Le proprietà immaginali dell’invidia

 

di Riccardo Brignoli

immagine Brignoli 

“Nemica di te stessa, invidia rea,

tu gli animi consumi, 

come ruggine il ferro”.

Pietro Metastasio

 Il poeta latino Ovidio nelle sue Metamorfosi propone una descrizione dell’invidia molto esauriente: “Il pallore le sta steso sul volto, macilenta in tutto il corpo, mai uno sguardo diritto, ha i denti lividi e guasti, il petto verde di fiele, sulla lingua una patina di veleno. Mai un riso, se non suscitato dalla vista del dolore, e neppure conosce il beneficio del sonno, sempre agitata com’è da pensieri che la tengono desta; con dispiacere vede i successi della gente, e al vederli si strugge, e rode gli altri e insieme rode se stessa, e questo è il suo tormento (Ovidio, 1979, p. 85, libro II°, vv. 775-783)”.   Ci troviamo di fronte alla rappresentazione di un tipo molto speciale di male che quando tocca l’animo delle persone le fa diventare livide e repellenti, degli esseri malsani che godono nel vedere dolore e soprattutto il crollo delle fortune altrui. L’invidia corrompe l’animo dal di dentro, puzza e fa marcire colui che la vive in una sorta di poltiglia putrida e stagnante che aspetta subdolamente di espandersi scivolando, allagando. L’ambiente invidioso è quello dell’acquitrino paludoso, carico di vegetazione malata, di zanzare malariche, il luogo dove lo scorrere dell’acqua è rallentato sino ad incistirsi in pozze maleodoranti che lentamente si autoconsumano sino a diventare vere e proprie paludi morte e nere.

La collocazione psichica dell’invidiare è dunque annessa a quelle immagini che nella natura rappresentano paesaggi desolanti dove le condizioni climatiche e orografiche non permettono un ideale scorrimento dei flussi liquidi ed aerei, è il luogo dove lo scambio non avviene, dove crescono tipi particolari di piante infestanti ed insetti volti al parassitismo, l’ambiente ideale per lo sviluppo di virus e batteri. Come sentimento l’invidia si iscrive nel registro dell’elemento simbolico ‘acqua’: la sua qualità consiste nella macerazione dei suoi contenuti. Tutti i processi di fermentazione nonché i decotti, le infusioni, che avvengono lasciando elementi a mollo nell’acqua senza l’intervento diretto del fuoco, agiscono per via invidiosa. La marinatura delle carni in cucina avviene per via di una passiva immersione in liquidi acidi, come l’aceto che a sua volta è il prodotto di una fermentazione scaduta del vino. Dato il loro carattere passivo questi procedimenti si sviluppano in tempi lunghi e in alchimia appartengono alla Via Umida (cfr. Evola, 1996, p. 124-126). L’essere che non può avere l’oggetto agognato accumula desideri latenti, progetta per poi abortire e nutrirsi dei tremendi scarti prodotti. Nelle tradizioni legate alle streghe, si narra come queste fabbricassero l’unguento che permetteva loro di volare sulla scopa, con i feti abortiti e concepiti durante il sabba. Pestati con miele e pepe questi venivano poi spalmati sul corpo, producendo l’estasi del volo magico. Il rigurgito corrosivo dei propri veleni su se stessi produce l’atto d’incubazione invidioso.

