Fragile come la bellezza

di Claudio Merini.

Photo by Pixabay on Pexels.com

Bellezza, l’ultima vittoria possibile dell’uomo che non ha più speranza

(Milan Kundera, L’arte del romanzo)

Elena arriva puntuale, come suo solito. Appoggia la borsa di stoffa e un giubbino variopinto sulla poltrona. Sta per sdraiarsi sul lettino quando si blocca, guarda verso il carrello su cui è poggiato un vaso con un mazzo di gerbere. Sembra indecisa. Infine si stende sul lettino.

  • Dottore, scusi, posso fare una cosa?
  • Cosa?
  • È più forte di me. Non sono un’esperta di ikebana ma quei fiori… potrebbero essere molto più belli da vedere.
  • I fiori?
  • Sì, le sue gerbere.
  • Cosa hanno di particolare?
  • Scusi se mi permetto, ma sono disposte male. Posso aggiustarle?
  • Se non lo facesse?
  • Mi sentirei inquieta.

(Silenzio)

  • Mi può dire qualcosa di più su quest’inquietudine?
  • Lo so che sono sciocchezze…
  • Per lei evidentemente non lo sono.
  • Vede c’è quella stupenda gerbera bianca al centro che invece di svettare in mezzo alle altre come dovrebbe, sembra affogare tra i petali delle gerbere vicine. È la più bella e quasi non si vede. Il mazzo disposto così sembra un catino in cui la bellezza s’affoga e muore … Mi scusi.
  • No, è molto interessante.

(Silenzio)

  • Io sono perennemente occupata da problemi di questo genere. Vedo di continuo disarmonie che cerco di correggere e provo un senso di benessere quando riesco a farlo. Vorrei creare bellezza in ogni angolo della casa, del quartiere in cui vivo, delle strade in cui passo. È un’ossessione. Pensi che qualche anno fa decorai con delle piante fiorite le aiuole della via in cui abito, tutto a mie spese. Speravo di essere d’esempio. Invece nessuno degli abitanti della via curò quelle piante. Facevo la spola con gli annaffiatoi per non farle seccare durante l’estate. La gente mi guardava come se fossi matta. Mi dava una grande soddisfazione uscire di casa e passare davanti a quelle aiuole così variopinte e ben curate. È riduttivo chiamarla soddisfazione: è un senso di gioia. Creare bellezza, cercare la bellezza, in qualche modo sentirsene parte. Se invece vedo uno scempio, sono capace di star male per una giornata intera o anche più. L’altro giorno per esempio mi sono accorta che un’auto aveva divelto un lampione che faceva una bella luce davanti a casa mia. Mi sono sentita triste a lungo, come se avessi perso qualcosa d’importante. Per diverse sere non mi sono affacciata alla finestra che dà sul lampione sfasciato: avevo l’impressione che ci fosse un morto là fuori.

(Silenzio)

  • Sono cresciuta in mezzo all’incuria, in un quartiere di palazzoni anonimi, in un appartamento in cui c’era solo ciò che serviva, che era utile. Niente che fosse lì per motivi estetici. Anzi la mia famiglia sembrava specializzata nel rendere brutta la casa. Da adolescente, quando restavo a casa da sola, spesso mettevo a posto qualche angolo dell’appartamento, cercavo di disporre i tanti oggetti brutti che avevamo in un modo che fosse almeno armonico. Una volta però esagerai e feci sparire uno scatolone di cartone che stava in un angolo del tinello con dentro delle vecchie riviste. Erano secoli che stava lì. Non lo potevo più vedere. Quando mio padre si accorse che lo scatolone era sparito andò su tutte le furie, perché a lui piaceva rileggersi ogni tanto qualche vecchio articolo. Se la prese prima con mia madre, che naturalmente cadde dalle nuvole. Allora lui capì che ero stata io a farlo sparire e mi chiese perché l’avevo fatto. Perché era brutto, gli risposi. Lui mi guardò con aria perplessa. Non ti capisco, mi disse, cosa c’è di brutto in uno scatolone? Come facevo a spiegarglielo, era orrendo e basta. Le mie amiche a casa loro hanno dei portariviste, gli dissi. Sei diventata una snob, concluse lui. Il giorno dopo piazzò un altro scatolone con scritto sopra “Saiwa” e nei mesi seguenti ci accumulò le riviste che via via comprava. Questo non fece che peggiorare il mio disgusto. Togliendo il vecchio scatolone avevo contribuito a rendere ancora più brutto il “portariviste”, se così si poteva chiamare. Quella scritta commerciale ai miei occhi era oscena e rimpiangevo il vecchio scatolone con la sua nuda semplicità. Un giorno che ero sola, con i pennarelli creai un disegno che si integrava con la scritta “Saiwa” mascherandola. Quando mio padre vide la mia opera mimetica, mi guardò preoccupato. Tu non stai bene, mi disse.

