Una vita da buttare

di Claudio Merini

immagine Merini

Che cosa strana la vita – quel misterioso organizzarsi di una logica implacabile per un futile obiettivo. Il massimo che potete sperarne è una certa conoscenza di voi stessi – cui arrivate troppo tardi – una messe di rimpianti inestinguibili.

(Cuore di tenebra, Joseph Conrad)

 

– Buonasera, dottore.

– Si accomodi.

Il paziente si toglie il soprabito e lo appende all’attaccapanni. Appoggia la borsa da ufficio per terra e si stende sulla chaise longue. L’analista intanto si è seduto sulla poltrona dietro la chaise longue. Prende il blocco degli appunti e la matita con cui è solito scrivere. Ha una passione particolare per l’odore della grafite.

– Oggi avrei preferito non venire – dice il paziente in tono triste.

– Come mai?

– Sono angosciato e ho paura che parlando la situazione peggiori.

Segue un breve silenzio.

– Quando ero giovane parlavo pochissimo di quello che provavo. Le rare volte in cui lo facevo, poi mi sentivo come se mi avessero cavato il sangue.

– È una metafora molto efficace.

– Cioè?

– Provi un attimo a pensarci lei.

Il paziente tace. Nel silenzio della stanza il ticchettio dell’orologio da tavolo scandisce il tempo. Nel sottofondo si ode lo strisciare della punta della matita sulla carta.

– Avevo paura di farmi togliere il sangue: un ago che ti entra dentro per cavarti qualcosa di profondamente tuo.

– Già.

– Le parole, una volta dette, non si possono cancellare e ci si sente svuotati… E ciò che si dice, tra l’altro, non corrisponde mai a quello che si prova.

– Il vecchio vizio del perfezionismo?

– Non passerà mai.

– Però ora sta dicendo qualcosa di molto personale. Sono due anni che lo fa, qui da me.

– Mi vuole consolare, dottore?

– Può darsi.

– Oggi ci vorrebbe un’overdose di consolazione.

– Cosa le è successo?

– Ho capito una cosa che mi ha sconvolto… L’ho sentita nello stomaco, più che capita. Mi è esplosa dentro… una rivelazione tragica: ho buttato la mia vita.

Il paziente tace immobile. Nella stanza si spande la penombra del tardo pomeriggio. Il terapeuta pensa di alzarsi per accendere la luce, ma desiste per non alterare la drammaticità del momento. Non vuole premere affinché il paziente riveli ciò che lo angoscia e nello stesso tempo non vuole che si possa sentire abbandonato. Naturalmente è curioso di sapere, ma mette da parte questo sentimento ormai così poco diffuso.

– Dottore, le dispiace se per oggi lasciamo stare?  Vorrei andarmene.

– Ne è sicuro?

– Sì.

– Forse sta sprecando una grande occasione. Anche se mi rendo conto che deve essere molto doloroso dirmi quello che ha in mente.

– Dirglielo è come renderlo ancora più vero… e poi mi vergogno.

– Capisco. Magari me ne parlerà un’altra volta.

Il canto di un merlo nel giardino rompe il silenzio che segue. Il terapeuta pensa alla facilità della vita degli animali regolata dagli istinti e prova invidia per la loro esistenza prescritta, per il loro trascorrere senza rimpianti. Prova invidia per la miracolosa capacità delle piante di ricostruirsi anche dopo la più drastica delle potature. La stanza è sempre più buia.

– È incredibile come ci si possa ingannare su di sé così a lungo. Mi sento stupido. Magari per gli altri è evidente quello che sono. Anche per lei che forse non me l’ha mai detto perché temeva che non reggessi la verità.

– Non so di cosa parla e quindi non so se gliel’ho detto.

Il paziente si passa le mani sul viso come se volesse togliere qualcosa. Nella stanza accanto squilla il telefono. I suoi trilli ritmici riempiono una pausa che sa d’attesa. Non devo insistere – pensa il terapeuta – e si ricorda di un momento della sua analisi che precedette la rivelazione di un doloroso segreto e di come il suo analista restò imperturbabile alla rivelazione, tanto che lui ebbe il dubbio che non lo avesse sentito. Pensa ai secoli che sono passati da allora, come se il tutto appartenesse a un’altra vita. Forse pensa alla reincarnazione per non sentirsi anziano ma semplicemente un altro.

– Mi sono prostituito… La consapevolezza di come ho vissuto mi è piombata addosso l’altro ieri, al risveglio. Ho fatto un sogno: mi guardavo allo specchio e mi accorgevo che la mia faccia era una puzzle. Le varie parti del viso appartenevano ad altre persone. Ne veniva fuori una fisionomia orrenda, senza armonia. Ero terrorizzato. Chiudevo gli occhi e li riaprivo nella speranza di ritrovare il mio solito volto… E invece quella maschera orrenda era sempre lì a guardarmi. Allora ho preso una spugna, una di quelle con un lato ruvido, e l’ho strofinata con forza sullo specchio finché è rimasta una superficie opaca che non rifletteva più niente. Mi sono svegliato tutto sudato e senza nemmeno aver il tempo di riflettere ho compreso cosa il sogno voleva dire. E anche se lei ne desse un’interpretazione diversa non mi convincerebbe… Ho falsificato la mia vita… Non riesco più a vederci qualcosa di autentico… Ho agito solo per essere riconosciuto… Niente in cui veramente bastassi a me stesso. Altro che progetti originali. Servivano solo a essere visto. E il mio darmi da fare per gli altri? Lo scopo era lo stesso. Sono stato un mendicante ubriaco. Ho fatto di tutto per mostrare un lato di me inventato, senza saperlo. Ecco perché i successi non bastavano mai… Erano di qualcuno che non esisteva, non miei. Per essere vero forse dovrei fare il delinquente… Non so più chi sono… Forse è così per tutti, in fondo, ma per me la consapevolezza di essermi venduto è intollerabile. Vorrei sparire.

