La “dicibilità” del disagio nello spazio relazionale

di Evelyn Di santo

“Rivelami tra le lacrime esitanti, tra sorrisi tremanti, tra dolore e dolce vergogna, il segreto del tuo cuore.”

R. Tagore

Quando iniziamo il viaggio terapeutico il paziente può vivere e visitare luoghi mai conosciuti, oppure, rivivere esperienze passate e ritrovare luoghi già visti ma dimenticati che diventano nuovamente accessibili, rendendo possibile l’integrazione dei vissuti.

Esplorare le risorse dell’individuo rappresenta il “dovere” del terapeuta, di riportare alla luce il tesoro nascosto che permetterà al paziente il successo terapeutico.

L’individuo nasce “ricchissimo”, possiede un gran tesoro ma a causa di varie circostanze sfavorevoli, non se ne accorge. Spesso conduce una vita nelle ristrettezze economiche delle sue potenzialità. Compito del terapeuta è portare alla luce ciò che è potenzialmente fecondo.

“Ciascun essere umano nasce principe o principessa; poi le prime esperienze convincono alcuni di essi di essere dei ranocchi. L’obiettivo terapeutico tende al curare o guarire che significa togliersi la pelle del ranocchio per riprendere lo sviluppo interrotto del principe o della principessa.” (Berne, 1966)

E’ quello che in analisi transazionale viene definito copione vincente. La prima definizione di Berne di copione la troviamo in un articolo del 1958 “un tentativo di ripetere in forma derivata non una reazione di transfert o una situazione di transfert, ma un dramma transferale, spesso suddiviso in atti, esattamente come i copioni teatrali che sono i derivati artistici intuitivi di questi drammi primari dell’infanzia” (Berne, 1958).

Anche se gli uomini non sono delle cavie da laboratorio, spesso si comportano esattamente come loro. Talvolta vengono messi in gabbie e trattati come delle cavie, strumentalizzati e sacrificati al volere dei loro padroni. Ma molto spesso la gabbia ha la porta aperta, l’uomo non dovrebbe far altro che uscirne se lo volesse. Se non lo fa, di solito è il suo copione che ve lo trattiene. È familiare e rassicurante, e dopo essersi affacciato al grande mondo delle libertà, con tutte le sue gioie e pericoli, torna indietro, nella gabbia, con i suoi pulsanti e leve, sapendo che se continuerà a spingerle… avrà certamente cibo, bevande, e un fremito occasionale. Ma sempre come una persona in gabbia spera e teme che qualche forza più grande di lui, il Grande Sperimentatore o il Grande Computer, cambierà le cose o la farà finita (Berne, 1972).

Nel lavoro psicoterapeutico trovo affascinante, attraverso la narrazione e l’osservazione del paziente, scoprire e permettere di cogliere al paziente le sue risorse (segrete). Le persone, in terapia, hanno la possibilità di scoprire e ri-conoscere parti di sé non conosciute o non considerate, gli alleati della loro salute. In tale prospettiva il segreto non assume connotati negativi o patologici. Il segreto non rappresenta un muro da abbattere ma una forza creatrice capace di generare salute.

Diverso è quando il segreto è conosciuto dal paziente ma arrestato in una impossibilità di esprimersi. Quando un paziente mi dice che c’è qualcosa che non può o non vuole dirmi, lo invito a esprimere non qual è il suo segreto ma cosa immagina possa accadere se ne parlasse. Si lavora su ciò che sperimenta come spiacevole e sulle fantasie che il materiale segreto suscita nel paziente. In tal caso, il segreto è qualcosa di indicibile, l’esperienza interna del paziente non trova parole per essere comunicato e spesso è sedimentato nel corpo.

Diverso ancora è quando il segreto non è conosciuto dal paziente, in tal caso, il terapeuta occorre si chieda quanta conoscenza riesce a sopportare il paziente.

L’abbandono degli ideali arcaici comporta un vero e proprio lutto e non sono sufficienti “permesso, protezione e potenza” del terapeuta se il soggetto non ha definito nuovi e potenti ideali per sé.

