Corpi che guardano, corpi che gridano. Tatoo, arte, sintomo.

di Carla Guidi

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Di origine ectodermica e mesodermica la nostra pelle ha la particolarità che, in corrispondenza degli orifizi, la cute continua con le rispettive mucose formando uno strato senza interruzioni, quindi una specie di nastro di Möbius che va dal dentro al fuori senza soluzione di continuità. Questo ci spinge alla riflessione: la pelle si trovi ad essere inserita nello stesso tempo in un ordine concreto, immaginario ed infine simbolico, con un valore di protezione della nostra individualità psicofisica e contemporaneamente come primo strumento e regione di scambio con gli altri, luogo di contatti fondamentali fin dai primi giorni di vita quindi, per lo sviluppo dell’organismo nei linguaggi della percezione, dell’affettività, della sessualità, come scrive (1) Asley Montagu (1971). Non solo, indagando sulle particolarità della pelle come l’organo più esteso del nostro corpo, si è scoperta la sua capacità di vedere, un fenomeno conosciuto sotto il nome di “percezione dermo-ottica” (PDO) ma anche la sua indubbia capacità di reagire allo stress con evidenti fenomeni cutanei, poiché tra il cervello e la pelle esiste una specie di corsia preferenziale, entrambi originati dallo stesso foglietto embrionale; quest’ultimo passaggio alla base della Riflessologia, tecnica ben nota ed accettata senza limitazioni dalla medicina ufficiale.

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Dopo le carneficine di due guerre mondiali e verso la nuova esuberanza tecnologica, foriera di aspettative di miglioramento vitale ma anche di nuove arroganze, il Corpo come soggetto (dagli anni ’60 in poi) si è andato sempre più disobbligando dal monopolio della religione e dalla violenza della politica, ma anche da un sociale patriarcale, soprattutto il corpo delle donne liberato da pillola anticoncezionale e controculture. Ma il senso della ri-appropriazione del “corpo proprio” aveva già aperto le porte alla sua commercializzazione, sempre più contagiato dall’aggressività invadente delle multinazionali dell’Estetica, della Chirurgia e della Farmacologia, nonché della Moda, attraverso l’immaginario musicale, filmico e le contaminazioni dilaganti della cosiddetta Cultura Pop, nel rinvigorirsi del Mito della Giovinezza … non più e non solo come eroica antagonista del Tempo, ma come ipotetica perpetuazione di uno Status al quale, con i progressi delle tecniche appunto, ogni generazione poteva finalmente accedere. Una ulteriore conseguenza fu l’attenzione sempre più forte alla psicosomatica ed al dilagare di terapie psico-corporee, nel tentativo di superare la tenacia della cosiddetta dicotomia corpo-mente e di contrastare l’ossessione persistente dell’immagine del Doppio non umano, sotto le spoglie del moderno Robot o Androide o Cyborg, o addirittura l’antico e funzionale Lucifero, l’Alter Ego di sempre.

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Negli anni settanta infine emerse (dall’ambito specialistico del panorama scientifico alle cronache) il nuovo paradigma del neurologo (2) Paul MacLean (Einaudi 1984) secondo il quale il nostro cervello è costituito da tre componenti distinte, ognuna delle quali rappresenta un momento evolutivo ben preciso della specie umana. Ma la cosa più sconvolgente fu l’apprendere che, secondo questa teoria, le tre aree cerebrali, sarebbero veramente indipendenti l’una dall’altra ed in grado di dominarsi reciprocamente.
Siamo ormai giunti in un’epoca in cui si comincia ad apprezzare la fecondità dell’approccio alla mente-corpo come sistema. Siamo però anche nell’epoca della frammentazione e dell’autoreferenzialità di discipline o istituzioni, maggiormente preoccupate a difendere gli esiti conseguiti piuttosto che aprirli a quanto prodotto in altri ambiti, così come cresce il timore di contaminazioni culturali in una paventata rottura delle frontiere, indecisi nel concetto di Limes, inteso come confine, muraglia, o strada, soglia che permetta ingressi e favorisca scambi.
In questa prospettiva ed in un mondo sempre più globalizzato ed intersecato da una quantità massiccia di informazioni, che però hanno bisogno di verifiche e di un tempo logico per essere metabolizzate, l’ideologia imperante è ancora quella del Neoliberismo nel contesto imposto di una ossessionante Velocità, favorendo solo una rivalità finanziaria sempre più astratta e crudele penalizza la vita delle persone e la loro capacità sociale, confonde le loro menti creando disordini fisici e mentali, distrugge infine l’Ambiente in cui siamo radicati. Non è casuale allora, a mio parere, il ritorno di un’antica pratica in una diffusione esponenziale in tutte le classi sociali (tra i giovani ma non solo). E’ divenuta infatti sempre più forte la tendenza ad incidere, inserire chiodi e monili infine colorare con l’inchiostro indelebile con immagini decorative tribali o addirittura dotate di nitidezza fotografica la propria pelle, per mezzo della mano di artisti esperti della Mimèsis o se si vuole del Trompe-l’œil che, nel contempo, hanno trovato la loro espressione più sincera e funzionale nella società dei nuovi estimatori fuori dalle Gallerie d’Arte e, con una certa malcelata soddisfazione, in nuovi spazi. Lo dimostra il successo di pubblico di varie Convention Tattoo, alle quali partecipano un grande numero di tatuatori provenienti da tutto il panorama internazionale. L’essere umano ha sempre utilizzato la sua pelle per trascrivervi immagini e simboli; forse prima ancora del linguaggio scritto le cicatrici stesse testimoniavano coraggio, sottomissione, infine potere. Un linguaggio emozionale di memoria e di promesse, al tempo stesso magico, propiziatorio e scaramantico, intimo e segreto, protettivo e rituale, poi anche distintivo di casta e sede di iniziazione … poiché la scrittura sulla pelle vale come rafforzamento dell’Immagine corporea, come identità, ma al contempo vale come messaggio all’altro, al sociale, per suscitare rispetto, avversione, avvertimento, provocazione, indicazione di possesso, di territorialità, di appartenenza.
Distinguerei però decisamente tra Tatuaggio e Piercing, prendendo in esame solo ciò che sta entro la superficie e non ciò che si inserisce prepotentemente dentro il corpo, modificando spesso non solo l’immagine corporea, ma addirittura lo schema corporeo, lasciando intravvedere significati più complessi e tendenzialmente di trasformazione autolesionistica. Attenendoci strettamente al tatuaggio, oggi in particolare assistiamo ad un fenomeno da non definire a mio parere, con grande superficialità, come regressivo, magico, auto-protettivo. I disegni che hanno contraddistinto culture più o meno tribali oggi si contaminano con immagini filmiche, ricordi ed immagini familiari, vanno a ondate e seguono mode, acquistano nuovi segnali di riferimento ad imitazione di personaggi noti, stili, nuove significante sociali con caratteristiche tipiche ed erratiche di una forma di scrittura artistica, con tutto ciò che questo comporta.

