Il giocatore

di Claudio Merini

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Il linguaggio è un traditore, un agente segreto doppiogiochista che scivola inavvertito tra un confine e l’altro nel cuore della notte.

(Jonathan Coe)

 

Il sole si è insinuato tra le nuvole e improvvisamente i raggi hanno fatto irruzione nella stanza, andando a posarsi sul corpo dell’uomo steso sul lettino.

– Ecco, baciato dal sole… Un colpo di fortuna è proprio così: ti tocca quando meno te lo aspetti e ti senti felice come un bambino che ha appena ricevuto un dono inaspettato. Si tenta la sorte per tornare a provare le emozioni dell’infanzia. Questi raggi che mi sono piovuti addosso forse sono il presagio di un evento buono nella mia giornata d’azzardo… Lei non crede a queste cose, vero?

– Cosa preferirebbe che le rispondessi?

– Lei è come un giocatore di poker, abilissimo a non scoprire le sue carte.

– Toccato.

– Preferirei che ci credesse, che fosse un po’ come me, per giocare insieme. Naturalmente cercherei di vincere.

– Potremmo giocare senza che nessuno perda.

– Non ci sarebbe gusto. Anche se sto molto male quando perdo. È una follia stare così male. Non riesco ad accettare la sconfitta. Mi rodo alla ricerca di un’idea che stemperi il senso di annichilimento o che mi faccia andare oltre. Tutte le volte mi dico che devo smettere e dedicarmi invece a qualcosa di costruttivo. Non c’è niente di costruttivo nel vincere.

Silenzio prolungato.

– A cosa sta pensando?

– Stavo ascoltando il silenzio che c’è qui… Lei è fortunato a fare un lavoro in cui non si compete… Io mi dedico poco al mio lavoro. La mia vera occupazione è il gioco. Non ne guarirò mai, dottore, lo so. È inutile bleffare. Vengo qui ma non ci credo. Non riesco a vivere senza l’adrenalina del rischio. Senza il mio vizio sarei depresso.

– E perché viene qua allora?

– Vengo qui perché mi piace parlare con lei. Non mi ha mai ascoltato nessuno. Spesso mi accorgo che quando parlo con qualcuno cerco di essere sintetico e di sbrigarmi come se l’altro non mi desse spazio. Devo fare in fretta, inserirmi nelle pause. Qui no. Lei non mi parla mai sopra e se sto zitto aspetta, così io posso pensare in tranquillità a quello che poi le dico senza fretta. E mi piace che sembra non volermi guarire. O mi sbaglio?

– No, non si sbaglia.

– Tutti in famiglia mi fanno le prediche, come fossi un ragazzino. Più me le fanno e più mi viene voglia di mettermi a un tavolo da poker.

– Lo fa per trasgredire?

Segue un breve silenzio.

– Lo faccio per sentirmi qualcuno. Se vinco, se sono il migliore, mi sento qualcuno. Se invece perdo precipito nel girone infernale dei mediocri. E capita spesso. So che sarebbe sano smettere, ma non posso. La speranza di fare un giorno il gran colpo che mi ripagherà di tutte le sconfitte mi tiene in vita.

– A chi si sente inferiore?

– Non so. Magari mi credo superiore e così perdo.

Silenzio.

– Sono cresciuto nelle sconfitte. Mio padre aveva un tale bisogno di vincere che non mi permetteva mai di batterlo nei giochi che facevamo insieme.

– Si sente inferiore a lui?

– Razionalmente no. Mio padre è riuscito a perdere cifre stratosferiche negli affari.

– Allora è di suo padre il complesso d’inferiorità che si porta dentro.

