La soglia e la presenza: note per una clinica dell’intersoggettivo tra esperienza primitiva e scenari contemporanei

Di Maria Cristina Cameli

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L’esplorazione dei territori arcaici che precedono la fondazione delle strutture emotive, affettive e logiche dell’esperienza costituisce uno dei nodi cruciali della clinica contemporanea, chiamata a operare in uno spazio di confine laddove l’alterità non sempre si presenta come un oggetto distinto, ma come una matrice indifferenziata. Per soglia, intendo un dispositivo psichico e intersoggettivo che rende possibile il passaggio dall’indifferenziato alla simbolizzazione e che, quando fallisce, espone ad uno stato fuso e magmatico della mente.

In questo panorama, l’opera di Umberto Piscicelli (2000), in particolare nel suo saggio dal titolo La luna si è rotta, offre un ponte concettuale tra la propria ipotesi sull’antropologia dello sviluppo psichico e i modelli post-bioniani. L’ipotesi centrale postula che la vita adulta non si emancipi mai del tutto dalle sue origini primitive, ma conservi i residui di una dimensione aurorale, pronti ad affiorare proprio ai margini della coscienza vigile: nel sogno e negli stati regrediti della mente, ma anche in quelle condizioni di rilevanza affettiva in cui l’apparato per pensare viene continuamente messo alla prova.

Per comprendere la natura di ciò che in questo scritto intendo per soglia, è necessario volgere lo sguardo all’infanzia, a quel primo momento evolutivo in cui la polarità tra il soggetto e il mondo non si è ancora costituita. Piscicelli (2000) illustra questa condizione evocando l’osservazione clinica di una bambina di ventidue mesi che, di fronte alla luna calante, esclama con meraviglia: «Oh! La luna si è rotta!». Questa espressione manifesta un pensiero arcaico vissuto come concreto, immediato, esplicito. In questa fase dello sviluppo, l’infante abita quello che viene definito da Piscicelli come uno “stato consistente”, ovvero una condizione di indifferenziazione primaria in cui il bambino e l’ambiente sono fusi.

Non vi sono confini discreti tra l’Io e la realtà esterna, e neanche tra la sfera emotiva e quella cognitiva; ogni cosa è fusa insieme in preparazione alla differenziazione. Dati percettivi, stimolazioni somatiche e risposte affettive si intrecciano in fenomeni sinestetici in cui gli oggetti esistono unicamente in virtù del valore affettivo, emotivo e catettico che attivano nelle dinamiche relazionali. Questo stato di indifferenziazione può essere considerato un precursore dell’area transizionale teorizzata da Winnicott, una dimensione destinata a permanere, seppur in forme diverse, per tutto l’arco della vita. Il passaggio dall’oggetto soggettivo all’oggetto oggettivo — e dunque l’accesso all’esame di realtà —, inteso sia come zona di transito che come membrana psichica, nell’ipotesi che qui propongo, coincide con il concetto di soglia.

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