L’arte della risonanza nel “bicordo analitico”

di Monia Paolilli

immagine Paolilli

…Ciò che c’è di meraviglioso nella musica di Mozart è che “la risonanza” che viene dopo è ancora di Mozart; così come ciò che c’è di meraviglioso nella musicalità dell’Analisi è che “la risonanza” che viene dopo è ancora dell’Analisi. Così come la musica gioca con la risonanza, Analista e Analizzando giocano anch’essi in uno scambio creativo e ri-suonante dando forma al loro personale ed unico “Bicordo Analitico”..

                                                                                                 (Gustav Mahler)

 C’è un passo di Freud nel saggio Psicoterapia, che sorprende per un fugace riferimento alla musica “Lo strumento psichico non è affatto facile da suonare”.

Queste righe nascono dalla mia curiosità di approfondire questo legame intrinseco tra il “materiale sonoro” e il “ materiale analitico”.  Come ascolta un analista? Questo è un interrogativo che mi sono posta; così in questo scritto propongo una “impronta sonora” in relazione alla capacità di ri-suonare quando ci si trova immersi nella Relazione Analitica.  La stanza d’Analisi è invasa da accordi polisensoriali, incarna una sorta di teatro dell’ascolto nel quale prende forma la Sinfonia Analitica, unica, specifica di quel bicordo, le corde dell’Analista e le corde dell’Analizzando. Come afferma Lombardo, l’Analista è come colui che dovrebbe essere in grado di risuonare come le corde della Viola d’Amore. In questo strumento ad arco, dalla forma di una viola, una doppia teoria di corde è obbligata a vibrare per “simpatia”, anche se solo una viene toccata dall’arco. Suonano su uguali lunghezze d’onda, accordate all’unisono come proponeva Bion, ma affinché si produca della buona musica, le corde inferiori, (quelle dell’Analista), per rimanere nella metafora dell’esperienza Bioniana, non devono suonare autonomamente, ma prestarsi ad arricchire il suono del paziente, senza imporsi..

E’ come se l’Analizzando producesse per la gran parte sonorità dodecafoniche; la dodecafonia apre le porte alla musica dell’inconscio, l’atteggiamento più giusto di chi si pone all’ascolto di tale musica, visto che siamo in presenza di una sospensione, sarà quello di disporsi ad “oscillare”: se infatti si ascolta la musica di Debussy si può notare che raramente si possono scorgere motivi “cantabili ”o “orecchiabili”, ma solo frammenti; gli stessi frammenti dell’Analizzando che l’Analista riesce ad  intuire all’interno del setting di terapia.  Tutto questo genera “sospensione, attesa, creando così un vuoto melodico che richiede in chi ascolta la capacità di saper stazionare nell’incertezza, la capacità di tollerare accordi disarmonici, dissonanti, incompleti. Questo oscillare cui ho fatto riferimento, corrisponde alla cosiddetta “attenzione fluttuante” presente nella psicoanalisi di Freud; l’ascoltatore – come lo Psicoanalista- deve morire un po’ a se stesso, sospendendo volontariamente la propria incredulità rispetto alla musica che sta per nascere, aprendosi quindi al vuoto compreso nel luogo dell’oscillare.  L’Analista, come afferma  Di Benedetto, è come un interprete , che traduce i segni muti di un pentagramma inconscio in un discorso “udibile”;  ma tradurre i segni muti di un pentagramma non vuol dire svelare un mistero, ma soltanto farlo risuonare, e dunque assumersene la responsabilità. E’ come se il tempo si muovesse “di dentro”.