L’uomo sul lettino tace. Si sentono i passi pesanti della vicina di casa che scende le scale, la chiave che gira nella toppa, il portoncino che sbatte. Anche la gatta del dottore si fa sentire al piano di sopra con il miagolio caratteristico di quando ha fame. Il dottore ascolta e aspetta. Si ritrova a un certo punto a pensare alla vicina che non gli rivolge mai la parola, nonostante il caso li abbia messi accanto da parecchi anni. Pensa all’interlocutore analitico, detto di solito paziente, che sembra essere stato bloccato da un’interpretazione troppo scontata, un’interpretazione automatica. Gli sembra davvero di trovarsi a un tavolo da poker con l’avversario che chiede tempo per rispondere o meno al suo rilancio fiacco. Pensa che l’analisi è una lunghissima partita in cui i giocatori provano a non farsi conoscere dall’altro, nonostante uno dei due sia lì anche per quello, mentre l’altro è in un ruolo che gli richiede di essere assai parco nello scoprirsi. Sente un languore allo stomaco, dato che l’ora di cena si avvicina e avverte il solito dolore alla schiena che puntuale arriva verso fine giornata. Ricorda quando da bambino giocava con la pista delle automobiline insieme a suo padre giovane, quel padre che ora arranca sul pendio degli ultimi anni della sua vita in una casa di riposo, che si dovrebbe chiamare casa di attesa. Si immagina vecchio come lui e un brivido d’angoscia gli percorre il petto. Si dice che sarà il tempo con le sue cadenze a permettergli eventualmente di accettare la vecchiaia estrema. Pensa alla moglie dell’interlocutore analitico che qualche mese prima gli aveva telefonato per fissare un appuntamento per il marito e lui le aveva risposto che sarebbe stato meglio che il marito stesso chiamasse per fissare il primo appuntamento. Aveva bloccato con fermezza e gentilezza i tentativi della donna di dilungarsi sui problemi di ludopatia del coniuge. Ricorda che aveva avvertito un tono autoritario nella voce di lei, mentre quando dopo un po’ di giorni si era fatto vivo il diretto interessato, era stato colpito dalla sua voce stanca, come quella di chi viene da un’immane fatica.

– Io sono peggio di mio padre – dice l’uomo sul lettino interrompendo il lungo silenzio – Non credo che lui stesse così male per le sconfitte. Forse era più bravo a far credere agli altri e a se stesso d’essere un vincente. Io sono un perdente che ogni tanto vince. Un’idea di me tremenda. Ma è la verità.

Mi sa che è questa l’immane fatica – pensa il terapeuta – portarsi addosso il peso di un’immagine di sé così svalutata, cercare ogni giorno di ribaltarla con una vincita e ritrovarsi magari a patire una nuova sconfitta. Non potersi permettere una vita senza confronti. Il terapeuta prova pena per il suo interlocutore, pena per l’umanità che ha inventato mille modi per gareggiare e cercare di avere la meglio sul prossimo: guerre, sport di ogni genere, giochi con le carte, con la scacchiera, competizione nel lavoro, nella politica, competizione per avere una donna o un uomo, ricerca del successo nelle arti e via dicendo. La maggior parte delle attività umane sono segnate dal bisogno di vincere su altri – pensa il terapeuta e nel farlo vede un uomo che prega e che non vuole battere nessuno. Ma lui, il terapeuta, non è credente. Così immagina un uomo che soccorre un altro uomo, immagina i migranti raccolti in mare dai soccorritori. Siamo tutti uomini dispersi nel mare dell’universo – pensa – e molti di noi aspettano qualcuno o qualcosa che li salvi. Altri cercano con fatica di nuotare verso riva. Qualcuno si lascia galleggiare. Qualcuno si lascia morire.

– Non le capita mai di pensare a sé al di fuori di una prospettiva competitiva?

Silenzio.

– A volte quando dormo, nei sogni. Ieri ho sognato di trovarmi in una città molto antica, al centro della quale c’era una rocca. Salivo in cima alla rocca e percorrevo i camminamenti delle guardie. Un gheppio sopra di me stava fermo nell’aria battendo le ali e sembrava scrutarmi. A un certo punto si è lanciato verso il terreno del cortile al centro della rocca, ha afferrato qualcosa, è risalito e quando è stato di nuovo sopra di me ha aperto gli artigli e ha lasciato cadere la sua preda. Me la sono ritrovata tra le mani. Era un ciondolo a forma di mezza luna, infilato in una catenella. Me la sono messa al collo e sono saltato giù dalla rocca. La sensazione di cadere nel vuoto mi ha svegliato.

Segue un breve silenzio.

– Che sensazione le ha lasciato questo sogno?

– Quella di aver ricevuto un messaggio, un’indicazione da seguire… Il volo del gheppio nel sogno è quello detto dello “spirito santo” … Lo spirito… il mio povero spirito… Non lo nutro più il mio spirito.

Silenzio.

– E la mezza luna a cosa le fa pensare?

– Alla mezza luna che tanti anni fa avevo messo sul soffitto della mia camera da letto. Era fosforescente e si accendeva quando spegnevo la luce. La guardavo, lasciavo andare i pensieri e mi ritrovavo a sognare a occhi aperti prima di cadere nel sonno… Bei tempi… Ora mi sono rinchiuso dentro il gioco d’azzardo e non sogno più a occhi aperti. Penso a come rifarmi il giorno dopo o mi do addosso per gli errori commessi. Se ho vinto ripenso alle mosse azzeccate.

– Si è rinchiuso nella rocca. È difficile lasciarla, è come fare un salto nel vuoto.