L’invidia diventa azione quando la forza corrosiva che essa produce viene letteralizzata e proiettata sulle persone che meglio incarnano l’immaginario impossibile da possedere. Tuttavia così facendo si dà importanza solo al suo effetto che trasforma il produttore d’invidia nel massimo esempio della malignità umana. Nell’immaginario cristiano alla base di questo peccato capitale vediamo Lucifero, il diavolo la cui infinita ambizione lo porta a sfidare Dio. Pertanto viene scaraventato esattamente ai suoi antipodi nelle profondità infere congelato nel ghiaccio perenne. Dante ce lo descrive nella Divina Commedia (Inferno, canto XXXIV) come un enorme diavolo piantato nel ghiaccio che raffredda l’aria con le sue ali di pipistrello. Ha tre facce. Una è vermiglia di avarizia e infiammata dal desiderio a cui ogni cosa manca, contraria alla potenza del Padre. Un’altra faccia è nera come l’ignoranza contraria al Figlio a cui viene attribuita la sapienza. L’ultima è livida, tra il bianco e il giallo, l’invidia nemica all’amore dello Spirito Santo. Il ghiaccio infernale dell’odio che anela alla perfezione celeste cela l’ambizione estrema dell’uomo che non gli permette di compiere alcunché, riducendolo alla paralisi glaciale. L’invidia andrebbe colta prima del congelamento, prima di precipitare nell’agito, che naturalmente assume la valenza di male orribile. Essa prolifera prima della caduta, nel suo lavoro logorante che corrode i desideri, nelle macchinazioni e nei progetti maligni, nelle trame silenziose di chi tesse l’amore per le disgrazie altrui. Potremmo dire che l’invidia ha la proprietà riflessiva di essere ‘covante’ riportandoci con prepotenti strattoni a logorarci nelle immagini che non possiamo avere. Bisognerebbe lasciarsi marcire di fronte alle nostre ambizioni castrate, farle consumare fino a ridurle in polvere senza troppi scrupoli e senza moralismi. Con questo intendiamo dire che prima di pensare l’invidia come qualità peccaminosa dell’uomo, la si può immaginare come una qualità acida del sentimento che agisce andando a sciogliere determinate immagini.

L’invidia corrode l’animo come la ruggine il metallo, e pertanto essa viene poeticamente paragonata ad una malattia del metallo. Scrive Jung in ‘Psicologia e alchimia’: “Secondo una concezione alchimistica, la ruggine, come il verderame, è la malattia del metallo. Ma proprio questa lebbra è la vera prima materia, la base per la preparazione dell’oro filosofico. Dice il Rosarium Philosophorum: Il nostro oro non è l’oro comune. Tu però hai chiesto il verde, supponendo che il bronzo sia un corpo lebbroso a causa del verde che esso ha su di sè. Per questa ragione ti dico che tutto quel che c’è di perfetto nel bronzo, è soltanto quel verde, perchè ben presto quel verde verrà trasformato col nostro magistero nel nostro oro più vero (Jung, 1944, p.159)”.

La lebbra del metallo stimola un’intensa impressione: “La patologizzazione – suggerisce Hillman – costringe l’anima a prender coscienza di se stessa, come entità diversa dall’io e dalla sua vita – una coscienza che obbedisce a proprie leggi di attuazione metaforica in intimo rapporto con la morte (Hillman, 1975, p.165)”. Trovandoci di fronte all’invidia dovremmo inizialmente abbandonare ogni forma di giudizio che la veda come l’apparente risultato di possesso impossibilitato. A livello di fantasia archetipica l’invidia si presenta come uno spiraglio eccellente alla produzione dell’Opus contra naturam negando ogni forma positiva di sviluppo naturale rivolto alla materia ed alla sua edificazione e andando invece, attraverso l’odio corrosivo, a disporsi verso il lavoro sugli immaginari intrapsichici.

