L’amico a pagamento

amico a pagamentoGli sudavano tremendamente le mani. Aspettava il paziente trepidante, con il nodo in gola mentre volgeva lo sguardo verso il campus dell’Università in cui aveva studiato. Le tende della finestra erano di uno strano materiale, acrilico o qualcosa di misto, che non gli consentiva di tamponare il sudore freddo causatogli da quel solito stato di ansia soffocante. A momenti barcollava, aveva giramenti di testa e il pensiero gli correva in avanti fino a fantasticare sul tipo di argomenti che avrebbe affrontato con quel povero ragazzo incontinente che avrebbe incontrato di lì a poco. Sperava di non avere un attacco di panico. Erano mesi che non ne aveva più. Non gli serviva nemmeno più rifugiarsi in macchina e vagare, a volte per ore, per la città. Solo in zone centrali e in prima periferia. Non troppo lontano dall’ospedale e mai in autostrada, dove si va solo in un senso e per invertire marcia bisogna aspettare l’uscita successiva. Si interrogava, ulteriormente e freneticamente, su che cosa avrebbe potuto fare e dire in seduta. Non ne aveva la più pallida idea. Non aveva la più pallida idea di come gestire quel colloquio. Il settimo. I primi erano filati lisci come l’olio. Il paziente aveva smesso di avere, anch’egli, attacchi di panico e mostrava un tono dell’umore molto migliorato. Gli ultimi però erano stati vuoti, poco interessanti, con poche novità e parecchie ripetizioni.

Il silenzio della stanza permetteva di percepire distintamente il ticchettio della lancetta dei secondi dell’orologio. Gli dava fastidio perché lo agitava di più. Provava una sensazione asfissiante, gli mancava l’aria e gli si accorciava il respiro. Avrebbe avuto voglia di fumare una sigaretta ansiolitica ma non ne aveva il tempo. Era stato paziente egli stesso. La sua avventura terapeutica era sempre finita male però. Una volta perché si sentiva un “piccione”, un’altra perché non riusciva a parlare e un’altra ancora perché non riusciva a pagare. Aveva finito i soldi e aveva addirittura lasciato dei debiti. Tre terapie, una durata quasi quattro anni con un luminare del luogo, uno dei suoi professori universitari. Tutti rapporti finiti a metà che non gli avevano permesso di risolvere quell’insopportabile problema di ansia che si trascinava da quando era morto suo padre. Non sapeva perché lo associasse a quell’evento. Non sapeva nemmeno se i suoi problemi fossero iniziati proprio in quel periodo ma gli faceva piacere pensarlo. Lo tranquillizzava e gli permetteva di annoverarsi tra coloro che hanno sofferto. Persone che hanno toccato con mano il dolore e che per questo lo comprendono. Anche quando non è il loro. Quel paziente però orfano non era. Secondo di quattro figli, non aveva riportato nessun evento traumatico. Almeno fino a quel momento della terapia. Si, lui la chiamava cosi: terapia. Terapeuta non lo era perché dopo la laurea aveva tentato di specializzarsi ma aveva mollato dopo nemmeno un anno. La laurea era stata una faticaccia, figurarsi la specialità. Eppure era sempre stato un suo obiettivo essere un’intellettuale. Se ne compiaceva quando qualcuno lo appellava come uomo di cultura. Non leggeva molto ma ciò che gli passava tra le mani lo faceva fruttare. Un libro, un film, un disco, erano tutte medaglie che si appuntava al petto e che testimoniavano la sua conoscenza nei confronti degli altri. Faceva in modo che ogni conversazione virasse verso argomenti che conosceva. O di cui sarebbe comunque sembrano un fine conoscitore, un mostro di sapienza. E infatti gliene attribuivano molta più di quella che effettivamente possedeva. Con modi gentili e attenti, al limite dell’affettazione, riusciva a circondarsi di persone a lui compiacenti. Non litigava. Stava sempre dalla parte giusta. Non prendeva posizioni “scomode” e se gli serviva un favore non lo chiedeva. Faceva in modo che fossero gli altri a offrirsi di farlo.

