Nostalgia: aspetti nostalgici riparativi del trauma.

di Simonetta Forcini

Quando l’anima fa l’esperienza dell’altrove, raggiunge luoghi ameni e rende il corpo immortale

immagine Forcini

…E l’naufragar m’è dolce in questo mare.

(L’infinito, G. Leopardi)

“Primo mattino. Linee di luce si ripetono ordinate trapassando in diagonali parallele l’ombra morbida, uniforme, anonima della quiete. Fuori e al di sopra del mio corpo lo sguardo raggiunge, rimbalza dall’una all’altra. Sono sveglia…forse. Il respiro ne porta la certezza. Appaio fuori dal sogno, dentro il sonno di un giorno uguale. Il ripetersi accade come ad ogni respiro, passaggio inevitabile dal dentro al fuori…dal fuori al dentro. Emerge il ricordo che ha preceduto la venuta al mondo, dal luogo non luogo, della sospensione, nello stato atemporale. Desidero restare immobile, lasciare che solo lo sguardo si aggiri, giocando a riconoscere il noto… forme significanti, significate. Una contesa si disputa tra il ritorno al giorno e il cedere al desiderio di rarefarsi nello spazio. Ricerca di geometrie dipinte sulla distanza…la materia è esposta al nulla. Silenzio.

Calma che ferma il respiro, cicale nel ricordo rispondono ossessive al richiamo: è l’ora infuocata, che costringe e lega al riposo, tra le mura, che fa prigioniera la fanciullezza orfana di giochi, di grida, di risa. L’esterno è il luogo proibito, sconosciuto, misterioso quanto l’interno. Chi sono?

Il tempo di un respiro ancora, per lasciare lo stato indefinibile e tornare al luogo, al tempo, all’ora. Un taglio deciso segna il non ritorno.

Le membra si protendono, una lieve caduta sul fianco e il tutto attraversa lo spazio temporale prendendo distanza dall’estasi contemplativa del ricordo. Ascolto la danza del ritorno e, lentamente si celebra il rito del passaggio. Nel distacco si rinnova la venuta la mondo.”

Elisa legge dalle pagine del suo diario le percezioni legate al suo interno. Condivide i segnali del cambiamento, in seguito al fatto, accadutole un paio di anni fa e ragione della sua richiesta di terapia. Pensieri intrusivi, sensazioni estranee disturbano con prepotenza interferendo con l’andamento della quotidianità. Tuttavia permane uno stato dissociativo nostalgico, legato all’esperienza traumatica di cui percepisco un sottile piacere. Le capita all’improvviso, più sovente al mattino. L’ infastidisce l’intrusione, impedimento alla riconnessione con il mondo, a sentirsi viva e allo stesso momento prova una certa seduzione nel lasciarsi andare in uno stato altro definibile come nostalgico. Talvolta è un evento insignificante a ricondurla nella atemporalità, in cui sosta per una ricognizione del perduto, quasi a volersi rassicurare che nulla è dimenticato.

Alla stregua dei numeri vivi sull’avambraccio dei superstiti ai campi di sterminio, memoria indelebile della colpa dell’essere sopravvissuti, Elisa si sente trascinata in uno spazio-tempo passato in cui è regola non opporre resistenza. Il sopravvento all’abbandono prevale e in quello spazio-tempo ogni cosa assume contorni e valori lontani dal solito.

Insieme ad Elisa ci addentriamo nell’impronta congelata per misurarne le dimensioni, il peso dell’evento che l’ha prodotta, analizzarne l’andamento, acquisendo in ogni analisi ripetuta e successiva, una maggiore quantità di informazioni appartenute al passato, che rinnovano la loro presenza. Il processo che andiamo percorrendo assieme è quello di risignificare memorie traumatiche affinché il senso sia diversamente tollerabile e costruttivo. Contiamo entrambe sulla capacità programmata, insita nel genere umano, di riparare, risignificando eventi, lenendo tracce di cicatrici del trauma perché non interferiscano con la quotidiana normalità.

Percepisco vivamente uno stato nostalgico all’interno del quale l’anima si allontana temporaneamente dal corpo, talvolta con il desiderio di non farvi ritorno, sottraendosi al castigo/maleficio di caducità temporale.

