Il tempo e l’attesa

di Tiziana Sola

immagine Sola

Il tempo dell’adolescenza mi riporta ad una serie di riflessioni che una psicoanalista francese, Colette Chiland, sviluppava qualche anno fa nel suo libro L’entretien clinique (Il colloquio clinico, 1983). Nel capitolo dedicato al colloquio con l’adolescente, ella mette in risalto un aspetto non sufficientemente considerato all’epoca e cioè che l’adolescenza in fondo è il “coronamento” di un’attesa.  Attesa incarnata nel periodo di latenza che non sarebbe semplicemente un addormentamento puro e semplice dei conflitti sessuali dell’infanzia, ma il differire di una serie di desideri di rivincita provocati dalle frustrazioni sessuali infantili, ed io aggiungerei non solo sessuali. La pubertà e insieme lo schiudersi delle tante potenzialità implicite nel periodo adolescenziale darebbero al giovane un’occasione di riscossa, di conquista, a condizione, beninteso, che le esperienze vissute in questa agognata “nuova vita” offrano effettive possibilità di apertura e di investimenti soddisfacenti. Se infatti l’adolescenza si incanalasse in un tunnel di insuccessi amorosi e di disconferme a livello sociale o lavorativo, potrebbe ridursi in un’esperienza profondamente deludente da non permettere quel lavoro di riorganizzazione e di ricostruzione di sé necessario per assorbire i cambiamenti puberali e della vita in generale.

Come in un flusso associativo, ho ricordato ancora due strani sogni fatti qualche anno fa, a distanza di qualche mese l’un dall’altro. Nel primo, un uomo triste, pensieroso, guarda un orizzonte desolato e cupo; alle sue spalle, come una cattedrale nel deserto, si staglia una fortezza bianca; io assisto alla scena e capisco che è “Il deserto dei tartari”. Nessuna scena nell’altro se non qualcuno che dice “Aspettando Godot”.

Al di là delle implicazioni personali che questi due messaggi onirici mi offrivano all’epoca, in questa curiosa associazione di ricordi, tra attesa adolescenziale e due splendide opere letterarie imperniate sul tempo e sull’attesa, non potevo non cogliere un’incitazione inconscia a riflettere su un dilemma esistenziale che, dall’età della ragione, mi interroga costantemente, e cioè l’intricato rapporto che ognuno di noi stabilisce col tempo lungo il corso della vita. Tempo che corre e va incontro alla morte senza alcuna possibilità di scelta; è questa l’amara conclusione a cui perviene il tenente Drogo che impiega la vita ad attendere vanamente i tartari spuntare dal deserto, attraverso l’inquieto andare e venire delle attese, il più delle volte illusorie, che ne scandiscono il ritmo. Attese spesso “disattese”, ma necessarie per  rendere più sostenibile e meno assurda l’esistenza, come è per la bizzarra coppia Estragone-Vladimiro che attende instancabilmente un Godot che non arriva mai.

C’è qualcosa che mi attrae della parola “attesa”. Forse è la sua musicalità, che rimanda a qualcosa di lento, ad un tempo interiore inafferrabile né misurabile con le lancette dell’orologio. Ne colgo inoltre la sua duplice significanza: attesa come aspettativa, come luogo del desiderio, della revêrie, senza il quale nessun progetto di vita è possibile, dunque luogo della creazione; attesa come differimento del desiderio, come lasso di tempo necessario perché un desiderio, un progetto, possa trasformarsi in conquista o in sconfitta, dunque luogo della conflittualità. Io penso che la vita scorra nel tentativo di coniugare insieme queste due dimensioni che si nutrono della stessa energia ma non si incontrano mai. La prima mi sembra vicina a ciò che Bachelard, definisce l’anima, la dimensione femminile con la sua natura creatrice, utopica; la seconda potrebbe essere l’animus, la dimensione maschile, pragmatica e mediatrice rispetto alla realtà.

