L’arteterapia e i ‘sistemi’ in crisi

di Laura Grignoli

immagine Grignoli 3

 Tra i tanti motivi di crisi della società moderna, mi colpisce professionalmente la crisi del sistema intrapsichico nelle nuove generazioni. Vorrei dimostrare, occupandomi di arteterapia, che la pratica terapeutica dell’arte sarebbe efficace per quei sintomi, cosiddetti ‘nuovi’, che presentano soprattutto i giovani nella società attuale. Anche se essi non lo sanno.

Per non incorrere nell’ambiguità di coloro che parlano semplicisticamente di arteterapia per lo più come rimedio contro l’ansia e la noia, vorrei discutere preventivamente delle condizioni cliniche e sociali che disattivano il funzionamento del soggetto dell’inconscio, secondo quanto ho appreso da Melman in Francia e da Recalcati qui in Italia. Ma anche le idee del sociologo Baumann convergono in questa direzione.

Ho applicato le riflessioni degli autori citati ai concetti che sono andata maturando sul perché dell’arteterapia psicodinamica.

L’arteterapia, secondo il mio pensiero, è l’interlocutore diretto dell’inconscio, è il rianimatore del desiderio, non un cerotto per le ferite, per cui tale pratica non necessariamente ‘dà sollievo’, anzi…. Né serve per occupare il tempo.

I sistemi in crisi a cui mi riferisco sono quelli intrapsichici, in quanto nella realtà odierna assistiamo all’eclissi del cosiddetto soggetto dell’inconscio. L’esistenza dell’inconscio, diceva già Lacan, non è affatto garantita come espressione ontologica della realtà umana. E l’esperienza clinica ce lo conferma quotidianamente.

All’inizio della professione mi ero confrontata clinicamente con forme radicali di rifiuto del soggetto dell’inconscio solo in casi di depressione o di paranoia, oggi constatiamo  che tale rifiuto viene da innumerevoli forme di patologia.

Come Freud aveva mostrato l’inconscio era l’artefice di quelle manifestazioni della realtà umana che sfuggono alla coscienza (sogni, sintomi, lapsus, dimenticanze..) ma che hanno tuttavia il carattere metaforico di un messaggio cifrato che chiede di essere decodificato. La clinica attuale ci mette di fronte a pazienti la cui sofferenza sembra non essere più a diretto contatto con l’inconscio ma è una sofferenza che deriva dall’agito per avere il più presto possibile la cosa desiderata. La clinica dei sintomi contemporanei (anoressie, bulimie, depressioni, dipendenze..) si manifesta come una clinica  senza rimozione,  come una clinica del passaggio all’atto, non certo del ritorno del rimosso. Predominando l’agito rispetto alla simbolizzazione, i nuovi sintomi sembrano svelare la dimensione costitutivamente psicotica. Non è più in gioco il desiderio del soggetto come manifestazione dell’inconscio ma il suo annichilimento.

E lo capiamo da almeno due evidenze: in primis una ipertrofia dell’Io narcisistico, che dà luogo a identificazioni di massa con conseguente irrigidimento dell’identità del soggetto e per seconda l’esigenza  di un famelico godimento che travalica ogni principio di mediazione simbolica.

Nella clinica odierna, dunque, abbiamo due tipologie di sintomi che fanno capo sia alle identificazioni di cui sopra sia allo strapotere dell’Es. ‘L’evaporazione del Padre’, preconizzata da Lacan, costituisce lo sfondo sociale delle trasformazioni influenti sulle nuove psicopatologie.

I legami sono ‘liquidi’, sbriciolati dalla potenza dell’oggetto di godimento offerto illimitatamente dal sistema del mercato odierno.

I nuovi ‘pazienti’ si caratterizzano per una sorta di individualismo atomizzato, per un culto narcisistico dell’Ego e per la ricerca del godimento immediato e a tutti i costi. Tutto ciò stravolge il circuito sublimatorio della pulsione, che si impone nella forma di un inedito principio di prestazione che situa il godimento stesso come nuovo dovere superegoico.

I nuovi pazienti potremmo catalogarli secondo due tendenze: un soggetto-atomo  maschera sociale dai legami liquidi e/o soggetto che rifiuta la castrazione simbolica e la necessaria canalizzazione sublimatoria pressato dalla spinta delle pulsioni. In entrambi i casi essi vivono per consumare l’oggetto,  hanno l’esigenza imperativa di ottenere un godimento senza passare dall’Altro.

