L’Anima nella psicologia di Jung

di Enrico Perilli e Venicio Perilli

immagine Perilli

L’Anima per Jung, è l’archetipo del femminile, la componente inconscia della personalità dell’uomo, in essa prendono forma tutte le tendenze psicologiche della femminilità: gli umori, gli atteggiamenti vaghi ed imprecisi, i presentimenti, la ricettività dell’irrazionale, l’amore di sé, il sentimento per la natura e l’atteggiamento nei confronti dell’inconscio.  L’Anima si manifesta nei sogni con immagini di donne che possono variare dalla prostituta e seduttrice alla guida spirituale. Generalmente le sue  manifestazioni nei singoli soggetti, sono determinate dal rapporto che hanno con la propria madre.

L’Anima corrisponde all’Eros materno, a quella funzione di relazione poco sviluppata nell’uomo, perciò “è un fattore della massima importanza nella psicologia maschile, ovunque intervengano emozioni e affetti. Essa rafforza, esagera, altera e mitizza tutti i rapporti emotivi con la professione e con le persone di entrambi i sessi” (Jung, 1936, p. 62). L’Anima essendo il principio dell’Eros determina l’incontro con la donna ideale che spesso è la proiezione dell’Anima stessa. Tramite questo archetipo, il soggetto oppresso dalla mentalità logica, riesce a conoscere con precisione i caratteri del proprio inconscio. L’Anima è una radio che sintonizza la mente dell’uomo con i suoi valori interni, è la voce del ‘grande uomo’, è la guida tra l’inconscio e il Sé. In tal senso Jung vede nell’Anima la via che conduce la coscienza alla coniunctio con il femminile, la quale coniunctio conduce alla totalità psichica. Perciò l’Anima mediatrice tra l’inconscio e il Sé, guida dell’uomo verso il mondo interiore, fa in modo che ci sia una ricongiunzione tra Psiche ed Eros, attraverso la riflessione, la reflexio, cioè attraverso il ripiegarsi su se stessa. L’Anima è determinata sì da fattori personali, ma anche e soprattutto dalla cultura collettiva, dai miti e dalla terra d’origine; come tutti gli altri elementi dell’inconscio, ha un bagaglio storico-culturale molto interessante, sulla quale la coscienza deve riflettere.

L’archetipo Anima, come osserva Jung, segue quattro gradi di sviluppo, correlati all’erotismo e rappresentati da quattro personificazioni femminili. La prima figura è quella di Eva simbolo del femminile da fecondare, del rapporto puramente istintivo-biologico. La seconda è quella di Elena, il femminile  diventa individuo e nel rapporto con lei domina il romanticismo, l’estasi e la sessualità. La terza è la Vergine Maria, nella quale l’Eros si trasforma in devozione spirituale. Il quarto ed ultimo grado di sviluppo è personificato da Sophia, ossia l’eterno femminino, che simboleggia la saggezza e trascende tutte le manifestazioni umane, persino quelle più pure e sante. L’Anima Sophia comprende in se anche le altre tre forme.

Nella cultura odierna l’Anima non diventa mai Sophia perché domina la coscienza maschile. Il compito di questo archetipo è quello di guidare l’uomo nel suo mondo interiore, ma ci riesce solo quando il soggetto fa attenzione ai propri sentimenti, ai propri atteggiamenti, alle emozioni, alle speranze che nutre. L’Anima raggiunge il suo scopo quando l’uomo concretizza le sue fantasie in forme definite come la pittura, la danza, la poesia ed altre, facendo progredire il processo d’individuazione del proprio Sé.

