Il silenzio del bianco

di Laura Grignoli

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Il bianco, che si ritiene spesso un non-colore, appare come simbolo di un mondo da cui tutti i colori, in quanto proprietà materiali e sostanze, sarebbero spariti. Questo mondo è talmente al di sopra di noi che non ce ne perviene nessun suono. Ne arriva un grande silenzio che ci appare rappresentato materialmente come un muro freddo all’infinito, insuperabile, indistruttibile. È perché il bianco agisce ugualmente su di noi, sulla nostra psiche, come un grande silenzio assoluto per noi. Riassume interiormente come un non-suono, che corrisponde sensibilmente a certi silenzi in musica; quei silenzi non fanno che interrompere momentaneamente lo sviluppo di una frase, senza marcarne il compimento definitivo. È un silenzio che non è morte, ma pieno di possibilità. Il bianco suona come un silenzio che potrebbe essere immediatamente compreso. È un nulla che è giovane o, più esattamente, un niente prima della nascita, prima dell’inizio. Aggiungerei piuttosto prima del ricominciare. (Dello spirituale nell’arte, W.Kandinsky)

Al Caffè del Silenzio i vetri sono doppi e tutti stanno seduti da soli o in due, lo impone la regola. La regola del Caffè del Silenzio è il silenzio. È un voto obbligatorio anche per le coppie. Non ci sono dolci e la musica è sotto la soglia dell’udibile, immaginaria. Ci vanno tutte le teste riscaldate dal dolore e dalla tristezza che con le parole non ce la fanno più. Dicono che vanno al Silenzio e incominciano a tacere sin  da casa. Il sangue, al Silenzio, ritorna al suo posto e riprende la giusta direzione. (G.Todde)

In questo caffè mi rifugio quando la compagnia è troppa. Quando i pensieri fanno troppo rumore. Ognuno ha il suo Caffè del Silenzio.

Preferisco vivere nel silenzio più che scrivere  su di esso, farlo è un vero paradosso, a meno che se ne parli sotto forma di romanzo, come fa Giorgio Todde. Da silēre latino, tacere, la parola “silenzio” è intesa in un’accezione metaforica come l’equivalente di “pace”, “calma”, di estasi mistica. O magari come rifiuto, ostinazione,aggressività passiva.

Non intendo valermi di queste accezioni;  tenderei invece a identificare l’unità silenzio con l’entità-intervallo. Le due citazioni in epigrafe riassumono i due filoni che vado a percorrere.

Silenzio, dunque, come cessazione del rumore, del suono, d’ogni attività esplicita; ma anche silenzio come presenza di qualcosa che, durante il silenzio, si svolge come reificazione del silenzio stesso: un realizzarsi di qualcosa, e questo di per sé mi pare estatico. Vado, quindi, a considerare l’esistenza e il verificarsi del silenzio come pausa, come intervallo tra due suoni, due parole: una pausa dalla quale sia possibile attingere delle ancora inespresse forze germinali. Silenzio, insomma, come momento creativo,  come madre di ogni potenziale creazione.

Il silenzio come intervallo è il necessario momento di sosta tra due elementi contigui sia nel tempo sia nello spazio. Possiamo, in altre parole, assimilare o addirittura identificare il momento intervallare o diastematico tra due elementi visivi (forme, colori, elementi architettonici) con quello tra due momenti auditivi. L’intervallo tra due note (o due parole) è analogo, infatti, a quello tra due elementi spaziali. In entrambi i casi l’abolizione dell’intervallo, o della pausa – dunque del “silenzio” – ha conseguenze pesanti sia d’ordine psicologico sia estetico.

Questa perdita della “coscienza diastematica”, o intervallare che dir si voglia, è tanto  grave quanto   inconsapevole. Viviamo, infatti, nella convinzione che il silenzio esista, che l’intervallo scandisca i nostri ritmi vitali mentre la scomparsa di questo intervallo, l’assenza del silenzio creativo, ci obbliga a vivere in un tempo privo di soste che si trasforma quasi sempre in tempo alienato. Un tempo che ci vediamo costretti a riempire continuamente di avvenimenti, di eventi, di sollecitazioni, di immagini, così che non rimane più spazio (e tempo) per quelle operazioni ideative che solo una “discontinuità temporale” può rendere possibili.