Alleggeriti dei pesi degli Ideali, si è gettato alle ortiche anche lo scudo difensivo: manca l’ombrello difensivo del Nome del Padre. La macchina del godimento sostituisce la macchina della rimozione. Nel lontano 1972 a Milano Lacan faceva presente ‘che il tempo moderno non è più quello di Antigone,  ma è il tempo dell’homo felix promesso da De Sade’.

Dalla clinica del desiderio siamo passati alla clinica della pulsione di morte. Non abbiamo più a che fare con la difficoltà ad assumere, soggettivandolo, il proprio desiderio; non è un problema la rimozione quanto la difficoltà a dare un senso alla propria vita, ad avere passioni feconde, ad animare la propria vita arroccata su un godimento non inquadrato dal fantasma, ovvero non articolato all’inconscio.

Ci imbattiamo in una sofferenza ‘senza parole’. Diventa, dunque, necessario pensare  ad una soglia che riapra il soggetto ad una minima dialettica con l’Altro. Bisogna aprire una breccia nel circuito sintomatico che fa della necessità di accedere a un godimento prêt à porter  ad un’interrogazione soggettiva dell’inconscio.

Il mio tentativo si concretizza in una forma di terapia, l’arteterapia, come modalità per introdurre nuovi significanti per continuare a far esistere il soggetto dell’inconscio. Come?

Risuscitando domande diverse in contrasto con la domanda incessante di avere tutto e subito.

La domanda sganciata dalla ‘dialettica del desiderio’ è una domanda convulsa elettrizzata dall’oggetto del godimento. Non è il resto della soddisfazione della domanda come indice del desiderio a orientare la domanda sulla base della mancanza a essere (le manque à etre) del soggetto.

Il desiderio della bulimica, ad esempio, risulta schiacciato dalla domanda. Insomma è l’oggetto che mostra paradossalmente ciò che manca al soggetto e non la mancanza del soggetto a guidarlo verso l’oggetto secondo la metonimia del desiderio. In altre parole non ci rechiamo più al supermercato per cercare ciò che ci manca, ma è il supermercato che ci indica ciò di cui siamo mancanti.

Parafrasando una poesia di Kavafis[2] potremmo dire che la vita viene sprecata nel banale commercio degli incontri quotidiani fino a farne una ‘stucchevole estranea’.

Gli ‘incontri’ in atelier di arteterapia mirano a orientare verso domande dal sapore diverso. Provo a riportare due casi clinici.

Rita, 34 anni, viene in terapia per episodi  di  ’estraniazione’: le sembra a volte di non percepire se stessa. In quei momenti, Rita è costretta ad evitare lo specchio per non vedersi difforme dall’immagine attraverso la quale solitamente si riconosce. Queste sensazioni e percezioni deformate la invadono con sempre maggiore frequenza. I sintomi si sono manifestati con una certa evidenza alla morte del padre.

Noto che fino al rilancio del sintomo è stata compensata grazie alla smania dello shopping. Viene alle sedute sempre con un paio di scarpe diverse. E’ solo apparentemente un vezzo…

In seduta mentre dipinge una serie di oggetti reiteratamente come nelle opere di Warhol finalmente ricorda questo sogno: lei si trova in un negozio di scarpe ed improvvisamente è presa da un intenso bisogno di acquistarle tutte o per lo meno di farne grande provvista… Era ansiosa ed ansimava prima di provarsele – dice – le sembrava un’occasione da non perdere… ma non riusciva a recuperarne un paio che fosse della sua misura… Vedeva qualcuno ma non poteva aiutarla…  Finché… viene una donna anziana che le si avvicina e cerca di aiutarla… era dolce ma non riusciva a trovare alcuna scarpa adatta a lei… Le sembra di impazzire… l’angoscia sale fino al risveglio.

Dopo un lungo periodo di silenzio, ecco che parla di uno zio, molto generoso con lei, ma era strano che in quel sogno non risultasse altrettanto; sembrava comportarsi invece come suo padre, glaciale ed incapace di esserle vicino. L’infanzia migliore – dice – era stata quella vissuta con sua nonna.

