Ho bussato alla mia porta e ho provato una gioia folle

di Laura Grignoli

porta

« Ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera. Ho voluto scoprirne la ragione, ho scoperto che ce n’è una effettiva, che consiste nella infelicità naturale della nostra condizione, debole, mortale e così miserabile che nulla ci può consolare quando la consideriamo seriamente. Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici. L’unica cosa che ci consola dalle nostre miserie è il divertimento, e intanto questa è la maggiore tra le nostre miserie. »

(Blaise Pascal, I Pensieri)

 

In questo periodo di confinamento, detto impropriamente quarantena, sto sui social più che in altri momenti e a volte le battute sagaci mi fanno sorridere. Vogliamo essere vicini nel ridere delle stesse cose…per non piangere.

La frase che ho usato come titolo l’ha postata una mia amica francese (J’ai sonné à ma porte…ça m’a fait un bien fou) e credo che volesse semplicemente ironizzare sulla solitudine e sul piacere di ricevere visite, sapendo che non ne avremo…per un bel po’. Dana, la mia amica, voleva far sorridere gli amici prendendosi un po’ in giro, ma io ne sono stata folgorata. Era lo stimolo che stamattina mi serviva per buttar giù le riflessioni fatte in questi ultimi giorni. È stata una vera rivelazione vedersi come Altro. Isolati a casa abbiamo un sacco di cose da fare. Neanche potrei enumerare le cose rinviate dicendomi “quando avrò tempo…” Ed ora il tempo ce l’ho e non ho scuse, perché allora resto attaccata al bisogno di una voce, di uno squillo? Mai come ora le notifiche sul cellulare sono una domanda: chi sarà? Chi mi bussa?

E poi: perché? Ho tanto da fare…perché mi serve anche l’altro?

Arriva il primo squillo. Mi interrompe da una continuità fatta di silenzio farcito di pensieri. Anzi, diciamola tutta: una continuità di assenza ( o assenze) in cerca di condimento. L’assenza non è un vuoto, ma un troppo pieno. Nelle assenze che provo c’è una immagine, un territorio vissuto. Io ne ho la ‘dispensa’ piena. Le scorte servono a nutrirmi in questi giorni apparentemente sempre uguali eppur così diversi.

Il contatto, innominabile in questo clima, diventa ‘consuono’, e l’attesa di chi mi ‘bussa alla porta’ assume un valore nuovo. Mi serve chi mi rifornisca di nuove scorte, ormai le mie sono in esaurimento. Cosa mi può dare il messaggino o la telefonata di amici in cui ci raccontiamo tutti le stesse cose: numeri di contagiati, di morti, file ai supermercati o in farmacia?

Sul piano del contenuto forse non mi aggiungono nè tolgono nulla. Nessun effetto sorpresa, nessuno wow che bello risentirti, volevo dirti che ci vedremo domani…

Nulla di più che uno scambio di suoni con sottofondo emotivo a volte depresso a volte eccitato a volte ansioso a volte ansiosissimo…insomma uno spartito musicale.

Sull’aria di questo spartito ho preso le misure per decidere chi richiamare e chi no…

Ma come una sveglia analogica ho rimesso la carica e fosse anche per parlare di frivolezze ho ridato valore allo scambio con l’altro. Ho ripensato a cosa significhi per me l’altro fuori di me, ma soprattutto come posso essere io l’altro di me. Come posso bussare alla mia porta e essere pazza di gioia. Ho provato, ho bussato ripetutamente, ho provato ad accogliermi qualunque fosse la cosa da dirmi. Ho attinto da un ripiano disordinato della mia ‘dispensa’, ho preso un colore e l’ho spalmato su una tela già dipinta ma obsoleta. Ho lasciato delle zone in cui si intravvede quel che c’era. Mentre lo facevo pensavo che mi stavo dicendo che non esiste il dimenticare. Esiste il sovrapporre. Un’esperienza si sovrappone ad un’altra, non la cancella. Quando copro allora voglio dimenticare-mi dico…

É il ricordare che ci consente di dimenticare un po’. Sì, perché quando ricordo io estrapolo una cosa e metto in ombra tutto il resto. Nel ricoprire la mia tela si è fatto luce il ricordo. L’atto di ricoprire ha scelto cosa ricordare…

Penso che il fenomeno dell’oblio è fantastico: un chiaroscuro mentale dove qualcosa appare più nitido di altro, ma la coesistenza resta.

Allora mi chiedo: quello che dipingo è ciò che voglio ricordare o magari serve solo a mettere in ombra quello che vorrei dimenticare?

Scusate, ma ora devo proprio aprire. Hanno bussato…

 

(L’immagine all’inizio dell’articolo è un dipinto di Sherry Burnett, Tuscan Door)

 

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