Sogno o son desto?

di Giustino Galliani.

“Mi trovavo in una tipografia illuminata da una luce bianca ed intensa”. Osservo la bianca con la volta del soffitto. La linea comincia ad ondulare, come se fosse un serpente, un’onda, scintillante con i riflessi della bianca luce.

Il movimento ondulatorio verso l’alto, sempre più intenso, fa sì che qualcosa di incandescente spicchi un salto verso il pavimento. Provo un’intensa emozione:sembra un incrocio tra un montone ed una capra, con riccioli di lana che gli ricoprono la testa. Il muso marrone e gli occhi fissi evocano una sfinge.

Gli rifilo un calcione nel basso ventre. Sento il rumore dell’urto, ma ancor di più l’impatto con la carne dell’animale, ovattato dai riccioli di lana.

Osservo il piede con cui ho calciato e vedo che la scarpa si è impolverata con il bianco della tinta della parete. Di quell’impatto conservo un ricordo intenso e caldo.

 Alla mente si è imposto un impatto di cui conservo solo un’immagine:

ruzzolavo sotto un filobus. Avevo circa tre anni e la memoria dei fatti è tutta ricostruzione, presuppongo di mia madre, che ne era testimone.

Mia madre usava prendere il filobus per andare al mercato. Negli anni cinquanta i ritmi erano più lenti e, in una piccola città, ci si conosceva un po’ tutti. Il conducente del mezzo aspettava che mia madre scendesse per accompagnarmi all’asilo, a pochi metri di distanza da una fermata. Poi lei risaliva sul mezzo  e proseguiva per il mercato. Gli altri viaggiatori non protestavano, perché a quel tempo la pratica era diffusa e condivisa.

Una di quelle “solite” mattine accadde qualcosa di imprevisto. Evidentemente non entrai nell’asilo, ma rincorsi mia madre che tornava verso il filobus.

Attraversando di corsa la strada, fui investito da una Vespa. Di qui l’impatto e l’immagine del mio ruzzolare sotto il filobus, che molto probabilmente era ancora fermo. Ero io che ruzzolavo, dopo l’impatto con la Vespa, sotto il mezzo e non il filobus che mi investiva.

L’impatto con il sogno  è stato intenso e ne sono stato intensamente permeato. Anche se mi si è proposto come sogno, mi riesce difficile pensarlo come tale, perché il turbamento dell’incandescenza delle sensazioni ha permeato il mio vissuto cosciente. Se non avessi modo di riconoscergli lo statuto onirico, sarei psicotico. Questo mi avvicina alla psicosi, dove tale distanziamento e differenziazione di coscienza vengono meno. Era stato come incontrare un UFO, un alieno; avrei potuto sì immaginare di incontrarlo, ma non avrei potuto sapere cosa avrei provato incontrandolo. Era come intercettare un’onda sonora destinata ad un’altra lunghezza, un’onda che il mio orecchio non era predisposto a registrare.

Mi si  potrebbe proporre l’ipotesi che, vista l’intensità e l’irruenza delle immagini, possa aver avuto un incubo. Ma per l’esperienza e l’idea che ne ho, devo rispondere di no. No, non era un incubo.

La sensazione che prevale è quella dell’intercettazione. L’aver intercettato qualcosa che si svolge in me e che contemporaneamente turba e attrae la mia mente. Il sogno sembra svolgere la funzione di navicella spaziale.

Solo che il sogno ha assunto in me i caratteri di uno stato di incoscienza, che turba quella che, penso, sia la mia coscienza e la consapevolezza che ho di me.

Come porsi?

Sono passati circa tre anni dalla comparsa di questo sogno  e continuo ancora a chiedermi udienza. Il fatto che oggi ne stia scrivendo pubblicamente implica che esso ha assunto un valore che mi trascende, di natura più squisitamente scientifica. Potrei considerarlo una meteora del mio firmamento psichico, che ha assunto un carattere di coscienza a sé stante, che non necessita di un pensatore!