Nel sogno le scarpe rappresentavano il contenimento che le era mancato e l’anziana signora forse quella nonna che aveva funzionato da unico supporto nella sua vita affettiva.

– Penso che lei tema di non trovare nemmeno qui le scarpe che avvolgano il suo piedino …- le dico.

La paziente solo ora confessa di aver l’abitudine compulsiva di prendere letteralmente d’assalto non solo negozi di scarpe,  ma anche di abiti. Il sogno e le sue opere pittoriche sono espressione del suo inconscio. Esso pian piano ‘parla’ simbolicamente e non con l’agito.

Ma veniamo a Silvana, 20 anni, che viene in consultazione per quelli che lei si autodiagnostica come attacchi di panico. Si manifestano quando è fuori casa. È quasi obesa , parla di sé con una falsa sicurezza. Sicurezza fondata sulla possibilità di acquistare tutto quello che vuole. Ha una vera fissazione per le borse che acquista per il gusto di tenere nell’armadio come in una vetrina.

– Non ho assolutamente nulla da dire – dice. Ma poi aggiunge che non è libera di uscire da sola, di frequentare l’università o gli amici perché deve avere a disposizione una toilette. Mi colpisce che appena l’accompagno alla porta a fine seduta lei si precipita a riaccendere il cellulare con movimenti talmente convulsi che sembrerebbe in attesa di chissà quale contatto…

I contenuti dei suoi lavori? Sempre e solo oggetti: vestiti, borse, scarpe. Ma con il tempo aggiunge particolari, segni creativi, simboli così come spesso fanno gli adolescenti. Di sé dice che amerebbe fare la direttrice di un grande magazzino o di un’azienda… insomma purché abbia un posto di comando. Lei – dice – non vuol dipendere da nessuno. È alessitimica, non conosce l’alfabeto emozionale. L’unica emozione che le ho visto ‘addosso’ (non l’ho mai sentito nominare e indagare) è la paura e la vergogna. Quando le chiedo quali sensazioni emotive avverte, lei dice che sono tutte stupidaggini, non le piace il romanticismo.

Sarebbe troppo lungo parlare fino in fondo di questo caso clinico. Ma Silvana non è affatto l’unico paziente ad avere divorziato dall’inconscio.

In sintesi, i nuovi sintomi non si organizzano in regimi significanti ma si presentano come pratiche pulsionali, puro godimento (nel senso lacaniano di jouissance) e, quindi, in contrasto col soggetto dell’inconscio e il suo essere strutturato come un linguaggio. Ecco che la parola psicoanalitica è impotente, parola e godimento viaggiano per rette parallele venendo a mancare il punto di verticalizzazione della parola sul godimento.

Cosa può offrire l’Arteterapia a soggetti così?

L’arteterapeuta si pone come Altro diverso da quell’altro che il paziente ha incontrato nella sua storia. Occorre implicare la persona in un transfert con l’Altro. Io non vedo l’arteterapia come un mezzo, come sostituzione della parola, ma come incontro profondo con un Altro mai incontrato.

Oggi il cosiddetto ‘paziente psicoanalitico’ si configura più come entità da costruire che non come condizione di partenza stabilmente acquisita. Una parte sempre più consistente del lavoro arteterapeutico  consiste, infatti, in una sorta di lavoro preparatorio a una psicoanalisi classicamente intesa.

Nel vissuto umano c’è un nodo strutturale tra soggetto e Altro, un nodo che si iscrive grazie ad una funzione simbolica che in ambito psicoanalitico lacaniano chiamiamo “Nome del-Padre”, che non coincide con il padre reale, ma corrisponde piuttosto alla funzione paterna. Solo questo operatore psichico consente al soggetto di accedere alla funzione simbolica, alla possibilità cioè di dare un senso all’esperienza.

Le forme contemporanee della clinica pongono ancor di più il problema del trattamento del godimento, ossia di ciò che è refrattario alla dimensione della parola.

La rettifica preliminare consiste nel trasformare la domanda iniziale per aprire nel soggetto un’interrogazione sulla propria implicazione etica nella causa della sua sofferenza.

Il primo trattamento mira a far riaprire il soggetto ad una minima dialettica con l’Altro.