Nel contenitore dell’esperienza psicoanalitica prende forma l’esecuzione del duetto analitico tra il Paziente e l’Analista. Come afferma Jung, l’Analista dovrebbe ascoltare la Psiche come ascolterebbe la musica, con intuizioni creative. La pratica psicoanalitica deve la propria partitura all’intreccio polifonico tra la voce dell’Analizzando e le parole – ma ancor più i silenzi – dell’Analista. I momenti cruciali di un percorso Analitico sono spesso portatori di un alto contenuto artistico, che fa di quegli attimi ad elevata intensità emotiva, momenti trasformativi, nei quali analista e paziente sono protagonisti di azioni e vissuti che si collocano al di là di ogni tecnica. Qui e ora, presenti, nel presente del Componimento analitico si va musicando la partitura dell’analisi. Se così vogliamo dire, una partitura artistica, come afferma Carotenuto, l’arte va interrogata e ascoltata e dall’arte bisogna farsi interrogare per le sue capacità di svelare l’umano, accogliere e comunicare gli elementi preverbali, confusi e caotici dell’esperienza, ovvero l’indicibile. Ogni paziente possiede una propria partitura originale collocata nelle parti più remote di se stesso; ognuno di loro possiede una stenografia interna che, qualora se ne creino le condizioni, nel rapporto analitico può permettersi di farne risuonare la melodia. Ecco! Faremmo bene a chiederci in ambito psicoanalitico…, COME SUONA QUESTO PAZIENTE, A QUALE VELOCITA’ ESEGUE SE STESSO SUL PALCO SCENICO ANALITICO? , CHE TEMPO MUSICALE INTERNO POSSIEDE’ PER “duettare” CON NOI NELLA STANZA D’ANALISI LA PROPRIA MUSICA? Essere pronti ad accogliere questi momenti di improvvisazione armonica rappresenta la più grande qualità dell’Analista in seduta. Per concludere ho in mente l’impronta sonora che Salvatore mi ha lasciato sentire durante la sua esperienza di analisi: Salvatore (nome fittizio), un ragazzo di 40 anni, mi dà modo di comprendere cosa significhi dare un senso ad una sonorità confusa che percepivo inizialmente nelle nostre ore di analisi, ma  senza riuscire a collocarla e darle un nome. Salvatore ha una voce sussurrata, con un sonoro povero, sempre uguale. Nel controtransfert mi fa sentire una forte spinta all’accudimento che a volte fatico a contenere. Mescola i suoni delle parole in un magma indifferenziato che fatico a sentire e capire. Così sento rabbia e impotenza alla comprensione identificandomi con quel bambino impotente a raggiungere un “contatto umano” in un ambiente affettivo povero, dove lui stesso non si è mai sentito visto come individuo separato dalla propria madre. Salvatore stesso è  “quella sua voce”, indifferenziato dalla propria madre e confuso con i desideri di lei.

Durante una seduta, preparo un setting per bambini, convinta che di lì a breve stessi attendendo una bambina; tavolinetto, matite, colori, fogli, tutto è al loro posto, suonano al campanello e dal citofono vedo che non era la bambina ma era Salvatore. Era la sua ora di analisi, avevo incrociato gli appuntamenti…..mi chiedo quale parte di sé il paziente mi ha messo dentro, e che mio malgrado è uscita cosi prepotentemente con quell’agito…..quale parte di me è entrata inconsciamente in risonanza con i contenuti latenti della comunicazione del paziente?!

 

Bibliografia

Di Benedetto A. (2000),  Prima della parola – L’Ascolto Psicoanalitico del non detto attraverso le forme dell’arte , Franco Angeli Editore.

De Mari M. Carnevali C. Saponi S. (2015), Tra Psicoanalisi e Musica, Alpes Editore.

Hannah B. (1980), Vita e opere di C. G. Jung, Rusconi Editore.

Hillmann J. ( 1979), Il mito dell’Analisi, Gli Adelphi Editore.

Ogden T.H. (2005), L’arte della Psicoanalisi- Sognare sogni non sognati, Raffaello Cortina Editore.

Sacks O. ( 2007), Musicofilia, Gli Adelphi Editore.

Sacchi D. (2010), Theodor Reik e il “Terzo orecchio”- Introduzione all’ascolto Psicoanalitico, Edi-Ermes, Centro Scientifico editore.

 

 

 

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