La relazione in stanza d’analisi (..dall’ io, al noi..)

di Valentina Orsini

Il piccolo principe: – Cosa vuol dire addomesticare-? La volpe: – E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami – Che bisogna fare? – domandò il piccolo principe.  – Bisogna essere molto pazienti – rispose la volpe. -I n principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino… – Tu fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E io non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono che per te una volpe uguale a centomila volpi. Ma se mi addomestichi noi avremo bisogno l’uno dell’altro…!

Mi sono imbattuta nel piccolo principe un giorno comune a tanti altri giorni per caso, e mi sono detta: “che storia triste questa, per fortuna il piccolo principe ha incontrato molti amici nel suo lungo viaggio, altrimenti da solo come avrebbe fatto.”?


Ho scelto – forse non del tutto a caso– le parole di Antoine De Saint-Exupéry per tentare di descrivere un rapporto così complesso ma nello stesso tempo così intimo e vero. E’ auspicabile pensare, tentare di immaginare quello che avviene in stanza d’analisi come a un incontro, (a volte uno scontro) in cui si aprono porte mentali di significato, di pensiero ed emozione grazie alla condivisione di uno spazio comune, di un accordo, di uno scambio nella diade analista-paziente.      

Con le parole di Bion (1987) “biologicamente l’unità umana è una coppia: ci vogliono due esseri umani per farne uno”. Se riconosciamo la verità della frase di Bion e la facciamo per un attimo anche “nostra” possiamo pensare all’analista come a quella figura – altra – attraverso la quale il paziente può fare esperienza di pensieri e emozioni fino ad allora taciute, insopportabili o trasformate proprio per la connotazione di “incomprensibilità” in sintomo. E alle volte è proprio un sintomo, o comunque una forma di malessere il punto di partenza: l’urgenza per la quale il paziente si ritrova a richiedere un aiuto. Da questo momento in poi il paziente – se vorrà – non sarà più solo, avrà il suo spazio di pensabilità, avrà il suo modo di dare forma a una condizione che lo attanagliava lasciandolo senza parole, senza pensieri rispetto a ciò che si trovava-trova a vivere, il paziente non è più solo con la sua sofferenza grazie per l’appunto a questo tipo privilegiato di esperienza condivisa.                                                           

E’ grazie alla presenza di un analista che il paziente può iniziare a pensare l’impensabile o tollerare ciò che da solo non avrebbe potuto fare, e tutto ciò riesce ad avvenire grazie alla fiducia, e alla comprensione che si instaura tra queste due persone, all’inizio due sconosciuti (proprio come il piccolo principe e la volpe). E’ grazie a un sentire condiviso, a un carico suddiviso che è possibile una VERA comprensione. La comprensione nella situazione analitica implica un doppio riconoscimento sia da parte dell’analista sia da parte del paziente di essere entrambi entità separate che lavorano però all’unisono. Un’idea di un “noi” che deve essere inteso come un progredire per step, un pensare e un sentire all’unisono in uno spazio condiviso: la stanza d’analisi dove si intrecciano, si scambiano, alle volte si confondono – mantenendo comunque i loro proprio confini (due menti, quattro occhi, quattro orecchie e due cuori). Si dice che la mente dell’analista funga da Io ausiliario per il paziente.                                      

Le immagini a volte possono rendere chiaro ed esplicito molto più delle parole un concetto; soprattutto quando il concetto è molto importante o quando chi scrive è così inesperto come me. Mi sono lasciata guidare perciò da Antoine De Saint-Exupéry proprio perché sento che dietro l’addomesticare (che può sembrare un concetto animalesco e negativo) può essere visto – se abbiamo i giusti occhi per guardare e un briciolo di fantasia – ciò che avviene tra analista e paziente. L’essere due sconosciuti che si incontrano per la prima volta, di cui uno che si è perso, e l’altro che ne sa un po’ di più può spiegare al piccolo principe come muoversi per ritrovare se stesso e la strada sulla quale stava viaggiando prima che il suo aeroplano in panne cascasse nel deserto. In questa ricerca di se stesso si passa inevitabilmente per il rapporto, la condivisione, il vivere condiviso che dall’io conduce al “NOI”.

Se le cose funzionano (come ci si auspica), il piccolo principe potrà riparare il suo aeroplano rotto, grazie agli insegnamenti della volpe e potrà tornare nel mondo “reale” dove sarà pronto ad affrontare da solo tutto ciò che prima era vissuto come incomprensibile, intollerabile o difficile.

Celeste è una donna che mi richiede un colloquio per la sua difficoltà a gestire il figlio. Capirò nel corso dei colloqui e nello scorrere dei mesi che il rapporto con il figlio è per Celeste solo la punta di un iceberg di un qualcosa che va ricercato molto più lontano: nel suo passato. Celeste è una persona sensibile, intelligente anche emotivamente e fortemente destabilizzata dentro e fuori da una tale insicurezza e angoscia di vivere che la immobilizza in ogni ambito: relazionale, sociale, lavorativo e intrapersonale. Si ritrova a vivere una realtà che la fa soffrire e decide per questo di rivolgersi ad uno psicologo. Non mi dilungo tanto a descrivere e parlare di Celeste, perché ciò che vorrei tentare di mettere in luce è il nostro lavoro insieme. In un incontro nel deserto come la scena di Antoine de Saint-Exupery Celeste sceglie me nel tentativo di riparare il suo aeroplano disequilibrato. Un Noi che si è riuscito a costruire solo con fatica (tanta fatica). Siamo riuscite ad incontrarci, fidarci e affidarci per dar forma a un setting (all’inizio attaccato di continuo) e a un NOI che cerca mese dopo mese di lavorare all’unisono. Siamo ancora qui con le mani sporche di grasso, qualche attrezzo, alle volte stanche, altre sudate, altre ancora distrutte, altre entusiaste in un deserto che non sembra più poi così deserto.

BIBLIOGRAFIA

  1. Casonato M. (2012), Semantica del transfert. Reti, saperi, linguaggi, 22-32.
  2. Barnà C.A. (2007), Forme della consultazione psicoanalitica.
  3. Yalom I.D (2014), Il dono della terapia. Neri Pozza
  4. Saint-Exupéry A. (2007), Il piccolo principe
  5. Ogden T. (2008), Vite non vissute. Esperienze vissute in psicoanalisi. Raffaello Cortina Editore

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