(Lungo silenzio)

  • Non crede che curare la bellezza di ciò che la circonda possa essere un modo per nascondere o eliminare qualcosa di brutto dentro di lei?

(Silenzio)

  • Ci ho pensato tante volte … Nascondere le mie disarmonie … per rendermi più gradevole…
  • Per essere amata.

(Silenzio)

  • Non so se è così. L’amore per la bellezza è qualcosa che va al di là di me. Appartiene a una sfera metafisica che la psicologia non può spiegare. È’ l’incontro con un’altra dimensione a cui desidero appartenere. Mio padre con i suoi scatoloni non ha fatto altro che alimentare questa tensione verso la bellezza che sta dentro di me, al di là della mia storia. Mio fratello, che pure è cresciuto nell’incuria per l’estetica, non ha la mia idiosincrasia per il brutto. Non è nemmeno trascurato come i miei, ma non fa drammi se in casa c’è qualcosa di antiestetico. Non ci badava da ragazzo, non ci bada ora che vive con la moglie. Non ha l’ossessione della forma. Lui sta più attento alla sicurezza. Evita di rischiare, sia con gli affetti che nel lavoro. Io per cercare la bellezza ho rischiato tanto. Ho scelto uomini sbagliati. Li ho scelti perché erano belli, invece di dare più peso ad altre qualità, che contano di più nella vita di coppia. Ma per me era troppo importante, per esempio, guardare il mio uomo addormentato e pensare che era proprio bello. Mi sentivo rapita. Solo che poi quando si svegliava, magari nemmeno mi salutava e chiedeva se era pronta la colazione.

(Silenzio)

  • Sa perché ho scelto lei come psicoterapeuta?
  • Perché?
  • Per le foto che ha messo su internet. Mi piaceva il suo studio, come era arredato. Poi quando alla terza seduta mi ha invitato a mettermi sul lettino e mi sono ritrovata davanti la vista del giardino ho capito che sarei rimasta. Vede, anche qui ho usato un criterio estetico.

(Silenzio)

  • Continua a essere la gradevolezza dello studio a farla venire qui? Non ci sono altri motivi più importanti?

(Silenzio)

  • Vengo qui perché sto male e spero di venirne fuori. Cerco qualcuno che mi curi, come io curo l’ambiente che mi circonda, con la stessa attenzione. Vedo che lei cura con dedizione il suo giardino, perciò spero che faccia la stessa cosa anche con me. Io sono una pianta delicata, che facilmente può deperire. Sono troppo sensibile e fragile più di un cristallo. Non so come ho fatto a resistere alla vita. Mi sembra un miracolo esserci ancora. Guardo gli altri fare cose per me impensabili, li guardo con un misto di invidia e stupore. Io devo vivere nella mia tana, al riparo, e nel piccolo mondo che mi sono ricavata cerco un po’ di bellezza che mi consoli. Ho letto da qualche parte che la bellezza è ciò che resta all’uomo disperato. Per via della mia fragilità ho dovuto rinunciare a tante cose. Ce l’ha presente “l’uomo di vetro” nel film “Il favoloso mondo di Amélie”? È un uomo che ha le ossa fragilissime e se ne sta chiuso in una casa tutta imbottita a copiare e ricopiare “La colazione dei canottieri”, un quadro di Renoir. Ne fa una copia all’anno. È un quadro gioioso, che ritrae persone che condividono un momento piacevole, persone immerse nella vita, al contrario dell’uomo di vetro, confinato nel suo appartamento.

