Nostalgia di plastica

di Dana Vanni

Immagine Vanni

Ho imparato delle cose, da bambina, semplicemente stando a guardare. Credo sia questa la più grande potenzialità dei bambini, un osservare così attento che quasi tutti gli insegnamenti vengono appresi per osmosi.  All’età di dieci anni scoprii che accartocciando una bottiglia di plastica senza tappo, e in un secondo momento riavvitando il tappo, la bottiglia giaceva a terra con quella forma triste e schiacciata, senza muoversi, senza rialzarsi. Al contrario, se il tappo non veniva riavvitato, la bottiglia cercava di respirare, furiosamente, prepotentemente, producendo quel rumore che solo la plastica sa fare. Da quel momento mi è sempre piaciuto schiacciare bottiglie. Ritenevo mi somigliassero, in un certo senso. Mi sembra incredibile, eppure ho iniziato a chiedermi cosa le rende così capaci di assumere la forma che vogliamo dar loro e conviverci fino a quando non verranno riciclate, consumate, o bruciate. Al di là di ogni possibile spiegazione fisica, ho immaginato la mente umana come il contenitore di una bottiglia di plastica, malleabile e a volte stranamente immobile. Come quando ricordiamo, e veniamo assaliti da una grandissima nostalgia.

I ricordi hanno un potere immenso, e nel nostro caso hanno il potere di schiacciare la bottiglia che è nella nostra testa. Quando sorprendo qualcuno con lo sguardo fisso, o con un’espressione che sembra appartenere ad un tempo che non è quello presente, penso che nella sua mente, in quel momento, ci sia una bottiglia schiacciata. Ma non vuota, no, piuttosto la immagino piena di vecchi momenti soffocati e resi immobili da quel tappo di plastica che è la nostalgia, e che ti costringe al silenzio, alla staticità. Quante volte ci capita di dirlo. Mi manca, ne ho nostalgia, vorrei fosse qui. E quanto è sottile quella linea che divide il normale dal patologico, il vuoto dall’abisso, una bottiglia di plastica abbandonata per anni, o una di quelle che qualcuno ha raccolto, svitando il tappo, e consentendole di respirare e tornare quasi alla sua forma originaria, o semplicemente lasciandola libera di scegliere, se piegarsi a destra, a sinistra, se aprirsi a scatti o in un solo istante con un rumore assordante.

Eppure anche l’immobilità della nostalgia a lungo andare risulta fortemente dinamica. Con quella forza che appartiene a quelle cose che rimangono sempre uguali. Ci vuole coraggio e determinazione per evitare che i ricordi invecchino o sbiadiscano. C’è bisogno, per così dire, di un continuo esercizio e di una profonda concentrazione. Mi meraviglia il fatto che l’uomo possa avere nostalgia di qualcosa che non gli è mai appartenuto. Credo che in questo caso, in particolare, la forza dinamica che sottende lo strano fenomeno, sia doppia: una forza architetto, addetta alla costruzione della perfezione del ricordo, e una forza stabilizzatrice che mantiene il ricordo immutato. Sotto questa luce le bottiglie schiacciate, nella nostra testa, non appaiono più come indifese. Anzi, esse sono in grado di costruirsi attorno delle barriere altissime, a tratti invalicabili. È  questa la grande rovina e nello stesso tempo la grande risorsa del nostalgico: quella capacità di conservare intatto un luogo, un volto, un odore, un sentimento. Una fonte da cui attingere quando il presente scolorisce, un pozzo pieno di vita dove le cose non muoiono mai. Probabilmente la nostalgia è solo uno dei tanti sinonimi dell’eternità, come lo è l’amore.

Marcel Proust, con i suoi biscotti francesi, ha fermato la nostalgia in una chiara immagine: “Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita. Non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla?”

Alcuni considerano questo autore un folle neuroscenziato, altri un inguaribile malinconico intrappolato in un passato perduto. Probabilmente dev’essere stato un francese nostalgico e bizzarro, amante del tè e dei biscotti come un inglese ma caratterizzato dall’intuizione di un analista. “Ora è tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. È stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione (e proprio ora), per uno schiarimento decisivo.”

Tutto questo fa parte della mia personale idea di ricordo, o meglio, della mia personale idea di ciò che rappresenta, per il nostalgico, il ricordare. E chi di noi non si è confrontato con la nostalgia, chi non si è lasciato cullare, distruggere, amare, in una lotta infinita tra quello che è stato e quello che non sarà più? La posizione in cui ci si trova è quella di un vagabondo, senza una precisa collocazione temporale, a volte senza neppure uno spazio dove ci si possa muovere liberamente, con una bottiglia in testa, schiacciata e coraggiosamente immobile, che non ha nessuna intenzione di tornare alla forma che il presente pretende di darle.

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