Dall’impasse all’O-nirico e viceversa

di Donatello Giannino

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Il colore è un mezzo per esercitare sull’anima
un’influenza diretta.
Il colore è un tasto,
l’occhio il martelletto che lo colpisce,
l’anima lo strumento dalle mille corde.

(Kandinskij)

Queste le parole che il pittore Vasilij V.Kandinskijha usato per dare una definizione ai colori, colori che usava o meglio che ascoltava chiacchierare mentre li mescolava, come un abile cuoco mentre mescola i suoi ingredienti.

I colori, potenti come un suono melodioso delle note di una composizione musicale, o leggere parole di versi di una poesia, sono capaci di arrivare dritti all’anima.

Per ogni colore il pittore attribuisce una tempera sensoriale ed emotiva che si genera in chi li osserva.

Kandinskij suddivide la sua opera astratta in tre categorie: impressioni, improvvisazioni e composizioni.
Curiosa questa suddivisione se si pensa al fatto che per poter arrivare a sentire una emozione si deve passare per la sensazione, una improvvisa intuizione di ciò che sta avvenendo e il suo riconoscimento, tale per cui si può rendere armonico, si può comporre quel chiacchiericcio di colori che sono giunti all’anima.

Ma con Jessica i colori restano sempre sul tavolo. Jessica è una ragazza adolescente di 16 anni. Si presenta ai primi colloqui con un forte trucco a segnarle il viso, facendola sembrare più grande della sua età anagrafica.

Nel descrivermi il suo rapporto con i genitori si viene a configurare un quadro dove la paziente, mi dice, ha preso il posto della madre.

J.: è troppo sensibile e debole mia madre, non riesce a difendersi, allora per non farle fare male ho preso il suo posto, io sono più forte e riesco a reagire, quindi quando papà si arrabbia e diventa aggressivo faccio in modo che se la prenda con me.

Dentro di me si configurano scene dalle forti venature incestuose e man mano che le sedute passano e aumentano i racconti questa idea si fa sempre più insistente.

Le comunicazioni di Jessica sembrano messe in scena come tragedie greche, tutto è molto teatrale, istrionico, maniacale. Ci sono urla, strilla e un corpo che viene usato per provocare.

I primi mesi di terapia trascorrono col tentativo di ascoltare e dire poco, ogni parola che potessi dire viene gettata via, era di troppo, e quello che mi trovo a vivere è una sensazione di vuoto alla testa, sono sospeso sulla sedia, imbambolato. A volte getta qualche ricordo in una sorta di evacuazione, ricordi che fatico a raccogliere, per poi di nuovo passare a un altro argomento, ai trucchi, a facebook, instagram, ai ragazzi.

Durante il primo periodo di trattamento sono sospeso tra il non capire e il non pensare. Non vi sono colori tantomeno immagini. Tutto è cupo come il trucco di Jessica, gotico.

Trascorrono mesi in cui mi limito a rimandarle quanto stare a distanza la mettesse in una posizione di sicurezza. Le urla iniziano a placarsi e pian piano che la fiducia cresce, iniziano a comparire i primi colori come ad esempio lo smalto nero sulle dita tranne su una di colore azzurro, e le prime immagini, come a piccole trasformazioni in allucinosi (Civitarese), di quelle che lei definisce “microsogni, li chiamo così i miei sogni perché non capisco se li faccio durante la notte o non appena mi sveglio, nel dormiveglia”, ovvero sogni fatti a cavallo tra il sonno e la veglia, come a piccoli pensieri con un brandello di senso che iniziavano a prendere forma, in un limbo in attesa di essere registrati e co-vissuti all’interno dei nostri incontri, all’interno della nostra relazione.

Microsogni da cui emergono timori legati alle conseguenze di una vicinanza, conseguenze che evocavano il tradimento, la morte, il bisogno di protezione.

I sogni non te li racconto perché ho paura che tu non mi sappia dire il loro significato, e se poi te li racconto e tu non me lo sai dire io impazzisco perché poi penso sempre lì”, come a segnalare il timore di entrare in una relazione più intima, profonda.

Con il trascorrere del tempo e la sorpresa da parte sua del mio essere lì nonostante “io ti bombardi”, dice, porta Jessica a potersi lasciare andare, ma tornando la seduta successiva a ritirarsi dentro di sé, movimento che ci ha accompagnato durante i due anni di trattamento dove ero messo costantemente a dura prova, movimento questo che segnalava il suo timore che legandosi potesse essere tradita da me.

