Il metodo psicoanalitico

di Valentina D’Angelo

immagine d'Angelo

“Tutto qui è cammino di un esaminante interrogante rispondere.
Ogni cammino corre sempre il rischio di diventare un erramento.
Il camminare per queste vie richiede che si sia esercitati alla marcia.
Ma l’esercizio richiede mestiere… ”
(da Lettera a un giovane studente di Martin Heidegger)

Dalla nascita della psicoanalisi sono ormai passati più di cento anni e possiamo affermare che essa sia stata ed è ancora uno dei più importanti, se non il più importante, sistema di pensiero che ha condizionato il clima culturale e filosofico del nostro secolo. 
Freud era partito dalla scoperta che i sintomi isterici celavano un significato sconosciuto, ed era arrivato, attraverso l’analisi dei sogni e le libere associazioni, a postulare un funzionamento dell’apparato psichico fondato sul concetto di inconscio le cui componenti pulsionali erano in costante conflitto con l’Io e con la realtà esterna.
Era passato cioè da una teoria dinamica della nevrosi isterica ad un’ipotesi più generale del funzionamento mentale, per arrivare a una più vasta concezione dell’uomo non più scissa tra mente e corpo e che riproponeva al centro dell’attenzione la persona con il suo inconscio, le sue spinte pulsionali ed il proprio apparato difensivo nella sua irripetibile unicità.
Il tutto senza che fosse mai persa di vista l’originaria aspirazione clinica e terapeutica della psicoanalisi, il che comportava una costante attenzione agli aspetti legati alla teoria della tecnica e del metodo.
Soprattutto dal secondo dopoguerra in poi, infatti, il metodo psicoanalitico ha subito un progressivo cambiamento rispetto alle sue origini, poiché cambiando il campo di osservazione (ad esempio ponendo l’attenzione anche agli stati psicotici), è andato incontro ad una serie di nuovi apporti teorici ed applicativi.
Nel tempo è cambiata anche la posizione dell’analista nella relazione con il paziente, cambiamento derivato da una variazione sia clinica sia teorica e conseguente allo spostamento di attenzione attuatosi sul controtransfert, e dunque sulla relazione analitica.
Il metodo psicoanalitico ha dunque un quid di riconoscibilità e di specificità nell’assetto interno e mentale dell’analista che, per quanto possa utilizzare differenti modelli teorici ed avere simpatie per un autore piuttosto che per un altro, avrà sempre a che fare con la relazione con il paziente e dunque con la dimensione affettiva che ne consegue.
La psicoanalisi, pertanto, non è un sistema chiuso ma un corpus teorico in fieri che non si presta a generalizzazioni né a definirsi in una Weltanschauung.
Essa è metodo d’indagine sul funzionamento mentale e sulle sue disarmonie, una chiave di comprensione della mente e, contemporaneamente, lo strumento per migliorarla nella prospettiva di aiutare l’essere umano ad accettare se stesso.
Rischiando forse grossolane semplificazioni dobbiamo però distinguere quella parte del corpus del pensiero psicoanalitico che si è trasformato nel tempo (cioè i modelli psicoanalitici) da quella parte che, come un nucleo originario, rimane inalterata nel tempo e che ne garantisce l’identità, ovvero il setting, il transfert ed il controtranfert.
Il setting è lo spazio fisico dell’analisi, ma soprattutto è l’assetto mentale dell’analista ovvero ciò che permette la disponibilità di comunicazione e la capacità di entrare emotivamente in relazione con l’altro.
Il transfert è la riproposizione di una esperienza che l’analizzando ha nel suo attivo e che sposta sull’analista attraverso falsi nessi, qualcosa che affonda le radici in periodi arcaici della propria esistenza. Dunque, il controtransfert è la risposta emotiva dell’analista alle emozioni, parole e sentimenti che attraverso la relazione analitica egli rintraccia nella propria dimensione intrapsichica.
Consegue che alla base del metodo psicoanalitico c’è la comunicazione intesa come la possibilità di sviluppo di nuovi linguaggi, ma anche l’ascolto e l’osservazione di sé e dell’altro, del corpo e dei pensieri.
Per questo motivo al posto del temine “cura” dobbiamo sostituire quello di “crescita” attraverso le possibilità di trasformazione che da tale relazione emotiva si attivano e che non passa più, esclusivamente, attraverso le interpretazioni classiche, ma attraverso l’assetto mentale dello psicoanalista che ospita la realtà conscia ed inconscia dell’analizzando.
Questa viene infatti contenuta nella mente dell’analista per essere sognata dalla coppia analitica, al fine di dare avvio a pensieri nuovi, per i quali è necessario esplorare l’ignoto.
La coppia al lavoro viene così orientata verso funzioni mentali che possono trasformare rendendo disponibili nuovi linguaggi attraverso la creatività specifica della mente umana che Bion ha chiamato “reverie”.
Il dialogo che ne deriva è una esperienza verbale che presuppone l’esistenza di un’area non verbale e in gran parte inconscia, indispensabile per la costruzione del mondo simbolico.
Questa area contribuisce alla creazione di quella forma di vita in comune (Wittgenstein, 1967), la relazione, che è contemporanea al dialogo ma che teoricamente è il presupposto indispensabile a che il dialogo e la comprensione reciproca possano realmente dispiegarsi.
Per Resnik nell’esperienza del transfert e del controtransfert costitutiva del metodo psicoanalitico, analista ed analizzando mettono in gioco la propria identità: il fattore terapeutico fondamentale è la possibilità di un riconoscimento reciproco nella relazione.
Tale riconoscimento è sempre attuale e irripetibile, per cui la teoria non è mai data una volta per tutte, ma si crea e si ricrea solo nel rapporto dialogico con l’altro.
Pertanto anche il metodo, all’interno della cornice originaria che lo definisce (setting, transfert e controtransfert), è una continua ricerca attraverso la capacità di ascoltare se stessi nella relazione analitica.
Applicando le tecniche e modulandole nell’hic et nunc della relazione, la loro funzione risulta trasformativa e si evita così l’applicazione rigida che è la negazione dello spirito del metodo analitico.
Il pensiero psicoanalitico si muove, dunque, in una spirale che è una continua ricerca poichè interrogandosi sul proprio essere “uomo” si scopre la propria unicità e la propria autenticità.
Autenticità coincide con quello che Bion definisce un “oggetto psicoanalitico”, ovvero l’intersezione di un elemento psicoanalitico con la sensorialità, il mito, la passione e la realtà.
Non si fa lo psicoanalista, si è… nel senso che, se noi stessi non passiamo attraverso questo processo di trasformazione, non possiamo andare avanti insieme all’altro.
Allora il problema cambia: non si tratta di trovare la teoria o la tecnica migliore ma di sviluppare la capacità di sentire chi si è per permettere all’altro di scoprirsi ed accettarsi per come egli è.

 

Bibliografia

Bion, W. R. (1970), Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico.
Roma: Armando.

Bion, W. R. (1962), Apprendere dall’esperienza. Roma : Armando.

Ferrari, A. B. (1992), L’eclissi del corpo. Una ipotesi psicoanalitica. Roma : Borla.

Freud, S. (1903), Il metodo psicoanalitico freudiano. O.S.F. volume IV.
Torino: Boringhieri, 1970.

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