Ciò che viene trasmesso in positivo dal mito, sono gli ideali, i valori che contribuiscono a strutturare la famiglia rinforzando il senso di appartenenza e continuità intergenerazionale. La creazione del mito diviene quindi punto di riferimento, una rassicurazione, dove la persona si sente parte. In negativo, ciò che viene trasmesso è relativo a ciò che non è stato contenuto ed elaborato nelle generazioni precedenti e può riguardare lutti, traumi, trasgressioni e fallimenti, ai quali le generazioni successive rimangono legate in una “lealtà invisibile” (Boszormeny-Nagy,1973) che ostacola la possibilità di occuparsi dei propri desideri e della propria realizzazione.  In questa chiave di lettura del segreto si configura Schützenberger (1993) che conia il termine “transgenerazionale”, riferendosi alla trasmissione di segreti, tabù e fantasie inconsce attraverso le generazioni. Il fine dell’analisi delle trasmissioni transgenerazionali è spiegare le strane e ripetitive coincidenze tra la vita dei pazienti e quella dei loro familiari antenati, ipotizzando l’esistenza di un inconscio familiare che si trasmette lungo le generazioni.

La trasmissione transgenerazionale avviene su più generazioni, frequentemente lontane tra loro, e si sostanzia nella riedizione di un “compito non finito”.

Tale incompiutezza deriva dalla mancata “digestione” o elaborazione di un evento significativo. Pertanto il transgenerazionale può riguardare un evento felice ma più spesso ciò che viene tramandato, usando le parole della English (English, 1969) è la “patata bollente” ovvero un trauma o lutto non risolto che permane attivo e potente nell’esperienza familiare poiché silente, non espresso apertamente, non elaborato.

La fuoriuscita dal copione è possibile soltanto se le aspirazioni hanno avuto un processo maturativo che ne renda possibile un soddisfacimento reale. (Cavallero, 1994).

Mi torna in mente Giulia (nome di fantasia), seguita per alcuni mesi diversi anni fa, la quale si sforzava tanto ma non otteneva i risultati desiderati. Durante la terapia emerge la convinzione della stessa di finire in mezzo alla strada, di vedersi una fallita che non è in grado di raggiungere i propri obiettivi.

Giulia come Tantalo è condannata a stare in una vasca piena d’acqua. Da una parte della vasca c’è del cibo, dall’altra una brocca d’acqua, ma entrambi sono fuori dalla sua portata e rimane sempre assetata e affamata.

Giulia non ha ciò che desidera perchè se si dà il permesso di essere se stessa non si sente accolta e amata. In questo sono illuminanti le sue passate allucinazioni uditive “Parlano male di me, mi accusano di essere una persona cattiva.” Giulia in un incontro dice che scalerebbe l’Everest ma non ci riesce, fa i primi due gradini e poi cala a picco. Giulia è convinta che la vita è sacrificio e non può godere per cui non riuscirà a fare ciò che desidera.

Sperimentavo un senso di sfinimento, di fatica durante le sedute con Giulia in un controtransfert complementare. Cercavo di spronarla così come tentavano di fare le persone intorno a lei. Forse Giulia aveva solo bisogno di narrarsi senza incitazioni e di essere ascoltata nella scoperta di sé. Per promuovere l’uscita dal copione “Mai” è fondamentale passare il messaggio che si può ottenere quello che si vuole dopo però essersi dati il permesso di chiedersi cosa si vuole.

Ciò che Giulia non conosceva è cosa voleva realmente per lei.

Nella storia di Giulia la felicità era pericolosa per questo temuta e tenuta lontana. Giulia non era consapevole di questo “segreto” o era indicibile per lei?

Giulia ha interrotto la terapia impedendosi di trovare ciò che cercava, ciò che era. Il suo corpo si è ribellato alla conoscenza. Dopo l’intervento chirurgico che l’ha vista protagonista ha abbandonato il suo faticoso percorso; con “segreta” tenerezza ho congedato Giulia augurandole di tornare con desiderio ad ascoltarsi.

Alcuni dicono che il nostro destino è legato alla terra (…) altri dicono che il destino è intrecciato come un  tessuto, cosicchè il nostro destino ne incrocia molti altri, è la cosa che tutti cerchiamo di cambiare o lottiamo per cambiare, alcuni non lo trovano mai ma ci sono quelli che vi sono guidati…dicono che al destino non si comanda, che il destino non è una cosa nostra. Ma io so che non è cosi. Il nostro destino vive in noi, bisogna soltanto avere il coraggio di vederlo. (Merida, Ribelle-The Brave Walt Disney Picture, 2012)

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