Quando arriviamo a poter pensare questo e a poterlo accostare dentro di sé, Jessica può dirmi perché è andata via di casa.

J.: perché fumavo le canne e perché mio padre non riusciva a gestirmi.

Viene a delinearsi durante il corso delle sedute l’ipotesi dell’assenza di quella possibilità per Jessica di poter essere contenuta dentro una dimensione spazio-tempo, una dimensione fisica e psichica.

Dopo circa un anno Jessica arriva in seduta dicendo che si era stancata di Valeria, il suo alter ego. Valeria è il suo Nickname utilizzato nelle chat di incontri, nome-personaggio che aveva avuto la funzione di depositario (e portavoce all’interno del campo) di tutta quella sessualità esplosiva – sensualità ed emotività in cerca di accoglimento e trasformazione – che non riusciva a contenere, uomini molto più grandi di lei con i quali “posso essere un animale e scopare violentemente, ragazzi che… pensandoci bene… ricordano mio padre” e che attraverso il suo corpo e i suoi racconti Jessica introduce nella stanza. Penso che siamo in un momento delicato dell’analisi, un inizio di integrazione tra quelle parti di sé che mette fuori e quelle che tiene e protegge dentro di sé.

Al termine di ogni seduta Jessica utilizza un genere cinematografico per descrivere la seduta trascorsa. Ci sono state sedute horror, thriller, drammatiche, romantiche.

Con il passare del tempo si delinea sempre più una forte ambivalenza odio-amore nei confronti del padre, che nel transfert si versavano su di me, si passa dalle botte all’amore folle. Dentro di me sento sempre più repulsione verso questa figura genitoriale e ritornano le fantasie incestuose avute durante i primi colloqui, quegli scambi di ruolo tra lei e la madre, la violenza.

Tra i vari microsogni che racconta in seduta, mi dice che c’è un sogno ricorrente, lei che entra in una casa grande, bellissima con un grande giardino; entra dentro questa casa e le stanze sono grandi e luminose, colorate e cambiano di sogno in sogno, ma c’è una stanza che è rimasta sempre chiusa. Ammetto che aveva stuzzicato la mia curiosità. Cosa c’è in quella stanza? Era la domanda che mi attanagliava la mente.

Arriva in seduta la settimana successiva totalmente diversa, senza tutto quel trucco a marcargli il viso e tra le mani una borsa rossa di vernice con manici e bordi neri. Immagino una palla infuocata. Appena entra in stanza si siede e mi dice:

J.: Nessuno mi capisce, sono stata a casa quattro giorni, ho provato a parlare con qualcuno ma delle 1000 cose che ho detto nessuno ha capito, mi dicono che sono cambiata, migliorata ma io non me ne accorgo. Mi sento come un rubinetto che è bloccato e intasato. Cos’altro si aspettano da me, che cambi tutto? Non è possibile, ci sono cose di me che a me piacciono, che fanno parte di me e non cambieranno mai.

Mentre parla mi accorgo che i miei occhi sono pieni di lacrime e mi sento pervaso da un’angoscia che faccio fatica a comprendere.

Ci soffermiamo sul suo sentirsi sola, non compresa.

Apre la borsa che aveva con sé e all’interno c’erano trucchi, smalti, pennelli, tutta l’attrezzatura o forse sarebbe meglio dire l’armatura con la quale Jessica affronta il mondo, quello suo interno popolato da pazzi, da sentimenti di solitudine, da inquietudine.

Continua parlando di quanto siano fortunate le persone in generale che vivono una vita e dei problemi normali, vanno a fare una passeggiata sul lungomare, a mangiare una pizza, mentre “io dentro sto male, soffro. Mi sembra di avere a che fare con mio padre. Era tutto sbagliato, io ora posso anche cambiare, essere migliore, ma il passato è il passato”.

La sua voce e il tono con il quale pronuncia queste parole è diverso rispetto alle altre volte, sembra lontanissima la Jessica dai modi maniacali ed esplosivi. Le propongo di vedere questo come la trama di un film, immagini che sembrano racchiudere un po’ lei e un po’ noi – il fuori e il dentro la stanza – ovvero di quanto è facile il fuori, in cui tutto sembra normale, ci si può truccare, usare i pennelli, mascherare, però sembra che poi vi è un dentro che sembra bloccato o intasato, un qualcosa di rosso fuoco da tenere per mano, sotto controllo, fare attenzione a non bruciarsi.