Nella medicina galenica il sentimento d’invidia apparteneva ai temperamenti biliosi che erano caratterizzati dalla spinta motivazionale dell’ambizione e dunque erano anche suscettibilissimi ad odiare chi produceva maggior successo di loro. L’organo bersaglio dell’essenza invidiosa è la colecisti, ghiandola che produce la bile, succo amaro che aiuta, come una specie di detersivo a sciogliere i grassi in eccesso accumulati durante il pasto. Ed infatti di colui che è colto da invidia si suol dire che ‘ne è roso’ e che il suo colorito è tra il verde e giallognolo; avere un travaso di bile indica una rabbia per il trionfo altrui che non si è riusciti ad ostacolare. Ce lo dice bene Saffo (Ode II) quando con l’occhio dell’innamorata vede l’amante in altra compagnia: “Tutta m’inonda gelido sudore, /tremor m’assale, più dell’erba morta/ è la mia faccia, e mezza quasi sono/ tra viva e morta”. Anche nell’opera già citata d’Ovidio (Ovidio, 1979, pp.81-87), la personificazione dell’invidia interviene per una questione d’amore. Accade infatti che Mercurio s’innamora di Erse, figlia del re Ateniese Cecrope, e vestale di Minerva insieme alle due sorelle Pandroso ed Aglauro. Scoperto da quest’ultima, Mercurio la implora di aiutarlo nel suo intento; lei accetta ma in cambio chiede un’ingente quantità d’oro. Minerva nota con sdegno l’avidità di Aglauro, che si aggiunge ad un precedente atto d’empietà da lei fatto. Questa infatti aveva impunemente aperto il cesto che conteneva il figlio di Vulcano, Erittonio, infrangendo il divieto categorico di vederlo. Quindi Aglauro si macchia di due atti che oltrepassano le possibilità umane: la mancanza di rispetto verso gli dei, o empietà e l’avidità, segno di ambizione smisurata per l’ottenimento della ricchezza. Aglauro allora ci illustra il carattere del bilioso, che non si ferma davanti a niente pur di ottenere il successo. E per successo s’intende un successo materiale, fondato sulla ricchezza e sulla mancanza di rispetto dei valori umani idealizzati negli dei. Da questa ‘esagerazione’ nel comportamento di Aglauro deriva la conseguente reazione di Minerva, che, in qualità di dea della sapienza, si pone a freno delle ambizioni di Aglauro. E come conseguenza della sua tracotanza le invia l’Invidia. Il troppo volere non porta alla soddisfazione definitiva ma ad un desiderio sempre più intenso. Questo sembra essere il circolo vizioso in cui cade Aglauro e che la saggia Minerva vuole rompere. Dice Minerva all’Invidia: “Infetta del tuo veleno una della figlie di Cecrope. Bisogna così. Si tratta di Aglauro (Ovidio, ibid, p. 85, vv. 784-785)”. Quel ‘bisogna così’ (Sic opus est) detto dalla dea della sapienza rende necessaria l’azione dell’Invidia. La necessitas, che in Grecia era Ananke (cfr. Hillman, 1974, pp. 98-128), sappiamo essere quella forza coercitiva che stringeva le azioni umane nelle maglie del destino. Ananke è il principio che dà forma all’immaginazione creandone i nessi causali e di conseguenza spingendola verso la sua stessa realizzazione. Ananke rende l’immagine reale facendola precipitare nella concretezza del fatto che non può essere altrimenti; dunque Hillman (ibid.) la intende come fondamento della coercizione indefinibile che denota lo stato di angoscia. Solo la capacità di persuadere con le parole (Peito), di cui Atena è maestra può sciogliere i nodi creati dai conflitti implacabili che la necessità genera. Tuttavia nel caso di Aglauro è la stessa Atena a stringerle addosso la nuvola fosca dell’Invidia, che la porterà ad essere pietrificata da Mercurio. Esso infatti pietrifica Aglauro perchè non vuole farlo entrare nella stanza della sorella. A livello intrapsichico allora l’Invidia crea un blocco che impedisce la coniunctio tra principi complementari, impedendo lo sviluppo di un dato immaginario verso la sua attuazione simbolica. Aglauro dovrebbe insomma partecipare dell’amore tra Mercurio ed Erse accogliendolo, dovrebbe godere del fatto di diventare zia (dice Mercurio: “…spero solo che tu sia brava con tua sorella e che ti piaccia essere detta zia della mia prole” , -Ovidio, 1979, p.83, vv.745-746) invece di desiderare una divinità la cui essenza è spirituale. Essa dovrebbe accontentarsi della ricchezza ottenuta e del piacere della famiglia così completata, piuttosto che ambire a valori spirituali su cui non potrebbe lucrare, come la sua precedente empietà ha già dimostrato. L’ambizione di Aglauro le impedisce di riconoscere umilmente la sua posizione rispetto ad Erse. Se si associa la persona di Aglauro alla coscienza, si può ipotizzare che il mito descriva una dinamica dove questa va in opposizione con un femminile Anima mediatore del potente archetipo personificato in Mercurio. La pietrificazione di Aglauro è la conseguenza di un ‘ridimensionamento’ delle sue pretese, che Minerva innesca attraverso l’Invidia. In termini alchemici il suo primo contatto con la forza inconscia del Mercurio, qui inteso come principio dell’opus, la porta ad uno stato di assoluta paralisi, che in termini psichici andrebbe letta con l’emergere di una nevrosi. L’opus alchemico, antenato del processo d’individuazione, si apre esattamente su questi scenari di mortificazione e di malattie paralizzanti, simbolicamente associate al piombo e a Saturno: “Qui si trova il veleno più maligno, il tesoro della terra, e un dio terreno che ha in mano il diritto spirituale e temporale e il mondo intero (Hollandus in Roob, 1996, p. 190)”. In questo luogo le Ombre emergono in tutta la loro avversione e proprio lì dove inizia lo sgretolamento della coscienza, ci si può predisporre alla creazione di materia prima, il materiale inconscio da integrare. In tale contesto allora vediamo l’intervento della pietrificazione come una delimitazione forzata della coscienza, che se sottoposta ad osservazione analitica, permette di dare attenzione ai contenuti inconsci.

