Improvvisazioni guidate ad arte. Intervista con contrattempo a Laura Grignoli.

di Salvatore Agresta

immagine Artelieu

            Schiacciati dal dominio della parola-strumento, troppo spesso confusa col linguaggio (e con i suoi svariati registri). Questa consapevolezza da tempo accompagna la mia partecipazione all’avventura di Impronte. Gli amici e colleghi della redazione, chi più chi meno, mi sembrano condividere la sensazione da “vestito troppo stretto” di una psicoterapia professionalizzata, standardizzata e regolamentata come una qualsiasi altra tecnica d’apparato, attività ove regna la parola-strumento che si vuole efficace, efficiente, rispondente, risolutrice (“parole sante…”). 

            Ma chi meglio di noi psicologi sa che in principio NON era il verbo? E quanti di noi sono disposti ad andare in fondo a quest’eresia?

           Lo studio di Laura Grignoli è da qualche tempo anche sede delle riunioni di redazione di Impronte. Per me è quindi un luogo familiare, accogliente (nei mercoledì redazionali non mancano mai dolci e bevande disposti con cura). Alle pareti della stanza in cui ci riuniamo sono affissi dipinti di cui Laura è autrice, opere che ho notato cambiare nel tempo. Sapevo poi dell’attività arteterapeutica di Laura, e nell’intervista avrei approfondito questo lato della suo lavoro. A cominciare dalla definizione di arteterapia, di cui subito ho chiesto spiegazione.

 “Si chiama arteterapia anche se secondo me non è molto chiaro cosa intendano le varie scuole. Intanto l’arteterapia è nata contemporaneamente in Inghilterra e in America con intenti diversi. Per gli inglesi si tratta di terapia attraverso l’arte, vale a dire arte come supporto per l’espressione. L’approccio americano la intende invece come veicolo dell’emozione, come espressione creativa che sta al posto della parola, quindi una psicoterapia di carattere analitico ove l’arte è il processo di ricerca e di conoscenza piuttosto che un semplice mezzo espressivo”.

Si tratta quindi della ricerca di un’alternativa al canale logico-verbale…

“In ogni contesto, che sia la scuola o l’ospedale o qualunque altra istituzione, tutti hanno fatto ricorso ad una comunicazione alternativa quando non c’era possibilità di un flusso verbale e di un buon livello concettuale. Pensa al disegno utilizzato in psicologia, in psicometria. Lo stesso Test di Rorschach nasce dall’ipotesi interpretativa di un significato profondo del colore, della forma”.

Ma come nasce il tuo interesse in questa direzione?

“Per me lo sviluppo dell’arte e quello della psicologia convergono, anche se nella mia storia l’arte ha preceduto la psicologia. Da giovane dipingevo, e già nei primi anni settanta esponevo le mie opere. Conservo ancora vecchi cataloghi delle mie prime mostre, in cui puoi leggere quello che i critici dicevano dei miei lavori: guarda per esempio questa critica, del ’76: «Laura Grignoli tende ad entrare nei labirinti dell’umana psiche…». Scrivevano queste cose qui, che io allora non capivo appieno…”.

Un critico preveggente…

“In realtà allora mi ero appena laureata in pedagogia, nel ’75, con una tesi di puro stampo cognitivista, anzi di linguistica, visto che io avevo iniziato contemporaneamente l’insegnamento scolastico con i bambini”.

Linguistica cognitivista e produzione artistica erano quindi due percorsi paralleli non ancora convergenti.

“Ancora no. Io esponevo i miei quadri, con un discreto successo. Li vendevo, era un’attività anche remunerativa. Intanto i critici continuavano a scrivere che io andavo alla ricerca dell’umana psiche… oppure quest’altra – leggo – «il desiderio di comunicare con il mondo circostante affiora in maniera sempre più imperiosa sulle tele di Laura Grignoli»; o ancora, i critici sottolineavano «il tormento nei soggetti»… queste cose qui”.

Mi sembri perplessa mentre leggi queste parole che ti riguardano, o meglio che riguardano i tuoi lavori su tela di trenta anni fa.

“Il fatto è che io allora avevo poco più di venticinque anni, queste critiche mi colpivano molto anche se non le capivo ancora pienamente…è evidente che avevano visto qualcosa che solo successivamente ho potuto affrontare, con la psicologia e con l’analisi personale…”.

Quindi per te l’interesse per la psicologia viene successivamente.

“Per un po’ ho avuto queste vite parallele, prima l’arte poi la laurea in pedagogia e l’insegnamento, ma c’era in me una scontentezza di fondo, e questa scontentezza mi ha portato alla laurea in psicologia, l’iscrizione a Roma e una carriera come tutti…Solo successivamente c’è stata una convergenza…”.

E l’arte? Hai continuato ad esporre?

“No. Da un certo punto in poi, abbandono la vita pubblica. Dipingo ma non espongo più il mio materiale. Dipingo per me, per il mio piacere personale…”.

Perché hai smesso di esporre?

“Credo sia stato per via dell’analisi che avevo iniziato e che mi portò a rivedere alcune cose. Ricordo che l’analista ad un certo punto mi disse che io avevo due ‘patologie’: una mi aveva portato alla produzione artistica, l’altra alla psicologia. Fatto sta che da quel momento ho chiuso con le mostre pubbliche, non ho più esposto i miei dipinti, che in ogni modo continuo a produrre per mia pura soddisfazione…”.

BZZZZZZ  Fruscio. Rumore di fondo. Poi, silenzio.