Segue un silenzio gravido d’angoscia. Il terapeuta da un lato è contento – aveva a lungo aspettato che il paziente ci arrivasse da solo – dall’altro avverte il dolore per la lacerazione che si è prodotta nel suo interlocutore, ma sa che se si vuole andare oltre non c’è scampo alla sofferenza.

– Capisco… Certo il suo modo di guardarsi è spietato: se ha inconsciamente agito così lo ha fatto per sopravvivere. Probabilmente nella sua famiglia era l’unico modo per essere visto.

– Non cerchi di consolarmi: non lo merito.

– Ciò che ha capito di sé è importante e io sono d’accordo sulla sostanza di quanto ha detto.

– Quindi è d’accordo sul fatto che sono un signor nessuno?

– Chi ha parlato poco fa è un signor qualcuno.

– È il vuoto. Tolto il tentativo di farmi riconoscere non resta niente. È un sistema di vita che ha fallito. Se qualcuno mi ha guardato, ha visto un uomo che non c’era.

“L’uomo che non c’era” – pensa il terapeuta – e si ricorda dell’omonimo film dei fratelli Coen, di quando il protagonista poco prima dell’esecuzione della sua condanna a morte, riflettendo sulla propria esistenza dice: “È come osservare un labirinto da lontano, mentre ci sei dentro procedi senza pensare, sbatti il muso in fondo ai vicoli ciechi e vai avanti così. Ma appena te ne allontani tutte quelle curve e quelle svolte compongono il disegno della tua vita. È difficile da spiegare, ma vederlo nel suo insieme procura un senso di pace”. Ma quest’uomo sul lettino prova angoscia, non pace – pensa il terapeuta. Forse perché non è rassegnato o non vede quanto lo svolgimento della sua vita sia stato in parte necessario. Si responsabilizza troppo, come se avesse potuto liberamente decidere chi essere. Alla base della sua angoscia c’è un senso di onnipotenza. È difficile accettare di non essere pienamente padroni di sé.

– Non resta niente, non resta niente – ripete il paziente come in una sorta di mantra.

– Sa cosa resta?

– Cosa?

– Quello che lei ha costruito. Nel contenuto di ciò che ha creato c’è la sua sostanza. Condanni pure la motivazione che l’ha spinta, ma non butti via il bambino con l’acqua sporca: il bambino è stato comunque capace di giocare e creare. Se l’ha usato per essere visto significa che ne aveva estremo bisogno… E poi lei adesso si sta facendo guardare da me come non si era mai permesso di fare.

– Mi vergogno.

– Le assicuro che ciò che vedo è tutt’altro che orrendo.

– Lei è troppo buono. Mi faccio schifo… Sa cosa dice la Ginzburg in un suo libro?

– Cosa?

– Dice che una persona, a un certo momento, non vuole più vedere in faccia la propria anima. Perché ha paura, se la guarda in faccia, di non trovare più il coraggio di vivere.

Il terapeuta comprende che è necessario tamponare la ferita senza arrestare il deflusso – cosa che d’altra parte sarebbe impossibile, oltre che sbagliata. Sa di non avere così tanto potere e nemmeno desidera averlo.

– Sta uscendo quel sangue di cui ha tanta paura.

– Mi taglierei le vene per lasciarlo uscire tutto e farla finita con me stesso. Ieri ci sono andato vicino.

Il terapeuta sente che deve contenere il dissanguamento prodotto dalla ferita narcisistica, ma non sa come. Poi d’impulso dice: “Io sono qua con lei, comunque”.

– Anche con me morto?

– Sì, anche così.

Il paziente resta in silenzio nella stanza ormai buia. Il campanile della chiesa batte le sei. Il terapeuta pensa che sta assistendo a una nascita, non a una morte. Non sa se dirlo. Teme di essere retorico e teme di rompere l’incanto del momento, di rovinarlo con parole e toni non adeguati. Quante volte si è pentito d’aver parlato! Dice a se stesso che bisogna lasciare che siano gli inconsci a comunicare in momenti come questi. Ha ragione il paziente quando dice che lui tenta di consolarlo. È vero che quest’uomo così severo con se stesso suscita in lui sentimenti materni.

– Il paziente cerca una madre silenziosa e attenta – pensa il terapeuta – una madre che stia con lui senza ricoprirlo con i propri desideri. Anche se mi viene il sospetto che questo sia il mio desiderio, non il suo. Chissà.

Il silenzio immobile viene rotto da respiri via via più lenti e profondi: il paziente si sta rilassando. Il terapeuta sorride: ora può riposare anche lui nello stesso giaciglio immemore, fuori dal tempo.

 

 

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