J.: Ti ricordi il sogno che faccio sempre? – mi dice – Stanotte l’ho rifatto. Sempre la stessa casa bella, anzi bellissima, fuori sempre la stessa, dentro stanze diverse con le porte aperte e questa volta la stanza che era sempre rimasta chiusa, anche quella è aperta, è inquietante e mentre mi avvicino per vedere cosa c’è dentro vengo attirata da un bicchiere di latte caldo e dei biscotti plasmon che erano posti su delle scale vicino la stanza, allora prendo il bicchiere del latte e i biscotti e vado via, strano perché io il latte non l’ho mai bevuto, solo qualche volta”.

T.: Chissà cosa c’era in quella stanza così inquietante?– le propongo.

J.: Era tutta nera con delle luci rosse accese, sembrava ci fossero persone e cose inquietanti, credo il diavolo in persona.

Nel parlarmi la sua faccia è terrorizzata, si gira più volte per vedere l’ora, mancano 10 minuti e mi dice che non vorrebbe che questi minuti passassero. Penso che uscendo, il contenitore-stanza-analisi verrà meno e lei si ritroverà sola a gestire questa forte quota di angoscia che circola dentro di lei e dentro di me.

A un certo punto cambia tonalità e ritorna la Jessica che mi parla di trucchi, mascara, gel per ciglia mentre io insisto sul terrore e sull’impossibilità di avvicinarci ed entrare in quella stanza.

Esco dalla seduta con una forte sensazione di essermi spinto forse troppo oltre, spaventato.

Le sedute e i mesi che susseguirono il racconto di questo sogno sono segnate dalle medesime comunicazioni di Jessica, frasi del tipo: “sto impazzendo”, “a cosa serve venire qui”, “non funziona con me tutto questo”, “ho paura di non uscire mai più da qui, di diventare pazza”.

J.: Vengo qui e mi sembra di stare dentro la stessa scena di un film, la stessa della settimana scorsa, sempre le stesse cose.

I colori sono di nuovi spariti, mi sembra di essere all’interno di un film in bianco e nero.

Cosa mi sta dicendo? Continuo a ripetermi. Eravamo veramente imprigionati in una sequenza infinita fatta dagli stessi fotogrammi girati e proposti dinanzi ai nostri occhi in modalità loop? Tutto sembra essersi accartocciato e ripiegato su se stesso. Siamo protagonisti inconsapevoli di un film noir in cui, seduta dopo seduta, la tensione e la suspense sale sempre più, come se da un momento all’altro dovesse verificarsi il fatidico colpo di scena.

Ogni mio intervento, che si muove sempre sul versante del timore di avvicinarsi a quelli che potevano essere i brutti ricordi, viene bloccato, attaccato.

J.: parla in italiano, non capisco, ormai tutti quelli che mi circondano parlano di psicologia, si sono bevuti il cervello e adesso anche tu!?!.

Mi sento soffocare, sudare, tutte sensazioni corporee che mi facevano pensare al mattino dopo notti insonne.

A un certo punto mi ritornano alla memoria le parole pronunciate dal protagonista del film Fight Club:

Con l’insonnia nulla è reale. Tutto è lontano. Tutto è una copia di una copia di una copia…

come a segnalarmi che il campo è insonne, come se Jessica mi stesse facendo provare la sensazione di cosa significa non poter pensare e quindi sognare (Ogden, 2005) i propri vissuti e fantasmi interni.

Mi aveva lasciato paralizzato davanti quella porta che mi immagino essere la porta di ingresso per un circo con personaggi e giochi sgangherati. La sequenza successiva al mio invito a proseguire il sogno e a cercare di descrivere cosa ci potesse essere dentro la stanza, fu una sorta di evacuazione, un agito fatto per lasciarmi li davanti, farmi patire quello che provava, quell’angoscia dell’incertezza “non so come si fa a pensare, forse sono cretina, ma non so come si fa” mi dirà in risposta a una delle mie interpretazioni mirate alla conoscenza fattuale di quello che c’era e di quello che poteva essere accaduto in quella stanza a luci rosse.

Mi trovavo di fronte a uno di quei sogni che Quinodoz (2001) ha chiamato sogni che voltano pagina, sogni dal carattere paradossale e dal contenuto manifesto molto angosciante sia per il sognatore e sia per l’analista, e un contenuto latente molto regressivo e primitivo che a prima vista possono essere letti e interpretati come una forma regressiva del paziente o come una resistenza al trattamento e quindi alla crescita. Secondo lo psicoanalista svizzero sono sogni, invece, che arrivano subito dopo un cambiamento significativo e di integrazione.