Provate a guardare una sequenza più o meno lunga e totalmente silenziosa di un’opera cinematografica: la brusca interruzione del sonoro insinuerà un immediato senso di aspettativa e di attesa. Il silenzio è in grado di suscitare l’attesa, di sospendere il tempo, di mettere a tacere le sollecitazioni della nostra sensorialità, risveglia in noi delle immagini visive, auditive, tattili, eidetiche effettivamente autonome e autoctone.

Tuttavia il silenzio a cui alludo non va confuso con la deprivazione sensoriale. Tutt’altro.

Pensiamo al silenzio metafisico di Meriggio di Felice Casorati: silenzio interrotto solo da una luce algida ma penetrante. Il realismo artistico è immerso in un’atmosfera evocativa di una dimensione esistenziale che va oltre. “Vorrei saper proclamare la dolcezza di fissare sulla tela le anime estatiche e ferme, le cose immobili e mute, gli sguardi lunghi, i pensieri profondi e limpidi, la vita di gioia e non di vertigine, la vita di dolore e non di affanno” dirà l’Artista.

Silenzio indispensabile.


Ma c’è un altro tipo di silenzio, quello del rumore muto assente, espresso in maniera incisiva e forte dall’Urlo di Edvard Munch. Il silenzio ‘urlato’, inaspettato, di questa opera mette l’angoscia dell’attesa di un grido che non udremo mai: il grido interiore delle viscere.

Quell’Urlo evoca silenzio tanto quanto abitualmente può evocarlo la parola: parola e silenzio, suono e pausa, servono ad unire e a separare. Attraverso il tacere ritroviamo il valore e il senso del parlare. Nessun pensiero  esiste senza la parola in cui si sviluppa e si realizza. Ma se le parole sono preziose, più prezioso, però, è il silenzio. Esso ha le stesse caratteristiche comunicative della parola superandola, a volte, nelle potenzialità comunicative di certe inesprimibili emozioni.

È incisivo come un segno, come avviene nell’arte. C’è un difetto della parola e c’è un eccesso di parole. C’è anche un non trovare le parole. Non tutto può essere detto in parole.

Se dal campo della semiologia passiamo alla pratica clinica troviamo il paziente silenzioso,  la comunicazione silenziosa,  l’uso terapeutico del silenzio e il terapeuta silenzioso.

In psicoterapia il silenzio assume il suo significato in funzione dell’atmosfera di interazione preesistente e, in ultima analisi, del processo della relazione intersoggettiva. Il tempo del silenzio si definisce in relazione al tempo della parola e viceversa. Può essere una pausa che pone fine ad un flusso associativo, una pausa all’interno del discorso per sottolineare o alleggerire un passaggio, se non addirittura un’interruzione difensiva della catena associativa.

Il silenzio, ambivalente, nutre l’illusione della fusione e nello stesso tempo  esprime  o maschera  il vuoto, ‘parla’ della noia come ‘quel che resta’ delle precoci privazioni. In questa prospettiva, il silenzio aureo si trasforma in silenzio di morte, evocando il fantasma di morte legato alla perdita dell’oggetto. Il silenzio ripropone nel profondo le emozioni legate alla perdita della relazione fondamentale con la madre.

È frequente il tentativo da parte dei pazienti cosiddetti pregenitali a componente orale, di sedurci con la loro intuizione e la loro sensibilità, con il loro modo sensitivo di concepire la vita. Lo capiamo perché siamo tentati di comunicare con loro attraverso un’allusione in cui il silenzio offre uno spazio d’intesa, oppure di disaccordo e di malintesi molto più pesanti della parola.

Rispetto, altresì, il silenzio in quei periodi della terapia in cui il silenzio funge da fattore di integrazione.

Quando il paziente regredisce, il silenzio aumenta il suo narcisismo e il sentimento di onnipotenza . ‘Io non ho bisogno di nessuno’, pare dire il paziente, mentre accede al sé grandioso per difendersi dal vuoto depressivo.

Poiché il controllo della parola è anche fisico, il silenzio rappresenta il culmine della padronanza sul corpo e sullo spirito, per dirla con Lacan: si erotizza l’analità. I silenzi ostinati del paziente silenzioso ‘sofferente di stipsi verbale’ possono avere un carattere negativo oppure significare semplicemente il rifiuto degli altri, il poterli lasciare insoddisfatti.