Ed è a partire dall’adolescenza che il conflitto tra ideali, attese da una parte e limitazioni poste dal tempo e dalla realtà dall’altra, ha inizio e si esprime nel massimo fulgore. L’adolescente vive in funzione di ciò che immagina sarà la sua nuova esistenza, pensando di diventare lui stesso “nuovo”. La collusione tra il suo ideale e ciò che la realtà gli offre, produce inevitabilmente un impoverimento di questo ideale ovvero una “riduzione di sé”, così come l’accesso alla vita adulta lo costringe a rinunciare al fantasma di onnipotenza per ritrovarsi “dimezzato”, non più uomo e donna potenzialmente, ma solo un uomo o una donna. E si sa bene quanto la potenzialità ad essere entrambi sia importante non solo per il funzionamento mentale del giovane ma di tutti.

L’aspetto più difficile di questo processo a mio avviso, è il conflitto generato dalla necessità di ridurre gli ideali, mantenendoli però sempre in vita. Per l’adolescente è un compito gravoso perché per supportare il suo debole narcisismo ha bisogno di fantasticarsi grandioso, ma per realizzare il suo progetto deve accettare di ridimensionarsi, senza tuttavia cadere nel senso di nullità che è ciò che poi genera in tanti di loro il rifugio nella noia, nella cupezza o nel ritiro degli investimenti. C’è infatti qui un problema specifico alla nozione del tempo. Si potrebbe dire che l’adolescente vive in una dimensione arcaica senza tempo: ha bisogno di tutto, subito, altrimenti non ha niente. Di qui il facile ricorso ai passaggi all’atto.

Il conflitto maggiore per lui è quello di ritrovare il tempo di attendere.  Attendere che le sue contraddizioni sul volere questo o quell’altro si chiariscano, che un progetto per essere tale si incarni in un tempo più o meno lungo da trascorrere, senza che questo intacchi l’idea che egli ha delle sue potenzialità.

C’è una bella pagina di letteratura che evoca mirabilmente la pena contenuta in questo conflitto. E’ così che R. M. Rilke risponde al suo giovane amico, il poeta Kappus, lacerato dalle inquietudini della giovinezza:

“Perché volete voi escludere alcuna inquietudine, alcuna sofferenza, alcuna amarezza dalla vostra vita, poiché non sapete ancora che cosa tali stati stiano lavorando in voi? Perché mi volete voi perseguitare con la domanda di dove possa venire tutto questo e dove voglia finire? Quando pure sapete che siete in trapasso e nulla avete tanto desiderato quanto trasformarvi. Se qualcosa dei vostri processi ha l’aspetto di una malattia, riflettete che la malattia è il mezzo con cui l’organismo si libera dall’estraneo; allora bisogna solo aiutarlo ad essere malato, con tutta la sua malattia, che scoppi poiché questo è il suo progresso. In voi caro signor Kappus, accadono ora tante cose: dovete essere paziente come un malato e guardingo come un convalescente, che voi siete l’uno e l’altro. E più: voi siete anche il medico che deve vigilare se stesso. Ma in ogni malattia ci sono molti giorni, in cui il medico non può far altro che attendere. E questo è quello che voi, in quanto siete voi il vostro medico, ora innanzitutto dovete fare” (1980, p. 61).

Non ho voluto togliere nulla a questa citazione così profonda e intuitiva che mi sembra rappresenti l’unico modo per passare dalla delusione alla conquista di sé (Evelyne Kestemberg, 1980).

Il tempo dell’attesa dunque è dolore, è sopportare di non stare né in cielo né in terra. Poter separarsi dalle isole del passato per navigare verso qualche nuovo e più promettente approdo. E’ lo stare ad occhi chiusi di Arturo, il ragazzo del romanzo di Elsa Morante, che da Procida sognava grandi avventure oltreoceano. Vale la pena anche qui, di riportare le sue ultime commoventi righe, nel momento in cui, per la prima volta, si allontana dalla sua amata isola:

La sirena dava il fischio della partenza.

