TAGLI sul CORPO, TAGLI su CARTA.

di Ilaria Innocenti

immagine Innocenti

“Ci sono uomini e donne che sono stati bambini raramente confortati, bambini portati a sentirsi cattivi perché a nessuno sembrava importare di loro. Quello che conoscevano della vita familiare era la paura di essere picchiati, martoriati, abbandonati. Le scottature, le ferite, i lividi col tempo sono guariti. Ma che ne è stato del terrore, della rabbia impotente, del sentirsi traditi proprio dalle persone più importanti? Che ne è stato del bisogno di sentirsi amati, un bisogno così raramente soddisfatto che quando lo era faceva male, perché rimandava alla nostalgia per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato? Dove sono finiti tutti questi vissuti? Sono stati capaci, questi uomini e queste donne, di dimenticare i traumi e lasciarsi il proprio dolore alle spalle?”

(De Zulueta, 1999)

Un braccio con tagli equidistanti, ripetuti, tutti esattamente della stessa lunghezza. Nell’altra mano, la lametta che incide il braccio lasciando fuoriuscire qualche goccia di sangue. Lei è vestita completamente di bianco, anche la sua pelle è candida come i suoi vestiti. Così, le gocce di sangue rosso creano un contrasto tra il puro e l’impuro, tra il silenzio e il dolore, tra la fissità e il movimento. Il suo corpo rannicchiato, in posizione di chiusura e sottomissione, sembra voler comunicare un senso di sacrificato abbandono.

Questa è Gina Pane, artista e performer che negli anni Settanta è stata una delle esponenti più anticonformiste e di spicco della Body Art, l’Arte del Corpo, quell’arte nella quale il corpo dell’artista è il protagonista assoluto: autore e opera, creatore e oggetto creato. L’opera si intitola Azione sentimentale ed è datata 1973.

Un giorno, passeggiando per la campagna vicino alla sua città natale, Torino, Gina Pane resta affascinata da alcune pietre di piccola taglia, esposte a nord, ricoperte di muschio, incastrate nell’umida terra. La colpisce il fatto che queste pietre non vengano raggiunte dai raggi del sole e che, quindi, non ricevano mai calore. E’ così che esegue il suo primo atto in vivo raccogliendo le pietre per posarle in un luogo orientato verso sud, per offrire loro un po’ di luce e un po’ di calore.

E’ il luglio del 1968 e quest’opera si intitola Pietre spostate. Ciò che questa Azione annuncia è l’implicazione diretta del corpo dell’artista nella creazione dell’opera. Gina Pane inaugura così il periodo delle Azioni, prima del corpo nella natura, poi del corpo in azione “non come la pelle della pittura che racchiude il proprio interno, ma come un avvolgimento/svolgimento che riporta la profondità alla superficie”  (Duplaix, 2012). Un’arte che non racchiude, ma esibisce. Appare, così, la successione delle sue performance che vedono i tagli, le ferite, le botte, le bruciature come gesti estremi sacrificali compiuti sul proprio corpo.

Come dicono le parole dell’artista stessa, quello che va esplorando, nella sua poetica, è lo spazio tra sé e l’altro, metaforicamente rappresentato dallo spazio del proprio corpo, che rappresenta la linea di confine e di unione tra questi due mondi. In tutte le sue Azioni, nelle quali il gesto autolesivo diventa elemento centrale, il sangue e il dolore provocati dalle botte o dalle fiamme servono a rompere i confini tra sé e l’altro, per avvicinarsi all’altro, al suo dolore, alle sue ferite. Il corpo di Gina Pane, che è il corpo dell’artista e dell’opera allo stesso tempo, è offerto al pubblico in una dimensione sacrificale. “Perdo la mia identità ritrovandola negli altri, movimento di va e vieni, equilibrio dell’individuale e del collettivo, corpo transindividuale”. (Duplaix, 2012). La ferita diventa un modo per unire il corpo dell’artista con il corpo del pubblico: perché il taglio è un buco ed è attraverso i buchi del corpo che si entra in contatto con il mondo.

Anno 2010. Michelle disegna il suo braccio di tagli simili ad una tela finemente ricamata, come la tela di un ragno. Precisa. Ordinata. Meticolosa con la lametta. Attentissima a che l’incisione resti in superficie, non scavi ferite troppo profonde. La sua vita si gioca sul bilico, sul limite, sul filo del rasoio. Come il gioco della lametta. Mai oltre. Se solo la sua mano per un istante perdesse il controllo… Questo per lei è impensabile: si tratta di un gioco che non ha conseguenze. E’ molto categorica su questo.