Nel trattamento psicoterapico, noi troviamo talora i pazienti che non riescono a tacere, e che puntualizzano gli interventi del terapeuta con dei commenti chiaramente oppositivi: mostrano di accettare con difficoltà la posizione di dipendenza, ma più spesso è un modo di annullare e di rendere non detto – e dunque non esistente – quanto abbiamo loro appena detto. Il silenzio ha un significato soggettivo più elevato della parola, e questo rischio può infiltrare la comunicazione silenziosa nel transfert.

Mi ricordo di una paziente che parlava senza pause, non si dava spazi di ‘respirazione’, quasi volesse mettere una barriera fra di noi, o forse per mettere delle pedine organizzatrici di questi spazi di silenzio, che le suscitavano profonde angosce.

Non per questo considero il silenzio sempre e solo come una resistenza.  

Un’altra forma di silenzio esprime piuttosto la svalutazione della parola come espressione pulsionale rispetto all’azione. Per mesi e mesi una persona ha cominciato le sue sedute dicendo “Che dire? Io non ho niente da dire”. Facevano seguito dei lunghi silenzi in cui mi pareva trasparisse un’altra comunicazione del tipo ‘…Ma io ho tutto da fare’. Aleggiavano fantasmi incestuosi. La realizzazione dell’incesto restava il tema principale delle sue opere nell’atelier di arteterapia. In questo caso l’elaborazione secondaria attraverso la realizzazione simbolica e la parola, proposta durante la prima fase del trattamento psicoterapico, era considerata come una sostituzione di valore molto trascurabile.

Il passaggio all’arteterapia, quando la parola  muta chiede espressione, diventa ineludibile. Se, infatti, la verbalizzazione è il principale strumento della psicoterapia di ispirazione analitica, essa non rappresenta l’intera matrice dell’attività comunicativa.

Freud (1901) diceva che colui che tace con le labbra parla con la punta delle dita e si tradisce attraverso tutti i pori della pelle. Theodor Reik (1926) affermava che non è corretto attribuire l’effetto della cura interamente alla parola, e ci diceva, riferendosi sia alla psicanalisi sia alla psicoterapia, che il trattamento mette in evidenza la potenza della parola, ma anche la potenza del silenzio. Reik inoltre sottolineava che vi è una relazione antinomica fra la parola ed il silenzio, osservando che vi possono essere parole senza significato quanto dei silenzi molto significativi.

Il silenzio può fare comunque rumore,  può valere più di un dizionario o pesare più di esso.

In arteterapia, dove le parole sono poche per statuto, il silenzio è presente non tanto nell’assenza del verbale ma nelle sfumature dei molti colori che, secondo me, lo compongono e così, attraverso i colori il silenzio parla, fa rumore, grida, impreca, placa,  accarezza, abbraccia e consola.

Alludo ai silenzi bianchi, quelli dell’anima, meditativi e introspettivi. A volte, sfumano verso il grigio nelle sue varie tonalità, dal chiaro al perlaceo al fumo di Londra, per poi sfociare nel nero più assoluto, quando toccano  sempre più in profondità, la parte più recondita e nascosta di noi: quella che ci avvicina all’Inferno. E allora diventano silenzi di pietra, pesanti, insopportabili, glaciali, quasi impossibili da condividere. Fedida (2000), nel costruire la sua pratica che è poi piuttosto una ‘poetica’, si serviva dei bianchi di Cezanne o di Mallarmé, delle rarefazioni di Giacometti o di Andrea Du Bouchet per curare le malattie dell’anima.

Ecco i silenzi blu, quelli della ragione, che digradano dal blu di Prussia all’azzurro oltremare, fino al celeste-glaciale, quando toccano apici estremi. Sono silenzi carichi di interrogativi, che fermentano in un lavorio interiore che, a volte, si mette all’opera producendo generose risposte,  altre volte  si spegne, stagnando nell’aridità.

Che dire dei silenzi rossi? Sono quelli dei sentimenti forti, i più gettonati. Questi sono silenzi dalle gradazioni praticamente infinite: dal silenzio rosso acceso, che a volte gestisce altre volte è governato dall’amore e dall’odio alle sfumature più calde dei silenzi rosso fuoco, a volte rosso-sangue, dove i silenzi celano le passioni, fino ai rosa, che si confondono con il battito del cuore, a quelli tendenti al quinacridone-violetto, tristi e amari della gelosia e della paura. E poi il vermiglio, che tinge i perfetti silenzi amicali e il silenzio carminio della delusione, del pianto e dell’orgoglio.