(Silenzio)

  • Il suo studio, per me, è una sorta di rifugio.
  • Una stanza imbottita?
  • Lei ha tatto e non mi ferisce. È molto difficile non ferirmi. Se lei fosse stato mio padre avrebbe tenuto conto della mia sensibilità estetica e avrebbe comprato un bel portariviste. Forse me lo avrebbe anche fatto scegliere.

(Silenzio)

  • Bellezza, sensibilità, fragilità: questi tre aspetti sono strettamente connessi nel suo discorso – dice l’analista – come se ciascuno implicasse gli altri due. Oppure è la sensibilità che fa da ponte tra la bellezza e la fragilità: la sua estrema sensibilità la rende fragile e nello stesso tempo la orienta verso la bellezza, le mostra un mondo che altrimenti sarebbe invisibile.

(Silenzio)

  • Grazie – sussurra la donna.

(Silenzio)

  • Perché mi ringrazia?
  • Per quello che ha appena detto. Mi ha toccato.

(Lungo silenzio)

  • Anche la bellezza è fragile. Ci vuol poco a distruggerla. Ecco perché spesso si nasconde. Lo fa per preservarsi, come faccio io, chiusa nel mio piccolo mondo. Molti di quelli che vi ho fatto entrare hanno squassato tutto, senza riguardo. Hanno lasciato macerie in mezzo alle quali ho vagato a lungo prima di ricostruire con fatica e ritrovare un po’ d’armonia. Purtroppo per trovarla devo tornare a star sola. Ogni volta si infrange l’illusione di viverla nel rapporto con un’altra persona.

(Silenzio)

  • Però non mi ha fatto sistemare le gerbere – fa notare Elena.
  • Non ce la fa a convivere con una piccola imperfezione?
  • Non è l’imperfezione il problema. Ci sarebbe la bellezza lì a portata di mano. Perché rinunciarvi? Basterebbe un piccolo tocco. È così piena di brutture la vita che non bisogna mai sprecare l’occasione di creare bellezza, o solo di svelarla.

(Silenzio)

  • Se conserveremo la memoria – dice la donna – nei nostri ultimi anni potremo ricordare ciò per cui è valsa la pena di vivere. E quando infine ce ne andremo che cosa resterà se non quel po’ di buono e di bello che siamo riusciti a vedere o a creare? Sono retorica, vero?
  • No, anzi. Usando le sue stesse parole potrei dire che mi ha toccato.

L’analista è turbato. La paziente se ne accorge per via di un’incrinatura insolita nella sua voce.

  • Mi dispiace, non volevo… – dice Elena.

(Silenzio)

  • Cosa non voleva?
  • Certi discorsi fanno male. Parlare della vita che inesorabilmente finisce… parlarne a chi non è più giovane, rammentargli l’inevitabile decadimento. Non volevo farle del male. È che io ci penso sempre, anche se sono ancora lontana da quell’età.
  • Non si preoccupi, non sono “l’uomo di vetro”: riesco a reggere gli urti, anche quelli che mi fanno sbandare; non vado in pezzi.
  • Mi lamento tanto della gente che non ha tatto e poi… non sono così diversa.
  • Lei è diversa, perché se ne accorge.

L’analista non si dispiace d’essere stato scoperto nel suo turbamento; anzi è riconoscente per la comprensione di cui è stata capace la sua interlocutrice. In fondo è sempre lui a cogliere attraverso l’empatia i moti interiori degli altri e gli capita continuamente di sentirsi ignorato o travisato riguardo alle sue emozioni. Sa benissimo che tutto questo è insito nel suo ruolo, ma siccome anche lui è un essere umano, non può restare indifferente, a volte, di fronte alla mancanza di reciprocità.