Allontanare l’anima dal corpo e porla al riparo altrove, per proteggerla e poi riprenderla, perderla e poi ritrovarla, quando il dolore è passato o magari lasciarla nascosta nel luogo dov’è, al sicuro e restare in uno stato permanente di incompletezza. Il tutto nella necessità di preservarla, criptandola e, nel mentre l’anima rimane illesa, il corpo raggiunge l’immortalità poiché privo della sua essenza vitale.

Rifletto sull’ampio significato della nostalgia e si fa varco in me una pluralità di immagini che ne dilatano il senso, quasi sino al limite del caos.

Ma fin dove si sospinge la migrazione dell’anima? E fino a quando rimarrà esule dal corpo? Per quanto tempo il corpo potrà sopravvivere alla nostalgia della sua lontananza?

E ancora. Lo stato nostalgico è il segno di un malessere dell’anima, del corpo o la sua cura?

Un evento paranormativo fa vacillare certezze determinate da abitudini che in qualche modo ricordano all’essere umano la temporaneità del suo essere, determinata dal dinamismo che lo contraddistingue biologicamente. Dinamicità, equilibrio, disequilibrio, nostalgia del perduto come momento di passaggio obbligato prima di procedere. Fasi, cicli di una natura che si rinnova, al di là di ogni immaginato o voluto.

L’elemento perturbante è ricondotto all’esperienza che frange un momento di staticità per proporre un cambio. Ciò che muove o come ciò avvenga sono dettagli. La sostanza è che l’essere umano si trova a confrontarsi con qualcosa che interrompe un processo lineare per crearne un altro a sua volta caduco e impermanente.

Tornando alla nostalgia e ad Elisa. Entrambe mi confrontano con la mia idea della nostalgia, scaturita da un’esperienza traumatica/shock a carico del corpo o dell’anima e, in seguito alla quale, essi si separano. A causa dell’evento o riparativo allo stesso, entrambi, anima e corpo, nutrono un profondo senso di disconnessione reciproco, accompagnato da rabbia, smarrimento, appiattimento, rallentamento del tempo fino alla sospensione, evitamento, sradicamento sulla scia di un effetto migratorio protettivo.

Si potrebbe supporre che un evento fuori dall’ordinario e nella sua origine imprevedibile, provochi nell’individuo una reazione opposta e contraria. Nello specifico uno scivolamento all’indietro perché si ristabilisca una distanza tra ciò che è possibile e ciò che non lo è, ovvero il senso del limite umano, la fallibilità, l’offesa alla visione onnipotente di essere autori della propria esistenza.

La prima reazione in seguito ad un trauma è quella della separazione dall’evento stesso: la negazione, l’ottundimento, la distanza dal dolore nel disperato tentativo di annullarlo come fosse mai accaduto.

Successivamente l’auto colpevolezza, la rabbia e poi l’indifferenza e il distacco. Risposte riparative e protettive che non sostengono però una reale archiviazione della faccenda. Ricordi intrusivi, flashback riconducono al non risolto, e dolcemente incantano. Mi torna alla mente la leggenda norvegese del “gigante senza cuore”. Il gigante rivela all’amata il suo segreto: “Molto lontano, in mezzo a un lago, c’è un’isola su cui sorge una chiesa. Nella chiesa c’è un pozzo nel quale nuota un’anatra; nell’anatra c’è un uovo e, in quell’uovo, è custodito il mio cuore”. La donna rivela il segreto all’eroe che frantuma l’uovo e il gigante va in pezzi. Tenere al riparo dai pericoli l’anima equivale a scongiurarne la morte, ad allontanala dal dolore e il ricordo nostalgico del perduto è il legame possibile con una parte di sé che diversamente sarebbe distruttiva. L’esperienza di Elisa sarà dunque quella di una necessaria migrazione temporanea nel tempo della riparazione interna. La perdita della familiarità del contesto, la confusione, i ricordi nostalgici appartengono al quadro della dissociazione temporanea volta a preservare il processo di riparazione in un ottundimento cautelativo, un rallentamento del tempo e una dilatazione spaziale.

 

Bibliografia

Carotenuto A. (2003), La nostalgia della memoria, Milano, Bompiani.

Pessoa F. (2012), Libro dell’inquietudine, Torino, Einaudi.

Kasper H.J.(2009), Trauma e nostalgia, Bologna, Marietti.

Frazer J.G. (2009), Il ramo d’oro, Roma, Newton Compton editori.

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