Lo sviluppo psicologico del femminile nell’uomo, come mostra Neumann, parte da uno stadio pre-egoico in cui l’Io vive in simbiosi con la Madre buona e non è diviso dall’Inconscio. Simbolo di questo tipo di rapporto è il serpente che si morde la coda, l’Uroboros.  Ben presto però il piccolo maschio sperimenta la madre come un tu estraneo e diverso, così si distacca dal rapporto originario perché lo vede come errore. E’ in questo momento che l’Io maschile trova la sua identità e si mette in guardia nei confronti dei rapporti; si comincia ad allontanare dall’anima come inconscio, uccide metaforicamente la ‘Madre terribile’ che rappresenta il lato negativo del femminile. In altre parole l‘uomo lascia la madre per trovare un’altra donna,  simbolo del femminile umano e positivo, con cui generare dei figli. Con l’irruzione dell’uroboro patriarcale il maschio si sente ‘numen’; è Ade divinità della morte,  che rapisce Core, il femminile, e la porta nel suo regno. Si genera un contrasto tra l’Io e l’inconscio, in cui trova forza il maschile, mentre il femminile perde il valore della sua totalità. Il femminile supera il patriarcato cercando di riallacciarsi alla Grande Madre; invece il maschile si distacca sempre di più dal rapporto originario, fortifica la sua coscienza e perde l’Anima che rimane in uno stadio indifferenziato e inconscio (cfr. Neumann, 1953, pp. 9 – 21).

L’Anima dell’uomo a cui manca l’interezza originaria del bambino reclama allora il suo stato. E’ il motivo della redenzione presente in molti miti e in molte favole, come quella de Il cacciatore e la fanciulla cigno: la storia di una principessa trasformata in cigno a causa di un incantesimo. Il cacciatore riscatta la principessa, la libera dall’incantesimo e le restituisce il suo stato di essere superiore. Naturalmente la fanciulla simboleggia l’Anima che distrutta dalla coscienza ha bisogno di essere redenta.

Gli uomini moderni hanno perso la loro Anima, la coscienza li fa sentire a posto con se stessi, ma l’inconscio attraverso i sogni, sottolinea la necessità di sentimenti quali la forza, la vitalità, il desiderio, gli istinti, le passioni e tutti gli altri sentimenti determinati proprio dall’Anima. Nei sogni compaiono spesso immagini somiglianti ai personaggi dei miti, delle fiabe, del folclore e della poesia. Esse rappresentano i modelli archetipici collettivi  ricorrenti  nei singoli soggetti, che raffigurano i vari bisogni dell’Anima e dell’inconscio. Tenendo presente proprio questa relazione tra i miti e i sogni, si può comprendere come si rivela  Anima.

Emma Jung fa un esame accurato delle personificazioni mitiche dell’Anima, proponendo, nel testo Animus ed Anima, una serie di racconti, di fiabe e di miti che esemplificano il rapporto tra coscienza e inconscio. Anima repressa per troppo tempo nell’inconscio, comincia a manifestarsi nei sogni con tutta la sua vitalità, e induce il sognatore a determinate scelte, per evitare la nevrosi. Se non si dà ascolto alla voce interna si rischia di perdere l’equilibrio mentale, per questo è necessario dare il giusto valore alle figure che affollano i sogni. Gli aspetti del femminile originario, ossia dell’archetipo dell’Anima, sono rappresentati dalla figura della Grande Madre, dalla Terra, dalla veggente, dalla dea dell’amore, dal serpente pericoloso, affascinante ed intelligente.  Riconoscere l’archetipo inconscio della femminilità nei sogni,  comprendere il suggerimento che essi ci danno è il compito dell’indagine psicoanalitica. L’Anima può presentarsi anche sotto forma di animali terresti come  tigri, leonesse, pantere e leopardi; in questi casi mette in evidenza la sua pericolosità. Quando invece questi animali compaiono nei sogni delle donne rappresentano la loro Ombra, la loro femminilità primitiva.