La fase preliminare della cura è un processo molto delicato, in alcuni casi più difficile di altri; è necessario che il soggetto metta in funzione la dimensione del senso, per collegare ‘la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto’ (1988).

L’arteterapia è la fucina dove si forgia la possibilità di un nuovo incontro con l’oggetto; la fabbrica del desiderio. Può essere un laboratorio in cui si forgia la possibilità di un nuovo incontro con l’oggetto. Un appuntamento con il sembiante, che alla fine dimostra come le figure della fatica e della noia di esistere non siano altro che il lavoro di dissoluzione della rappresentazione dell’oggetto.

L’arte cerca con tutti i mezzi a sua disposizione di arginare il “collasso del simbolico” , di riavviare la soggettivazione e di rimettere in moto il processo o la costruzione di un apparato psichico sufficientemente ‘sensato’, non più attraverso la vecchia “ortopedia disciplinare dell’Io”, ma  grazie alla “testimonianza” di un Altro che funga da interlocutore etico del paziente.

Il mutismo compiaciuto dei nuovi pazienti segnala l’ irreversibile sprofondamento del simbolico, e con esso della stessa traducibilità della sofferenza psichica in un linguaggio condiviso e condivisibile, un linguaggio duale oltre che plurale, cioè affettivamente oltre che politicamente strutturato.

La paura di godere e di soffrire dell’altro e con l’altro isola questi individui in un godimento tanto solipsistico quanto mortifero, ma soprattutto li espone ad una nuova forma di fragilità psichica ormai ben visibile negli adolescenti, benché tenda a lambire con sempre maggiore pervasività anche il mondo degli adulti, in conseguenza della precarizzazione e della ‘liquidità’ descritte da Zygmunt Bauman: l’esperienza del legame è vissuta come un’esperienza di soffocamento e di limitazione della libertà personale .

Si comprende come, in tale situazione, l’arteterapeuta sollecita il risorgere nell’individuo della potenza soggettivante del senso, più che del desiderio, inocula  in forma dolcemente terapeutica  la forza necessaria ad esistere autonomamente come essere finito e mortale, senza porsi sotto l’ombrello di un qualunque partito dogmatico, cristallizzandosi nella comoda nicchia di una identificazione gregaria.

L’arteterapia ci tuffa pienamente dentro tale processo vitale, permettendoci di godere del piacere di creare, di lasciare le nostre tracce, di dare forma e trans-formare, di superare, di crescere.

L’arte coinvolge emozioni e processi cognitivi che, attraverso vari linguaggi creativi ed il processo di simbolizzazione, trovano espressione, dando forma all’esperienza.

Non si tratta certo di creare un semplice atelier artistico o di occuparsi di animazione creativa oppure di istituire un “corso di disegno e pittura”. L’esperienza di arteterapia analitica consiste nella disaggregazione dell’Uno. Naturalmente la ripetizione non è mai completamente superata, ma se ne possono allargare le maglie tanto da far posto a modalità di relazione con gli altri che non vadano sotto il segno di un’aspettativa pregiudiziale, e questo fa sì che gli altri siano un po’ meno enfer e un po’ più fonte di sorprese, anche se non necessariamente le paradis.

 

Bibliografia

Bauman Z. (2006) Vita liquida, Laterza,Bari.

Calvino I., (1988) Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio, Mondadori, Milano (2002), p. 85.

Lacan J. (1972 ) Discorso del capitalista. Lacan in Italia, La Salamandra.

Kavafis C. (1913), “Per quanto sta in te”, in Settantacinque poesie, trad. it di N. Risi e M.Dalmàti, Einaudi, Torino,1992.

Melman Charles (2010) L’ uomo senza gravità. Conversazioni con Jean-Pierre Lebrun,Mondadori,  Milano.

Nasio J.D. (1992) Cinq leçons sur la théorie de Jacques Lacan, Petite bibliothèque Payot, Paris

Note

[1] Questo articolo è la rielaborazione della conferenza tenuta al Convegno di arteterapia ad Arles  3 luglio 2010.

[2] “E se non puoi la vita che desideri / cerca almeno questo / per quanto sta in te: non sciuparla / nel troppo commercio con la gente / con troppe parole in un viavai frenetico. / Non sciuparla portandola in giro / in balía del quotidiano / gioco balordo degli incontri / e degli inviti, / fino a farne una stucchevole estranea.”

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