Guardo Michelle, il suo esile corpicino di una ragazza che ha appena superato l’età dell’adolescenza, il suo carnato pallido e i suoi occhioni grandi del colore del ghiaccio che le conferiscono un’aria molto angelica e distante. Perché. Qual è il significato dell’aggressione fisica che indirizza contro stessa, dei tagli di cui ricopre il suo corpo come una ragnatela che la avvolge e la imprigiona?

Secondo alcune teorie psicoanalitiche le sofferenze psichiche in cui il corpo è soggetto ad attacchi distruttivi quali atti autolesivi, somatizzazioni, crisi bulimiche, dipendenza da sostanze, usi compulsivi della sessualità, operazioni di chirurgia estetica, piercing, digiuni sarebbero espressione del narcisismo di morte che annienta quello di vita.

Altre teorie, all’opposto, ipotizzano alla base di questi fenomeni un intento vitale. L’aggressione localizzata al proprio corpo avrebbe la funzione di sostituire e prevenire l’autodistruzione totale, garantendo la funzione identitaria e la possibilità comunicativa. Secondo alcuni autori (Vassallo Torrigiani, Vassallo, 2001) poiché il nucleo primario del Sé si struttura a partire da sensazioni di piacere e dispiacere che originano dal corpo, questi fenomeni rappresenterebbero un tentativo di conferma e definizione della propria esistenza, un disperato ancoraggio del Sé.

L’esperienza con persone che straziano il proprio corpo mi ha portata a pensare che una funzione di questo tipo di pratiche sia quella di liberarsi dal dolore psichico producendosi dolore fisico, una sorta di anestesia psichica; un’altra, quella di sentirsi esistenti attraverso il dolore inflitto al proprio corpo che genera un illusorio taglio identitario, una falsa separazione dal mondo.

Il corpo tagliato diventa uno spazio sul quale scrivere la propria identità dal nulla. Auto-crearsi.

Se, da un lato, queste azioni fanno sentire più intensamente il corpo e meno la sofferenza interiore offrendo alla persona la percezione di essere viva ed esistente, dall’altro lato, il corpo tagliato attrae gli sguardi delle altre persone. E’, quindi, anche un modo per chiedere di ricevere uno sguardo.

Michelle racconta di aver ricevuto nel suo passato solo sguardi violenti, di critica o, in alternativa, di non essere stata vista, guardata. Dice di essersi sentita immersa in un’atmosfera di ghiaccio. Come le pietre esposte a nord di Gina Pane, anche Michelle è pietrificata, raffreddata. Il bianco è il colore che più la descrive, intervallato da qualche fine linea rossa.

De Zulueta (1999) descrive l’indifferenza affettiva come una violenza tanto disumanizzante quanto la violenza verbale, quella psicologica e quella fisica. Che fine hanno fatto quei vissuti infantili? Si chiede la psicoanalista.

Forse, la violenza che Michelle bambina sentiva viene ora rivolta contro se stessa, attraverso le ferite di cui si ricopre e che disegnano fini cicatrici sulle sue braccia. Lo sguardo interiorizzato dell’altro, i suoi occhi freddi, diventa ora lo sguardo con cui Michelle guarda se stessa. Con disprezzo e vergogna. Però, ho l’impressione che, attraverso le ferite che mostra con pudore, Michelle cerchi all’esterno quello sguardo amorevole che sente di non aver mai ricevuto. Lo ricerca disperatamente, a costo di farsi molto male.

Il corpo di Michelle, come tanti altri corpi doloranti, tagliati, incisi rappresenta il grido di un dolore portato in superficie per rendere impenetrabile la dimensione inconscia, per anestetizzare la mente, perché sentire l’interiorità fa troppo male. Questo corpo si chiude anche perché, barricandosi, ha l’illusione di neutralizzare il potere dell’altro che è stato fonte di profonda sofferenza e delusione. Questa chiusura non è una separazione simbolica, che passa per il riconoscimento del debito, è piuttosto una chiusura nella propria onnipotenza magica, nell’idea dell’auto-creazione, che genera una separazione forzata, uno strappo improvviso, non elaborato.

L’identità è forzatamente ricercata senza seguire la via dell’originalità e dell’autenticità che derivano dal riconoscere ed accettare la funzione imprescindibile dell’altro per la propria creazione. Nulla genera dal nulla.

Questi corpi, come quello di Michelle, sono infatti corpi immersi nel silenzio, senza buchi: senza occhi che vedono, orecchie che ascoltano, bocche che gustano, mani che toccano. Questi corpi senza bocca, naso, occhi e orecchie esprimono la difficoltà di entrare in un rapporto anche sensoriale con il mondo. Ma comunicano, comunicano una sofferenza che trova azioni e non pensieri per esprimersi.

Come le silhouette che Michelle rappresenta nei suoi disegni, figure dalla sessualità indefinita e dai contorni molto netti e finemente delineati di colore rosso, un po’ come i suoi tagli. Corpi immersi in spazi siderali, immensi, dal candore del ghiaccio. Corpi che comunicano bianco e rosso. Forse troppo bianco e troppo rosso.