Forse un collega archetipico proporrebbe questa ipotesi? Aspetterò una loro risposta. Accompagnandomi con i miei riferimenti teorici, con tutti i limiti che essi mi impongono, sono portato a formulare un’ipotesi.

Se concepiamo l’Io non come un Ente monolitico e coeso, bensì come un’istanza psichica che si configura come un arcipelago, l’Io ci si proporrà con alture, avvallamenti e parti sommerse e si configurerà in modo diverso nei vari momenti della giornata, in relazione all’alta e bassa marea.

La configurazione Egoica proposta può predisporci ad accogliere nella coscienza ciò che nella bassa marea tende ad emergere sopra il pelo dell’acqua.

Ma questo modello dovrebbe riguardare un rapporto quasi quotidiano, se non addirittura routinario, con noi stessi; un lavorìo continuo per rendere dicibili le nostre sensazioni ed emozioni.

Lo stato di coscienza proposto, invece, tende quasi a sovrapporsi a quello abituale e rappresenta una irruzione che rompe quegli schemi che tendono a creare un sistema-coscienza, come se la bassa marea si livellasse al fondale del mare.

Sembra irrompere, con l’immagine del sogno, una fisicità rimasta incagliata nel fondale, alla ricerca di una sua dicidibilità e rappresentabilità.

Non ho alcuna intenzione di interpretare il sogno, perché non è questo il fine per cui l’ho proposto, ma vorrei cogliere in esso quegli elementi significativi utili a supportare la mia ipotesi. Mi riferisco in particolare a quel caldo ed intenso impatto con la carne del ventre dell’animale, che lascia sulla mia scarpa la polvere bianca della tinta della parete.

Le sensazioni condensate in quest’immagine sembrano suggerire l’esistenza (ed è questa l’ipotesi) di un’”isola fisica sensoriale” rimasta emotivamente incolore in me, come la polvere bianca sulla mia scarpa. Ma se accettiamo l’idea di configurazione Egoica proposta,  ”isola fisica sensoriale” è sempre parte dell’arcipelago e non un’entità scissa.

L’impatto dell’incidente sembra aver cristallizzato ed impresso nel corpo ciò che poteva svolgersi nell’animo di un bambino, visto che a quel periodo corrispondeva la nascita di un fratello. Come se quell’incidente avesse avuto la funzione di “tappo” dello svolgersi dello psichismo, contribuendo a rendere incolori le emozioni vissute nei confronti del ventre materno.

Nel proporre questa ipotesi, voglio sostenere che noi possiamo esprimere gli accadimenti fisici  e psichici attraverso vari registri di linguaggio (Corporeo, psicotico, delirante, paranoico, ecc.,ecc.,). Essi possono condensarsi in uno stato di coscienza che possiamo vivere, ad un primo impatto, come “alieno” o sovrapponentesi a quella che noi riteniamo la coscienza che abbiamo di noi stessi.

Ma, in ultima istanza, questo stato di coscienza può essere vissuto solo se sedimentato in qualche parte del nostro universo somato-psichico.

A tal proposito penso sia sempre utile ricordare e ricordarmi il principio secondo il quale”nulla si crea e nulla si distrugge”. Per cui penso che siamo destinati, fino alla fine dei nostri giorni, a doverci confrontare, contenendo tutto il turbamento che suscita in noi, con tutto ciò che di filogenetico o di ontogenetico si propone, a volte violentemente, alla nostra attenzione.

BIBLIOGRAFIA

BION W.B. (1979) – Trasformazioni. Roma: Armando

FERRARI B. (1992)- L’eclisse del corpo. Roma: Borla

FERRARI B. (1998) – L’alba del pensiero. Roma: Borla FREUD S. (1992) – Lio e l’es. Torino: Boringhieri

N.B. Articolo scritto e pubblicato nel maggio del 2000.

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