C’è un misterioso input che spinge l’Anima e le altre componenti inconscie verso la coscienza. Questa forza può essere rappresentata dalla figura del padre, da un principio spirituale che risiede dietro al femminile archetipico e spinge verso lo sviluppo della coscienza. Nell’immaginazione attiva e nei nostri sogni questa figura paterna compare ancora; Jung la definisce ‘vecchio saggio’  o  ‘archetipo del significato’,  mentre l’Anima è ‘l’archetipo della vita  stessa’. Per Paracelso sarebbe il Lumen Naturae che non potendo parlare, costruisce immagini nel sonno attraverso i sogni. L’Anima è il simbolo dell’Eros perciò l’uomo non può né mettersi al servizio dell’Anima, né rinunciare ad essa, ma solo dare spazio alla sua femminilità, perché in tal modo impara a percepire i propri sentimenti e a farne uso. Riconoscendo l’Eros, impara a mettersi in relazione, stabilisce un rapporto fondato su un giudizio di valore, ossia sul sentimento, non sarà più interessato solo dalle cose razionali, ma anche dalle relazioni personali. Se l’uomo non integra la propria personalità preclude la strada ad ogni rapporto. Affinché si stabilisca una relazione con il proprio inconscio è necessario che l’Io sia solido e definitivo, in modo da non correre il rischio di essere sopraffatto dal proprio inconscio e di riuscire a stabilire con esso una comunicazione continua. Le figure dell’inconscio tornano facilmente indietro quando non sono accettate dalla coscienza perciò c’è bisogno di un Io consapevole. Jung per risolvere tale problema ha proposto il metodo dell’immaginazione attiva, che consiste nel mettere a confronto  la contrapposizione tra la personalità egoica e le figure dell’inconscio, e serve da un lato a differenziare queste ultime dall’Io e dall’altro a metterle  in relazione con esso, dando luogo in entrambi i casi a risultati notevoli.

Il rifiuto del confronto con l’Anima conduce, di solito, alla misoginia, come è avvenuto nel mondo occidentale. La misoginia del mondo occidentale continuerà, come sostiene Hillman, fino a quando Apollo, dio dell’armonia e dell’equilibrio, che orienta le passioni verso la spiritualità della coscienza, non verrà affiancato da Dioniso dio delle donne, ma anche del femminile e della forza e della virilità maschile. Un’integrazione di Anima nella nostra struttura di coscienza richiede proprio l’uomo androgino, come Dioniso. In lui non c’è misoginia, maschile e femminile convivono. Da sempre Dioniso vive nella coniunctio e nell’ambivalenza; i confini in lui si congiungono, uno dei suoi epiteti è l’indiviso,  è come il bambino che ancora non si identifica con una struttura maschile o femminile, è la forza della vita per questo deve essere nutrito. Tale coniunctio non è una meta da perseguire, ma una possibilità che tutti possiedono ‘a priori‘ (cfr. Hillman, 1972, p. 69). Una coscienza di questo tipo non avrebbe dubbi sull’integrazione di Anima, ma la nostra cultura vede in Dioniso il dio della pazzia, il dio che porta le donne all’isteria. Questo è l’errore più comune della nostra cultura, che ha imparato ad escludere gli Dei come rappresentanti di realtà diverse e sfaccettate. Le strutture archetipiche della psiche così come gli dei non si escludono a vicenda, al contrario si cercano e si trovano in uno stato di contaminazione reciproca. La psicoanalisi, con il suo impianto archetipico, deve abbandonare il monoteismo e riscoprire gli elementi archetipici diversificati presenti nei singoli individui, e nelle singole immagini, dando nuova vita a tutti gli dei per risolvere il problema dell’integrazione tra maschile e femminile, tra gli archetipi in opposizione. La coscienza deve imparare a riconoscere una pluralità di sé, un primo passo verso questa molteplicità di centri è proprio l’evocazione di Dioniso che rappresenta il politeismo psicologico  (cfr. ibidem,  pp. 272-273).

Per reimmaginare Dioniso e riconquistare la sua positività, come dice Dodds, è necessario cancellare queste ombre, ricordare che lui è figlio di Zeus, cioè rinnovamento del Dio Sovrano. Al centro del suo culto c’è il bambino, il mistero dell’allattamento e della rinascita psicologica attraverso le profondità infere. Rohde sostiene che il significato centrale di Dioniso sta nel suo rapporto con il mondo infero dell’anima: Dioniso è ‘Signore delle Anime’ (cfr. ibidem, p. 284). Il mondo infero è l’inconscio, che rappresenta le dominanti archetipiche nascoste in ogni individuo, le quali premono per essere conosciute e considerate dall’Io. Perciò il problema non è femminile, perché la coscienza è maschile anche nella donna.