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Sia a livello narcisistico che di ricerca identità, questa va a definire corpi sempre più permanentemente nudi che, per mostrarsi al fuoco dello sguardo altrui, non si accontentano più degli ornamenti classici del trucco, del vestiario, delle acconciature più o meno voluminose per apparire unici, attraenti, per ottenere uno status superiore rispetto ad un gruppo di appartenenza, Del resto come meglio definire la tendenza evidenziata dal proverbio “chi bello vuole apparire, un po’ deve soffrire?”, traduzione popolare dei dettami spesso limitativi o crudeli di una Cultura, spesso irrispettosa della fisiologia stessa in nome di un dettame estetico e di una Legge sociale non scritta.
Un secondo motivo, forse più importante, è che su questi corpi, dei quali a volte si è perduto il contatto, si possono proiettare permanentemente le immagini più amate o più terrificanti per possederle, per dominarle, insieme ai desideri, ai ricordi personali sempre più sfuggenti, i sogni, a volte gli incubi, evaporati dalla psiche messa sotto pressione dalle paure, queste sì sempre meno controllabili, immagini evase da Internet e rimbalzate dal Tablet, dagli iPhone, dagli Android. Sono ologrammi che si mescolano alla Realtà e si confondono con essa, andando a formare una realtà virtuale più persistente, terrifica e seduttiva di quel “mondo naturale delle origini” che fece sorgere a protezione del nascente Io, l’Animismo, il Culto dei morti ed infine il Politeismo. Il tessuto simbolico delle immagini emerge nella danza delle maschere e nel linguaggio a guardia della Soglia con l’Innominabile, ma con la possibilità di poter urlare agli altri ciò che si è, senza bisogno di parole, utilizzando le figure per segnalare significati simbolici dei quali, a volte,non si è nemmeno consapevoli. Entrare nel mondo delle immagini non è mai stato innocuo, tentare un’operazione di simbolismo linguistico strutturato sopra un Immaginario che confina con l’inconscio ed il sogno non è forse pericoloso, ma in qualche modo terapeutico, dove il tatuatore-catalizzatore-artista-stregone è chiamato in causa per guidare la persona attraverso un percorso di consapevolezza estetica, in fondo verso quello che lo stesso Yves Klein (3) precursore della Body Art usava dire – “creare costantemente un solo unico capolavoro, se stesso”.
Tatuarsi oggi potrebbe significare ricostruire il proprio Io, (4) Didier Anzieu (1985) oppure come accenna la psicoanalista newyorkese Louise Kaplan (5) in Cultures of Fetishism (2006) riportando la recensione che Stephen Holden (2003) scrisse del film In My skin, come la scrittura sulla pelle sarebbe un tentativo di ristabilire una connessione perduta con un Corpo oppresso dall’invadente tecnologia.

(2) Paul MacLean “Evoluzione del cervello e comportamento umano” (Ed it. Einaudi 1984)
(5) Louise J.Kaplan “Falsi idoli” Ed it Erickson 2008) cita Stephen Holden a pag 162
(3) Yves Klein (https://it.wikipedia.org/wiki/Yves_Klein)
(1) Asley Montagu “Il linguaggio della pelle” (Ed it. Verdechiaro edizioni 2015)

 

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