Cercava di ripetersi tra sé e sé di stare calmo. Eppure erano già circa due mesi che incontrava quel paziente ed ogni volta aveva sentito gli sfinteri cedere, l’aria mancare e le ginocchia piegarsi. Eppure quella volta era peggio. I sintomi erano scomparsi dopo circa 2-3 sedute; quelli del paziente. Quegli incontri avevano avuto come argomento principale la vita infantile e adolescenziale. Gli aveva raccontato del rapporto con i genitori, con la sorella e i fratelli, con i nonni, sia materni che paterni, con una zia, sorella del papà, che non si era mai sposata e che “sostava” spesso a casa con loro. Aveva parlato perfino di quello volta che un cugino lo aveva molestato sessualmente infilandogli il pene in bocca. Era più piccolo e non aveva potuto difendersi. Si sentiva un privilegiato, il paziente non aveva mai confessato a nessuno quel fatto accaduto decenni fa. La prima volta l’aveva fatto con lui, il suo psicologo. La persona della quale si fidava di più. Ora però gli sembrava di aver esaurito gli argomenti e forse era proprio così. L’ultima seduta era stata una ripetizione della precedente. I sintomi erano passati, la famiglia raccontata, i segreti svelati. Anche qualche progetto futuro era emerso. Non di bellissimi visto che la fidanzata, del paziente, non aveva intenzione di sposarsi.

Aveva una voglia matta di accendersi l’ennesima sigaretta della giornata ma ne aveva spenta una cinque minuti prima di salire in studio. Corse nell’altra stanza e fece brillare la pietrina del piccolo Bic. Qualche boccata e via. Non gli importava che la peristalsi sarebbe aumentata. Ne aveva bisogno. Il paziente suonò alla nona tirata di fumo. Spense velocemente la miccia nel vaso dei fiori vuoto. Gli s’illuminò il viso, gli occhi gli si spalancarono e di slancio andò a “schiacciare il citofono” e ad aprire la porta. Sentiva i passi del paziente avvicendarsi lungo i centodue gradini che separavano lo studio dalla strada. Il cuore accelerò e un capogiro lo fece indietreggiare di qualche centimetro.

Non sapeva che pesci prendere. Il cuore aumentò ancora il suo battito. I passi si facevano sempre più vicini mentre l’odore del cucinato dei condomini riempiva la tromba delle scale. Non era professionale quella puzza. Fece un respiro, si annusò l’alito mettendo la mano a cucchiaio davanti alla bocca e si aggiustò il pizzo inumidendosi le dita con la lingua.

Vide il paziente arrivare sorridente girando velocemente sul ballatoio prima dell’ultima rampa di scale. Si pulì velocemente la mano sul fianco dei pantaloni e la porse al ragazzo mentre questi si apprestava ancora a salire gli ultimi gradini. Nonostante il piccolo capogiro, strinse forte la mano aggrappandosi quasi per non perdere l’equilibrio. Lo avrebbe ascoltato. E basta. Così sarebbe andata la seduta odierna. D’altronde aveva stretto con lui una buona relazione. Questi ultimi pensieri prima del lavoro gli donarono un contributo di autostima che lo rincuorò.

  • Buonasera dottore.
  • Buonasera a lei, Mario.

Mario attraversò l’ingresso e si accomodò sulla poltrona in similpelle. Stette qualche secondo in attesa che il dottore chiudesse la porta e si sedesse di fronte. Sorridente si aspettava la solita formula di rito che gli avrebbe permesso di raccontare gli avvenimenti di quella settimana appena trascorsa. Questi chiuse la porta d’ingresso e, dopo aver attraversato il piccolo corridoio, anche quella dello studio. Si sedette e giungendo le mani davanti al volto, con fare solenne, esclamò: “Mi dica tutto quello che le passa per la mente”.

Una risposta a "L’amico a pagamento"

  1. Redazione 4 luglio 2020 / 13:46

    Questo racconto di Giuseppe Altieri, surreale per quanto è spiccata la psicopatologia del terapeuta, fa riflettere su un fenomeno diffuso: l’esercizio della psicoterapia da parte di soggetti non abilitati. Ne abbiamo molti esempi, dai famigerati counselor, a psicologi in possesso della sola laurea. Si sente a volte di qualche falso medico che è stato pizzicato nell’esercizio abusivo della professione. Perché non accade mai la stessa cosa nel campo della psicoterapia? (Domanda rivolta soprattutto alle autorità competenti)

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