La psicoanalisi, per realizzare il suo scopo, deve abbandonare la coscienza apollinea che rifiuta la femminilità e riconquistare la bisessualità come totalità necessaria dell’individuo, come arricchimento grazie all’integrazione dell’inconscio con la coscienza, tramite l’archetipo Anima. Rifiutando la divisione tra intelletto-coscienza e corpo-inconscio si abbandonano le frustrazioni, che sorgono quando si separa la riflessione dall’azione e si avvia il Sé verso un processo d’individuazione vero e proprio, libero da limitazioni di coscienza. Recuperando Dioniso si va verso una “coscienza dell’indiviso”, cioè di un “conoscere-con”, un conoscere insieme all’altro lato della personalità che è l’inconscio. In questo modo si risponde al bisogno di partecipazione del Sé, una partecipazione alla vita collettiva, che è stata negata dalla cultura apollinea, la quale richiede un individuo aristocratico e solitario (cfr. ibidem, p. 303).

La psicologia di Hillman  sviluppa una rivoluzione dell’archetipo Anima sia in relazione al genere, sia in relazione al Sé ed alle immagini. Per Hillman Anima appartiene sia agli uomini sia alle donne, e ogni immagine è Anima. In relazione al genere Hillman, dall’affermazione di Jung, che Anima già all’inizio del processo  è  psiche ne sviluppa quanto segue: “Jung per definizione, ha limitato il concetto di Anima alla psicologia degli uomini. Empiricamente l’Anima si rivela soltanto dove la coscienza dell’uomo è debole e vulnerabile, riflettendo la sua interiore controsessualità come una inferiorità femminile, è l’uomo che piagnucola. L’archetipo dell’Anima, tuttavia non può essere limitato alla particolare psicologia degli uomini perché gli archetipi trascendono sia gli uomini che le donne, le loro differenze biologiche e i loro ruoli sociali. Le rappresentazioni dell’Anima nella mitologia greca, dove l’archetipo appare nelle configurazioni di ninfe, menadi, amazzoni, nereidi, ecc. o nelle forme divine più numinose e articolate, di Persefone-Kore, Afrodite, Artemide, Ebe, Atene, si riferiscono ad una struttura di coscienza pertinente sia alla vita degli uomini che delle donne. (…) Jung chiarisce che per lui quello di Anima è un concetto empirico il cui solo scopo consiste nel dare un nome a un gruppo di fenomeni psichici connessi o analoghi” (Hillman, 1972, p. 64). In relazione alle immagine egli scrive che dentro ogni immagine c’è un invisibile tessuto connettivo che ne costituisce l’anima. “Se, come dice Jung, ‘l’immagine è psiche’, perché non sviluppare questa affermazione e dire: ‘le immagini sono anime’, e nostro compito è rapportarci ad esse a quel livello, come anime”. (Hillman, 1977, p. 46). Da questa prospettiva Hillman dimostra come nella psicoterapia si può andare incontro all’anima che è nell’immagine e comprenderla.

 

Bibliografia

HILLMAN, J., (1972), The Myth of Analysis Three Essays in Archetypal Psychology, Northwestern University Press, (Trad. it.: Il mito dell’analisi, Milano, Adelphi, 1991).

HILLMAN, J., (1977), An Inquiry into image, Spring, 1977, pp. 62-88, (Trad. it.: Fuochi blu, Milano, Adelphi,1989).

JUNG, C. G., (1936), Uber und Archetypus mit besonderer Berucksicthtigung des Animabegriffes, Zentralblat fur Psychoterapie und ihre Grenzgbiete, Lipsia, 9, 5, 259-275, (Trad. it.: Sull’archetipo con particolare riguardo al concetto di Anima, in Opere, vol. 9*, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Torino, Boringhieri, 1980). 

NEUMANN, E., (1953) Zur Psychologie des Weiblichen, Rascher Verlag, Zurich, (Trad. it.: La psicologia del femminile, Roma, Astrolabio, 1975).

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