Gina Pane nelle sue Azioni, come Michelle nella quotidianità della sua stanza, squarcia il velo simbolico e lascia che il reale irrompa sulla scena annullando totalmente la distanza tra sé e l’opera e tra il simbolico e il reale. La sofferenza dell’artista, il suo taglio, non è simbolico ma reale: l’artista è l’opera, è il taglio, la bruciatura, il dolore reale.

Analizzando il percorso artistico di Gina Pane, si assiste ad un passaggio progressivo dai materiali tradizionali, alla natura, al corpo per giungere, nell’ultima fase del suo percorso, all’uso di materiali molto duri e resistenti. Progressivamente “Prendo le distanze e inizio a mettere in scena la memoria di quelle azioni, rispetto agli oggetti, ai materiali e, in particolare, ai vetri rotti. Uso il rame come se fosse carne o sangue” (Duplaix, 2012). L’artista utilizza ora metallo, ferro, rame, ottone, vetro, feltro, ruggine come materie vive.

Siamo nel 1979. Gina Pane inaugura le Partizioni. I tagli sul corpo diventano impronte, apparizioni, rilievi di corpi su materiali resistenti. Giunge a geometrie corporee, a rilievi di corpi. Materiali difficili, esigenti, poco duttili, che necessitano di un lavoro faticoso e doloroso per modellarli. Ma nella fatica e nel sudore di modellare e plasmare queste materie, il corpo dell’artista resta centrale. Il lavoro dell’artista sta, infatti, nella possibilità di trasformare, secondo le proprie esigenze espressive e comunicative, un pezzo della realtà esterna, già esistente. È anche il lavoro dell’identità: prendere dall’esterno ciò che rende se stessi. Accettare che non ci si è auto-generati, che il Sé deriva dall’altro. Si nasce nella relazione.

I confini devono ammorbidirsi, il rosso farsi del rosa della carne, del corpo, il bianco assumere sfumature più colorate.

Gina Pane, come dicono le sue parole, in questa ultima fase, prende distanza, sublima. Trasforma, sposta il dolore, lo tratta in modo nuovo. L’arte è una sublimazione delle pulsioni, come ci insegna Freud (1910), uno spostamento dell’energia verso l’alto, un’elevazione dal fango.

Prendere distanza.

L’arte di Gina Pane ora non ha più l’impatto immediato di uno schiaffo che travolge, come le sue opere della Body Art. Le Partizioni, pur mantenendo la potenza di sconvolgere e perturbare, concedono di più, lasciando qualcosa di non completamente detto, di insoluto. Lasciano un interrogativo, il senso di non comprendere tutto fino in fondo. Lasciano spazio a chi ammira l’opera.

Spazio, distanza.

Non è necessario, dunque, il corpo reale perché si raccontino corpi, sofferenze, ferite.

Michelle 2011. Anche Michelle ora trasforma la sua modalità creativa. La violenza raffreddata dei suoi disegni iniziali, nei quali il colore bianco e i confini netti erano predominanti, si trasforma in rabbia violenta. Rosso. Ora Michelle violenta il foglio, con forbici, taglierino, macchie e schizzi del colore del sangue e poi incolla, ricuce, ricollega, crea collage. Prende le forbici e taglia, prende il taglierino e separa, trancia, divide, per poi ricucire.

I suoi impulsi aggressivi sono rappresentati in forma simbolica.

Questo taglio sulla carta potrebbe rappresentare l’inaugurazione di una modalità nuova di trattare la ferita: invece di tagliarsi la carne, tagliare la tela o la carta. Come ha fatto l’artista Lucio Fontana e come è successo a Gina Pane.

Il corpo resta centrale: non si tratta più, però, di farsi buchi sul corpo per creare un contatto, che è piuttosto una perdita dell’uno nell’altro, dell’artista nell’opera e dell’osservatore nell’opera, e una chiusura dell’Io nei propri confini. Il corpo può ora diventare un intermediario, uno spazio di relazione tra io e mondo.

I confini devono ammorbidirsi, il rosso farsi del rosa della carne del corpo.

 

BIBLIOGRAFIA

De Zulueta F., 1999, Dal dolore alla violenza. Le origini traumatiche dell’aggressività, Raffaello Cortina, 2009.

Duplaix S., 2012, Gina Pane (1939-1990). “E’ per amore vostro: l’altro”, Actes sud, Mart.

Freud S., 1910, Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci in Casi clinici e altri scritti 1909-1912, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.

Vassallo Torrigiani M. G., Vassallo S., 2001, L’autoritratto nella carne: il “realismo psicotico” di Orlan, Rivista di Psicoanalisi, XLVII°, 4

 

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