            A questo punto si interrompe la registrazione: problema tecnico imprevisto. Nastro non impresso. A volte capita (non me lo spiego, le pile sono cariche).             Che fare? Immediata, nitida, la parola della coscienza impone di ripetere l’intervista. Telefonata, nuovo appuntamento, maggiore attenzione alla strumentazione, qualunque cosa pur di riempire quell’oscuro silenzio frusciante… Mi conosco, questo è ciò che avrei immediatamente fatto… se solo non ci fosse stata di mezzo questa intervista. Una ripetizione è davvero l’unica possibilità? I tempi redazionali sono stretti ma non asfissianti, il direttore sollecita ma non incalza. Non c’è una vera urgenza, un nuovo appuntamento entro pochi giorni e l’inconveniente sarebbe risolto. D’altra parte, che alternative ci sono? Potrei improvvisare, ma mi pongo il problema dell’aderenza al testo, un testo che, maledizione, doveva essere registrato ma che il fottutissimo nastro – provo e riprovo – proprio non restituisce. O meglio, non ne restituisce le parole…

            Ecco che le suggestioni assorbite nel corso dell’intervista a Laura iniziano a formicolare: c’è una traccia, un fruscio acustico, non ci sono parole ma ci sono ricordi e immagini, ricordi di immagini. Di colpo, realizzo come  tutta la conversazione con Laura abbia fondamentalmente riguardato lo spostamento dall’acustico-verbale al tattile-emozionale. Non è stata forse, quella di Laura, una  sottolineatura dell’imprescindibile centralità del livello extra-verbale, livello da lei a più riprese definito come  primario, essenziale, non ingannevole?

Tento ulteriormente di rimediare all’inconveNIENTE, riavvio il nastro e riascolto… BZZZZZZ  Fruscio. Rumore di fondo. Poi, silenzio.

            Sta lentamente prendendo forma qualcosa che voglio proporre e condividere con i miei amici e colleghi di redazione (e con Laura prima di tutto): pubblicare quest’intervista così com’è venuta. Intervista atipica, irrituale, ma che a questo punto non mi sento di giudicare interrotta né incompleta. Titubante, decido di affidarmi al nastro della memoria.

            Quando mi racconta la sua attività professionale, Laura è attenta a tenere separate ma convergenti la psicoterapia individuale, che pratica da anni, e l’arteterapia in gruppo. Quest’ultima è quella che mi interessa evidenziare, essendo Laura un raro e felice esempio di cosa deve essere un autentico arteterapeuta: artista & psicoterapeuta, due nature in una. Mentre Laura parla, penso a quanti psicologi si improvvisano musicoterapeuti o arteterapeuti, senza essere anche musicisti o artisti, in un inganno che prima di tutto è autoinganno.

            L’attività arteterapeutica che Laura propone prende forma in uno spazio specifico, un laboratorio in cui un gruppo di persone si esprime utilizzando materiali eterogenei. Laura non interpreta né valuta criticamente le produzioni; la sua funzione è piuttosto maieutica e, direi, “libertaria”. Per il buon Devoto-Oli libertario significa “fautore radicale e intransigente di una libertà politica prossima all’anarchia”: sostituendo creativa a politica, il quadro corrisponde abbastanza alle idee che Laura mi ha esposto, idee che si è formata anche grazie all’esperienza di insegnamento con i bambini (la pazienza e la cura per portarli ad ammainare la gomma da cancellare).

            Con gli anni, questa attività ha dato vita ad Artelieu (Associazione Italiana Studi sulle Psicopatologie dell’Espressione e Arteterapia), che oggi corrisponde ad un preciso luogo fisico, distinto e separato dal luogo della psicoterapia (Laura ha tenuto molto a questa distinzione).

            A quanto ho capito, le coordinate che regolano l’esperienza arteterapeutica che Laura propone sono le stesse che regolano la psicoterapia: lo spazio (nello specifico, il laboratorio Artelieu); il tempo (la durata dei gruppi di arteterapia è definita all’inizio, in base alla tipologia dei partecipanti); la regola fondamentale di produrre – utilizzando materiali pittorici e plastici messi a disposizione – qualcosa che dica di sé e che solo successivamente possa essere detto a parole dall’autore stesso. L’arteterapeuta non interpreta né si sostituisce, ma fornisce strumenti e procedure tecniche, ponendo grande attenzione a non valutare criticamente le produzioni, evitando giudizi e comparazioni (ed accompagnando gradualmente le persone a quest’abbandono).

            Assieme ad un’attenzione al concetto che pure la caratterizza (l’anima insegnante, la professione psicoterapeutica classicamente intesa), Laura esprime una grande passione per l’espressione divergente, per l’uscita dalle righe del verbale verso digressioni alternative, un viaggio nella creatività preverbale (o meglio extra-verbale). Viaggio che, certo, prevede sempre un ritorno alla parola – (nostra Signora, nostra Croce) – in forma di restituzione non interpretativa che metta l’autore (direi l’artefice) nelle condizioni di tracciare a posteriori egli stesso le coordinate di senso della propria produzione rintracciandone motivazioni, aspettative, desideri.

            Se ho bene inteso, quello che Laura favorisce e attende è il momento in cui la persona che ha manipolato colori e altri materiali possa fermarsi e dire, con un misto di stupore e serenità d’animo: “Mio Dio, che cosa ho fatto?”.

            Di più, di meglio, non sono in grado di scrivere (altererei troppo il contenuto). Mi pare, però, di aver colto l’essenziale e spero che Laura si riconosca sufficientemente in questo mio ritratto: intanto io ho imparato qualcosa da lei,  perciò posso dire che mi ci riconosco.

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