelle da nascondere dentro i silenzi. Era figlia unica e viveva in campagna, a pochi chilometri dal centro cittadino. Tutti quelli che la conoscevano le avevano sempre detto di somigliare a suo padre che le contadine chiamavano “il Valentino”. Un nome che, a poco a poco, si mischiò per sempre alle tante parole messe dentro i loro canestri. Anna conservava di lui un’immagine dai contorni sfocati, come in dissolvenza. Il suo vero nome non era pronunciato quasi più nemmeno da lei che, nel corso degli anni, sentendosi derubata di suo padre, se lo inventò ascoltando i racconti e le fantasie di donne costrette a vivere con il cuore in inverno. Permeabili agli obblighi imposti dal tempo e da coloro che le avevano sposate, si fecero bastare una vita pretesa ma non desiderata. Nate contadine, ebbero occasione di frequentare il Valentino in circostanze diverse, alla presenza di famigliari o amici. Per quell’uomo, dall’inconsueta tenerezza virile, provarono un’inquietudine sconosciuta e uno stordimento necessario. Nelle loro storie sbagliate smisero di fiorire. Presero a spiare da lontano il Valentino che, ispirato da un sole d’estate, assolvevano sempre da ogni sua possibile colpa. Le fantasie di quelle donne deformarono negli anni i fatti che lo riguardavano e ciascuna, a suo modo, gli divenne infedele. Anna cedette ai loro richiami simili ai canti delle sirene. Il bisogno di inventare suo padre fu per lei più forte di quello di conoscerlo. Il bisogno della madre fu quello di dimenticarlo, non rivelando a nessuno il canto interiore che ogni giorno le ammaestrava le mani, gli sguardi e le parole. Anna crebbe nel grande casolare ereditato da suo padre, circondato da ulivi e archi di rose. Era sempre affollato da zii, cugini e nonni, tutti contadini, che le nascosero per diversi anni un segreto, come fosse un veleno da non dover nemmeno sfiorare. Il loro silenzio, però, non poteva impedire a un’assenza di esistere. Non poteva impedirne le sembianze, il genere e il nome. Ma, soprattutto, il potere. Un segreto che avrebbe scoperto qualche anno più tardi, ascoltando casualmente un dialogo quasi bisbigliato tra le sue zie, intente a ricamare corredi nella grande cucina del casolare. Dicevano che “quella”, dopo la morte del Valentino, non si era più fatta vedere in città e che la bambina se l’era tenuta, scegliendo di non abortire. Pare che si fosse trasferita al nord, dopo aver sposato un amico di famiglia che si era affezionato subito alla figlia. Era stata sicuramente lei la causa del malore che causò l’improvvisa morte del Valentino. Aggiunsero che Anna, col passare del tempo, somigliava sempre di più a suo padre, che non si era fatto bastare mai nessuna donna, fino a quando non ne conobbe una diversa dalle altre, per la quale stette così male da non riuscire più a separarsene. Anna, a quelle parole, provò un senso di paralisi. Comprese oscuramente che il padre aveva tradito lei e sua madre con una femmina più sgualdrina delle altre, gettando il suo cuore in un pozzo. Una sgualdrina cui aveva concesso un ventre rotondo, come se non gli fosse bastato averla come figlia. Sentì anche che ci si aspettava da lei la stessa capacità seduttiva del Valentino che, però, l’avrebbe resa imperfetta. Imperfetta in modo osceno. Era all’inizio dell’adolescenza e si smarrì dentro una maledizione. Decise di ammansire la sua mente e il suo corpo e, con il trascorrere delle stagioni, fece della sua femminilità una bellezza frigida. Anna scelse di abitare una terra di nessuno e il tempo di un infinito presente senza domani, come in un incantesimo incagliato tra la paura e il dolore. Non volendo consentire a quella profezia famigliare di avverarsi, fu determinata nel deludere le aspettative di tutti. Non si accorse, però, di essersi addormentata per sempre, abbandonandosi ad un sonno che l’avrebbe privata di desideri, conoscenze ed emozioni. Il segreto di quell’inquietudine che non aveva nome, fu trasgredito da un silenzio mancato che la inquinò nel profondo. Con il passare del tempo, si convinse che la colpa di tutto ciò che era accaduto a suo padre fosse da imputare solo a quella sgualdrina. Questa convinzione l’autorizzò a riservarle uno spazio nella mente delimitato dai confini della rabbia, non del perdono. Non invitò mai la sua collera a sederle accanto per ascoltarne le ragioni. Anna era una donna ferita e iniziò a incontrare una sofferenza inattesa, mai convocata prima di allora. Perse la sua anima selvaggia, indebolendo il potere vitale di una creatività ereditata dalla sua stessa natura, cui preferì somministrare una dose di veleno. Uno strano veleno che non uccide ma contamina e fa deperire lentamente l’energia che scorre nelle vene come un fiume a cui impedì di travolgere l’immagine del padre, che accompagnò verso un sogno. Ne custodì gelosamente la memoria fino a quando non iniziò la psicoterapia che permise alla dottoressa V. di avvicinarsi a lui con cautela. Pochi giorni prima dell’ultima seduta, però, Anna fece una scoperta che le esplose dentro con la violenza di una tempesta. La dottoressa respirò profondamente al ricordo di quel pomeriggio in cui Anna entrò nello studio come se un temporale si fosse abbattuto su di lei, rompendo ogni suo argine e soffocandole la gola. Lo sguardo, sconvolto e smarrito, era quello di un’amante tradita. Solo dopo essersi calmata, riuscì a raccontare cosa le fosse accaduto mentre tentava di togliere una foto del padre da un vecchio portaritratti, per sostituirlo con uno appena comprato. Mentre ne sollevava il vetro per sfilarla, si accorse che dietro ce n’era un’altra. La prese delicatamente e capì subito che si trattava della donna che era la causa della sua inquietudine. Disse che le mani le tremavano e il sangue le pulsava nelle tempie quando fu costretta a guardarla. Aveva portato con sé la foto e la porse alla dottoressa V. che si trovò di fronte l’immagine di una donna bella da morire. Fece questa considerazione in silenzio, mentre ne osservava il giovane volto delicato, i lunghi capelli scompigliati dal vento e il corpo gioioso e morbido, che non sembrava appartenere al peccato ma alla grazia. Era stata ritratta in costume da bagno, su una piccola barca, con il viso rivolto verso il sole. Era estate. La dottoressa V. pensò che solo un atto d’amore aveva potuto consentire a lungo quel segreto e che Anna non era ancora consapevole dell’unico vero tradimento che era stato commesso nel corso di tutta la sua vita. L’avrebbe scoperto in seguito, avvertendo un precipitare di stelle nel fondo del mare.

 

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