  • Farei volentieri a meno di questa diversità – dice Elena – Se rinascessi vorrei avere una scorza dura e resistente, non accorgermi di niente e passare attraverso la vita come uno schiacciasassi. Chissà come sarebbe vivere così. Faccio fatica a immaginarmelo.
  • Se ogni tanto si potesse fare un giro nella testa degli altri – dice l’analista – ci si accorgerebbe di quanto è arbitrario il nostro modo di percepire e di agire, di quanto assomiglia a un sogno. Ciascuno vive dentro il proprio sogno.
  • Siamo fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni. Quant’è bella questa metafora di Shakespeare sulla soggettività.
  • Già. E il suo sogno è d’essere una donna fragile che deve mettersi al riparo.
  • Ma io sono fragile!
  • Nel suo sogno lo è.
  • Però è un sogno che sembra vero e quindi… dovrei svegliarmi.
  • Esatto.
  • Lei dunque sarebbe la mia sveglia.
  • Mi piace l’idea d’essere una sveglia. A proposito di orologi, il nostro tempo per oggi è finito.
  • Lei è una sveglia svizzera – dice Elena alzandosi dal lettino.
  • Ebbene sì.

La donna indossa il giubbino, mette la borsa a tracolla, poi si avvicina al vaso e con un lieve tocco alza leggermente la grande gerbera bianca al centro del mazzo, così che svetti in mezzo alle altre, come una regina tra le dame.

  • Ecco fatto. Mi scusi ma non ho saputo resistere – dice Elena, girandosi con vivacità verso l’analista. Ma in tale mezza giravolta la borsa a tracolla va a sbattere contro il vaso, che cade a terra spargendo l’acqua e le gerbere sul pavimento. Elena resta attonita a fissare il disastro, poi scoppia a piangere e ripetutamente si scusa, mentre cerca di raccogliere i fiori e ricomporre in qualche modo il mazzo.
  • Lasci stare, ci penso io – dice l’analista.
  • No, no, devo rimettere tutto a posto, altrimenti non posso andarmene.

L’analista si china per aiutarla.

  • No, devo farlo io – dice Elena con il viso ancora rigato di lacrime.
  • Va bene, come vuole.
  • Che cretina che sono. Meno male che non si è rotto il vaso.
  • È un vaso robusto, come me – dice l’analista in tono scherzoso.
  • Posso prendere un po’ d’acqua in bagno.
  • Se proprio deve farlo…

Elena va in bagno a riempire d’acqua il vaso. Torna con uno straccio – Mi sono permessa di prenderlo – dice. Risistema il mazzo di gerbere nel vaso, passa lo straccio sul pavimento.

  • Non posso proprio darle una mano?
  • No, è meglio di no. Devo ripararlo io il danno, così mi sentirò meno in colpa.

La donna torna in bagno più volte a strizzare lo straccio fino a che non ha raccolto tutta l’acqua. Finito di asciugare il pavimento, ridà forma con estrema cura al mazzo di gerbere. L’analista segue l’insolita scena con un certo imbarazzo, per la passività che gli ha richiesto la paziente e che lui ha accettato contro il proprio istinto di intervenire.

  • Mi sembra che sia tutto ritornato come prima – dice l’analista in tono rassicurante.
  • No, i fiori si sono rovinati. Non so come scusarmi.
  • Non si preoccupi. Ci vediamo giovedì e magari ne riparliamo.
  • Giovedì le porterò un mazzo di gerbere nuovo.
  • È meglio di no.
  • Perché?
  • Ne parliamo giovedì.
  • La prego, lo so che in analisi i doni non si fanno; il mio però non sarebbe un dono: voglio solo ricreare la bellezza che ho distrutto.
  • Se proprio non ce la fa a resistere…
  • Grazie.

L’analista accompagna alla porta la donna, che se ne va un po’ curva, come ripiegata su sé stessa. Lui tornando nello studio la osserva dalla finestra delle scale e vede che si incrocia con il paziente successivo, che avanza guardando in alto, avulso da ciò che lo circonda. I corpi raccontano più delle parole – pensa l’analista – e immagina sé stesso coi tappi nelle orecchie e gli occhi che scrutano. Poi rientra nello studio, dove le gerbere malconce gli faranno compagnia, ricordandogli che in fondo si può vivere anche ammaccati. Il citofono suona: è in arrivo un’altra anima in cerca di sollievo.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...