L’importanza della relazione: considerazioni sul film “Basta Guardare il Cielo”.

di Donatello Giannino

immagine basta guardare

Trama: Basta guardare il cielo è film del 1998, tratto dal romanzo omonimo di Rodman Philbrick, racconta la storia di due ragazzi che traendo ispirazione dalle avventure di Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda, intraprendono un viaggio alla scoperta dell’amicizia. I due ragazzi sono Kevin e Max, il primo è esile, basso con una patologia degenerativa importante, ma con una intelligenza fuori dal comune, il secondo è alto e grosso, classificato a scuola come lento nell’apprendimento. Kevin vive con sua madre ed è senza padre, Max vive con i nonni a cui è stato affidato in seguito all’arresto del padre accusato dell’omicidio della moglie, madre di Max. Ciò che li accomuna è l’essere stati da sempre degli esclusi, emarginati e presi di mira dai compagni della scuola.

Commento: Quando ho visto per la prima volta il film non facevo altro che ripetermi la frase pronunciata da Kevin a Max la prima volta che si sono parlati: “Ogni singola parola fa parte di un’immagine. Ogni singola frase è un’immagine”.

Frase che mi ha accompagnato durante il proseguo della visione. Forse perché, questo, tocca un aspetto a me molto caro, ovvero quello di essermi immaginato da sempre la nostra mente come un proiettore che genera e sviluppa immagini. Allora potremmo chiederci cosa avviene se il proiettore non compie questa operazione, oppure cosa ha fatto sì che si verifichi una interruzione.

Max è un adolescente con un corpo imponente, che potremmo supporre ingombrante per lui o forse così imponente da far paura a se stesso per quello che può fare. Vive con i nonni e ci viene presentato a inizio film come un ragazzo con quelli che, adesso molto in voga, vengono definiti deficit di apprendimento. Incapace di leggere, di esprimersi, di reagire, sottomesso a insulti fatti da un “branco” di suoi coetanei.

Come fai a essere un fifone con un corpo così?” gli chiederà Kevin successivamente.

Man mano che le scene si susseguono e l’amicizia tra Max e Kevin diviene sempre più forte fino ad unirli in un solo corpo e una sola mente (Kevin la mente e Max il corpo) riaffiorano i ricordi, quelle immagini dolorose, quel fardello che Max portava faticosamente dentro di sé, da cui ha cercato di difendersi facendo un taglio netto alla possibilità di immaginare, di sentire, di condividere.

Quel blocco, quella rottura si scoprirà essere legata a un evento traumatico: Max ha assistito all’uccisione della madre, strangolata sotto i suoi occhi da suo padre, un’immagine troppo dolorosa da eclissare tutto il resto.

Un film che sottolinea l’importanza della relazione, quindi. Relazione capace di generare condivisioni di permettere a quelle immagini traumatiche di trovare un posto, di poter essere raccontate.

Kevin pian piano introduce Max in un mondo altro, fatto di cavalieri medievali e dame da salvare. Un mondo altro, un mondo fantastico, un onirico che permette di simboleggiare e sciogliere nodi troppo dolorosi, di poter affrontare quei lupi cattivi e terrori notturni.

Il finale è drammatico, ma permetterà a Max, un ragazzo che non era in grado di leggere, di riempire quelle pagine bianche, quel libro donatogli da Kevin con una precisa indicazione

Ogni singola parola fa parte di un’immagine, ogni singola frase è un’immagine.

Quello che devi fare è lasciare che la tua fantasia leghi una immagine all’altra”.

Credo che la visione di un film non è fatta per compiere una analisi meta-psicologica ma piuttosto aprire interrogativi e stimolare il pensiero e allora non posso fare a meno di riflettere sul momento storico in cui ci troviamo. Rispetto a quando è stato girato il film (1998) sono cambiate tantissime cose.

Mi vorrei soffermare sul modo di comunicare che si è trasformato in qualcosa che va al di là della relazione a due ma è diventato sempre più social (Facebook, Twitter, Instagram…), sempre più ci si sposta in uno spazio virtuale, un cyberspazio, trascinando con sé anche quei fenomeni al di qua del web come il bullismo. Ci troviamo adesso a confrontarci con quelli che vengono definiti haters (letteralmente coloro che odiano) e con il più generico cyberbullismo.

Come ci ricorda il Miur per quanto riguarda il bullismo “le azioni possono riguardare molestie verbali, aggressioni fisiche, persecuzioni, generalmente attuate in ambiente scolastico. Oggi la tecnologia consente ai bulli di infiltrarsi nelle case delle vittime, di materializzarsi in ogni momento della loro vita, perseguitandole con messaggi, immagini, video offensivi inviati tramite smartphone o pubblicati sui siti web tramite Internet”.

Allora mi e vi chiedo, quanto può risultare importante con i nuovi modi di comunicare una relazione come quella tra Max e Kevin oggi?

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