Silenzio.

– Chissà cosa farei se la smettessi con l’azzardo. Mi sembrerebbe d’essere disoccupato.

– Se è stato un sognatore, cosa le impedisce di tornare a sognare a occhi aperti?

– Le troppe sconfitte.

– Ma non quelle al gioco.

– E quali altrimenti?

– Magari quelle affettive.

– Ah, quelle non sono mancate. Ormai ci ho rinunciato: sul quel piano non ho speranza di rifarmi. Inutile rilanciare, servirebbe solo a prendere altre batoste. Sbaglio sempre nello scegliere le persone. E sbagliare lì è peggio che perdere al gioco. Nel gioco dopo una batosta il giorno seguente si ricomincia, in una relazione le conseguenze dell’errore si trascinano per anni… Le vien da ridere?

– Mi scusi, ma lei a volte ha qualcosa di veramente comico nel modo in cui dice cose drammatiche.

– Mi fa piacere farla ridere. Serve anche a me per non prendere troppo sul serio i miei problemi. In fondo siamo vivi, no? Come si dice: non è morto nessuno. Domani ci si alza e ci si prepara per rifare le stesse stupidaggini, come criceti ignari nelle loro gabbie trasparenti. Domani ho un tavolo che mi aspetta al circolo. Degli altri tre giocatori ne conosco solo uno e ho anche qualche dubbio che non sia un baro. Ma ci andrò lo stesso, sebbene sappia che il rischio di andarmi a schiantare è grande. Se ne uscirò illeso o con qualche soldo di più in tasca sarò felice… Ecco, vede, si gioca per riprovare ogni tanto la felicità.

– O per toccare il fondo.

Silenzio.

– Dentro di me ci sono sensazioni e stati d’animo che posso provare solo quando sono annichilito da una sconfitta. Lì c’è qualcosa di più vero, qualcosa che mi fa sentire parte del creato. Da lì a volte sorgono parole cariche di significato, immagini, ricordi. Toccare il fondo è un modo per tornare a contatto con me stesso… Distruggermi per ritrovarmi.

Quest’uomo ha delle capacità non comuni – pensa il terapeuta – sa essere sottile, analitico. Sento che mette alla prova la mia intelligenza. Sarà una riedizione della gara col padre?

Il terapeuta guarda l’orologio e vede che manca poco alla fine della seduta. Preferisce non rilanciare. Ma d’un tratto ci pensa l’interlocutore a farlo.

– Ma come fa a fidarsi di uno come me, dottore? Lo sa che sono abituato a bluffare. Se lo stessi facendo anche con lei? Se venir qui servisse solo a tener buona mia moglie dandole la speranza che sto cercando di cambiare? D’altra parte l’analisi ha tempi lunghi e io nel frattempo potrei continuare a frequentare le bische.

Silenzio.

– E se invece lei ora mi dicesse questo per fuggire da qualcosa d’importante che poco fa ha potuto pensare? Mi sta dicendo che lei è falso proprio quando mi aveva appena detto che quando sta male avverte d’essere più autentico. E’ strano.

– E se questo servisse a rendere più credibile il bluff? È quello che tento di fare tutti giorni ai tavoli da gioco. Non ci sarebbe niente di strano. Sarebbe strano e insolito il contrario.

L’analista è disorientato. Evita di rispondere subito per cercare di capire cosa sta avvenendo. Pensa che forse il suo interlocutore lo sta mettendo alla prova per vedere se è scaltro o ingenuo. Si ricorda di quando da bambino faceva gli scherzi ai suoi genitori. Gli piaceva prendersi gioco di loro. La rivincita del bambino che deve obbedire e sottostare? Riflette sul fatto che da un po’ di anni ha perso l’abitudine di fare scherzi e ne sente la mancanza. E d’improvviso trova la risposta che cercava.

– Potrei girarle la domanda: lei come fa a fidarsi di me? Solo perché qualcuno ha parlato bene di me a sua moglie? Non credo. Potrei essere un imbroglione, anche peggiore di quanto sa esserlo lei.

Silenzio. L’analista si sente soddisfatto – ogni tanto se lo concede. Ha risposto raccogliendo la sfida.

– Sì, lei se la caverebbe bene a un tavolo da poker. Chissà chi di noi due può fidarsi dell’altro.

– Direi di lasciare aperto l’interrogativo. Purtroppo si è fatto tardi. Il nostro tempo per oggi è finito.

– Nella prossima seduta ci ritroviamo questo “piatto di parola” da cui ripartire. Ottimo, non vedo l’ora. Grazie, dottore. A venerdì. 

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