Infine i silenzi gialli, umorali. Ecco un silenzio giallo cromo, caldo e piacevole, il giallo intenso, profondo e assoluto di quando la felicità ci abbaglia, il giallo-oro, immenso e redentivo della serenità appagante e il silenzio giallo-limone quando il rancore ci investe e lo sentiamo, acido e corrosivo ustionarci la gola…

In arteterapia il silenzio fa parlare le mani, frammentando le neoplasie psichiche…

Nella soffusa luce dell’atelier di arteterapia una donna di 34 anni, che chiamo Sina, fa esplodere forme e colori sulla sua tela, dove i silenzi e i rumori dell’anima, sapientemente fusi, concretamente evidenziati in caldissime e solidissime cromie pittoriche si propongono come un denso pastoso modo di parlare di sé.

Quella di Sina è una ‘memoria che non vuol ricordare, se non creando’.

Le pennellate silenziose, sicure e tremanti, carezzanti e incisive, come la parola in analisi,  sono alla continua ricerca di un codice espressivo consono all’essere ‘qui ed ora’. Il colore, melodia del silenzio, segue un crescendo parossistico con momenti di ritmo che si va moderando fino alla pausa. Le pennellate, ora lunghe ora brevi, cadenzano uno svolgimento mai scontato, si infittiscono e si diradano a materializzare il crescere o il diminuire di modulazioni intense del silenzio. All’opulenza del colore, alla sua tattile sensualità, alla sua capacità evocativa, alla densità materica e tonale si contrappone spesso l’uso del bianco totale, steso con gesti misurati, scandito talvolta da un flusso di parole sconnesse incise nello spessore viscoso della materia cromatica per rendere visibile il filo del discorso di un dialogo tra sè e sé, senza interrompere il silenzio che domina l’intero impianto.

Sina, attraverso il bianco, fa sentire la voce del silenzio che si offre come irrinunciabile opportunità per scandagliare insospettati abissi. Un luogo interiore in cui le cose del  quotidiano si trasfigurano, suggerendo profondità incommensurabili. Il silenzio si pone come linea di demarcazione tra lo spazio occupato da incomprensibili percorsi della vita quotidiana, reale, e lo spazio della sua geografia psichica, in cui è possibile affrontare la difficile convivenza tra la solitudine dell’essere e la necessità comunicativa dell’esistere.

Si pone come spazio intervallare direbbe Jean-Pierre Royol (2009, pag. 45) che ci spiega così la sua assenza:“La sofferenza psichica è il prodotto del restringimento, quasi dell’estinzione, di quello spazio psichico bianco vitale che permette l’articolazione dei differenti poli del pensiero”…   “In assenza di questo spazio intervallare, l’apparato psichico è ingabbiato in una fissità autistica. L’arteterapeuta non smette di fare esperienza dell’arte e sa che offre una via sempre nuova, perché rivendica, in fondo, la gratuità di una ‘vacanza’, di una sospensione di senso e di uno scarto vitale”.  

Ecco perché le nostre più grandi soddisfazioni in arteterapia  sono situate nel fondo bianco dei  più autentici silenzi visibili.

Bibliografia  

Casorati F. (1920) Scritti, interviste, lettere, Milano: Abscondita, 2004.

Fédida P. (2000) Par où commence le corps humain, Paris: P.U.F. 

Kandinskj V. (1910) Dello spirituale nell’arte,  Milano: SE, 2005.

Musatti C.(1970) Freud con antologia freudiana,   Torino: Boringhieri, pp. 253-262, 1914.

Nacht, S. (1963), La valeur de la relation non verbale dans le traitement psychanalytique. Rev. Franc. Psychan., 6, pp. 573-584.

Reik Th. (1926) The psychological meaning of silence, Psycho-Anal. Rev. Vol., 55, pp. 172–186,1968.   (conferenza pubblicata originariamente in Wie man Psychologe wird, Int. Psychoan. Verl., 1927).

Royol J.-P. (2009) Art thérapie. Quand l’inaccessible est toile.   Jargeau-France: Dorval editions.Trad. it.  Arteterapia. Quando la stella del desiderio è tela. Jargeau: Dorval edition, 2009.

Todde G. (2007) Al caffè del silenzio, Nuoro: Il Maestrale.

Van Der Heide C., (1961) Blank silence and the dream screen. Amer. Psychoanal. As-soc. VoI 9, pp. 85-90.

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