“Se lo psicoanalista – ci dice Quinodoz – non tiene presente che l’angoscia del paziente può accompagnare un movimento d’integrazione, sarà tentato di interpretare il significato del sogno in un contesto parziale con il rischio di rafforzare l’angoscia e non nel contesto allargato di una tappa nell’evoluzione psichica del paziente” (2001, p.17).

È quello che era accaduto a noi non cogliendo da parte mia quel passaggio evolutivo che Jessica stava attraversando, un chiedermi e un mostrarmi che oltre al suo corpo così sessualizzato, oltre alle sue fantasie erotiche, adesso era possibile avvicinarci a qualcosa di più primitivo, di più fragile, di neonatale. 

Solo dopo mi sono potuto rendere conto, in apres coup, di aver indossato le vesti da detective, di ricercare e deformare più che trasformare, alla ricerca di quel trauma presente dietro la porta dai colori rosso-diavolo con lo scopo di confermare le mie ipotesi, a scapito della relazione con la paziente, la quale invece cercava di comunicarmi il forte bisogno di ritornare o addirittura di scoprire il piacere dell’accudimento, di quel latte con i biscotti plasmon, un rintracciare quegli aspetti delicati, vulnerabili e bisognosi che aveva smesso di chiedere fino a negarli a se stessa per una sopravvivenza psichica.

J.: Non sono mai stata una bambina che io ricordi, sono nata già così, grande.

“I sogni che voltano pagina sorprendono lo psicoanalista perché rivelano con una chiarezza e una precisione maggiori dei sogni abituali i fantasmi inconsci che sottendono i conflitti transferali. Appaiono dopo un cambiamento, ne illuminano retrospettivamente la struttura inconscia latente e lasciano emergere contenuti sia rimossi sia denegati e scissi” (Quinodoz , 2001, p.33).

La funzione dei sogni che voltano pagina risiede nella richiesta, da parte del paziente, di una mente, quella dell’analista che possa accogliere e trasformare l’angoscia generata da un nuovo passaggio evolutivo.

Pian piano il campo riprendeva il suo respiro con un battito pressappoco nella norma, ovvero con lievi e brevi brusche oscillazioni in cui poter transitare senza essere travolti, e in quella che potremmo definire continuità narrativa, Jessica durante una seduta di un paio di mesi dopo mi dice:

J.: Ti ricordi quel sogno che faccio spesso? Stanotte ho sognato che uscivo nel giardino e mi accorgo che c’è una piscina, mi avvicino, volevo tuffarmi, ma mi accorgo che la piscina è vuota, non c’è acqua. Ho paura che entrando, possa farmi male o addirittura morire. Era profonda e vuota. Mentre sto per cadere mi accorgo che all’interno, seduto su una sedia c’è Thomas, ma non era lui, era un ragazzo un po’ più alto, magro con i capelli di color…ah come i tuoi!, che si avvicina per aiutarmi e io mi sento al sicuro.

L’avvicinarci a quei bisogni infantili, avendo ridato a Jessica quello statuto di essere stata anche lei una volta una bambina con dei bisogni e richieste di attenzione e di protezione e che quella parte è ancora dentro di lei, porta Jessica a mettere fuori i suoi timori legati al suo iniziare a sentire qualcosa che la turba.

J.: non so che mi sta succedendo, mi escono delle lacrime e non so neanche per quale cazzo di motivo, mi sento confusa, un giorno rido, un giorno sto di merda. Non voglio finire come quelli che si fanno le pippe mentali per ogni cosa. Io non me li sono mai fatte. Stavo da dio, fumavo le canne, mi rilassavo, scopavo, ora neanche quello serve. Voglio tornare a come ero prima di venire qui, non voglio sentire niente di niente.

I toni si alzano sempre più mettendo fuori rabbia e paura mai messe fuori prima, o perlomeno non con quelle connotazioni di significato.

Ma da qui, altra storia, altri colori, altro sogno.

Bibliografia

Ogden T. (2005). L’arte della psicoanalisi. Milano: Raffaello Cortina, 2008.

Quinodoz J.M. (2001). I sogni che voltano pagina. Milano: Raffaello Cortina, 2003.

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