Allora il processo si può rovesciare: l’invidia consumerà passivamente la coscienza nei suoi tetri immaginari rendendola inconsistente, umiliandola dichiarandone la sua impotenza. Integrarsi con la viriditas -la ruggine del metallo- ci obbliga a scandagliare le proiezioni delle nostre immagini ingrassate nei desideri dell’Io e della sua ipertrofia eroica, producendo lentamente l’ingorgo psichico di oscure passioni che infine creeranno l’acquitrino dell’invidia. Ed è in quest’ampolla di sentimenti stagnanti che iniziano ad appassire i moti verso l’apparenza delle forme, verso la materializzazione dei ‘vorrei ma non posso’, e delle assurde pretese che il fanciullino esige dal mondo come se tutto gli fosse dovuto. Ed inevitabilmente le delusioni e le amarezze che sopravvengono tramutano lo stagno in palude, nella melanconia dei sogni infranti che apriranno finalmente l’ampolla all’aria nuova di una visione più aerea: la tanto attesa Rinascita.

Abbiamo visto allora che il mito della pietrificazione di Aglauro ci illustra un possibile spaccato di dinamica intrapsichica che vede l’invidia come conseguenza necessaria di un inflazionamento della coscienza dettato dall’ambizione e dall’empietà. Nei giorni odierni questo potrebbe riflettere una personalità completamente rivolta alla ricerca del successo tanto da ignorare ogni forma di equilibrio interiore e rispetto dei valori umani. L’invidia allora emergerebbe da un fattore riequilibrante inconscio rappresentato dall’archetipo di Minerva. A questo punto si manifesta il blocco della funzione cosciente, la nevrosi, la malattia invalidante che limita la scalata al successo da  raggiungere a ogni costo. Moralmente la paralisi appare come la giusta punizione per il peccato commesso, l’ambizione e l’invidia, e che l’immaginario infernale cristiano ci illustra con estrema chiarezza. Invece, da un punto di vista psichico, l’alchimia c’insegna che è proprio da questa condizione di assoluta patologizzazione che inizia l’autentico percorso che può condurre all’individuazione. Addirittura questo ‘ammalarsi’ d’invidia è fondamentale per uscire dalla norma necessitante che allontana l’uomo dall’anima e dalla sua mutevolezza creativa. Se non ci fosse la paralisi causata dall’invidia, se mancasse la sua fermentazione immaginale, non potremmo disporre di alcun materiale psichico da elaborare come anche dice il detto: tanto più è alta la santità dell’uomo tanto più intense saranno le sue tentazioni.

 

Bibliografia

Evola, J., (1996), La tradizione ermetica, Roma: Mediterranee.

Jung, C. G., (1944), Psychologie und Alchemie, Olten: Walter-Verlag, (Trad. It.: Psicologia e Alchimia, Torino: Bollati-Boringhieri, 2003).

Hillman, J., (1975), Re-Visioning Psychology, (Trad. It.: Re-visione della psicologia, Milano: Adelphi, 2000).

Hillman, J., (1974), On the necessity of abnormal psychology: Ananke and Athena, Ascona: Eranos foundation, (Trad. it.: Ananke e Atena. La necessità della psicologia anormale, in La vana fuga dagli dei, Milano: Adelphi, 2003).

Ovidio, P. N., (1979), Metamorfosi, Torino: Einaudi.

Roob, A., (1996), Alchimia e mistica, Bonn: VG Bild-Kunst, (Trad. it.: Alchimia e mistica, Milano: Ready-made per Colonia: Taschen, 2003).

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