Come fui sul sedile accanto a Silvestro, nascosi il volto sul braccio, contro lo schienale. E dissi a Silvestro: -S enti non mi va di vedere Procida mentre s’allontana, e si confonde, diventa come una cosa grigia… Preferisco che non sia mai esistita. Perciò fino al momento che non se ne vede più niente, sarà meglio che non guardi là. Tu avvisami in quel momento”.

E rimasi col viso sul braccio, quasi in un malore senza nessun pensiero, finché Silvestro mi scosse con delicatezza, e mi disse: – Arturo, su puoi svegliarti.

Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L’isola non si vedeva più” (1957, p. 379).

Per queste ultime righe piansi come una bambina, forse perché è allo stesso modo che andai via dalla mia città, pur dopo aver trascorso l’adolescenza a sognare di andarmene.

Ma la conquista di sé non è acquisita una volta per tutte perché i cambiamenti a cui la vita ci costringe sovvertono costantemente il nostro equilibrio. Così l’altalena tra delusioni e conquiste oscilla ininterrottamente trascinandoci talora nei voli pindarici dell’esaltazione, talora sul terreno nudo e crudo della realtà. La storica frase ormai presente nella memoria collettiva popolare, quel “addà passà a nuttate” di Eduardo De Filippo in “Napoli Milionaria”, è emblematica del passaggio dal vortice sfrenato e senza tempo del mondo dei desideri (nell’opera teatrale è la moglie esaltata dall’improvvisa e mal gestita ricchezza) ad una dimensione più pacata ed umile che tiene conto del tempo (il marito reduce dalle tragedie della guerra) e dei rischi che la realtà impone (la consapevolezza che la figlia gravemente malata potrebbe non farcela a passare la notte).

Ho sempre in mente il volto intenso e scavato di Eduardo che recita quella frase prima che cali il sipario; un volto che incarna la maschera dell’accettazione del dolore, il non potersi opporre alla sofferenza che l’esistenza prima o poi ci riserva, solo tentare di darle un senso, senza pretendere di avere risposte. E nell’accettazione di questo rischio forse io intravedo il miracolo della rinascita o delle ripetute nascite con le quali, ogni volta in modo nuovo, torniamo alla luce. E quando i bagliori della rinascita si annunciano, come in un miracolo, nuove illusioni, nuovi orizzonti, nuove attese risorgono, con la sensazione di essere persino stranieri al malessere appena lasciato.

La vita spesso, più di quanto non si immagini, premia il coraggio dell’utopia e la realtà non ha sempre un sapore amaro rispetto all’illusione. Quando l’attesa intensa di una gioia, di un amore, di un progetto, si trasforma in conquista, allora la luce irrompe e riempie la nostra vita di uno splendido disordine. Ed è allora che, increduli e smarriti, ci invade la rara, rarissima sensazione che la realtà può essere persino più bella del sogno.

Lella Ravasi Bellocchio, qualche anno fa scrisse un libro sulle donne e il dolore, La lunga attesa dell’angelo (1992). L’attesa, lei dice, è la condizione essenziale per sfidare il mistero dell’esistenza. Di fronte ai tanti momenti di disperazione, di buio totale, di orizzonte cupo che ciascuno di noi attraversa nella vita, ci si può porre solo come Giobbe, con la domanda “Perché”. E nell’attesa insita in questo “perché”, nell’illusione di una risposta che non ci sarà mai, si può provare a lasciarsi andare, ad attraversare i silenzi dell’anima, i vuoti dell’angoscia, il panico del nulla, “una comune notte da passare. L’unica speranza è che dopo la notte ci sia un presagio d’alba” (op. cit. p.32).

Anch’io ho conosciuto quelle notti così come quelle dei pazienti che ho accompagnato, eppure non mi sento molto diversa da un’adolescente nel tentare di “tenere unita la poetica della reverie alla prosa della vita” (Bachelard, 1972, p. 67). I colpi infertimi dalla realtà ma anche qualche conquista, sono serviti a rendermi un po’ più riflessiva, quel tanto che basta per imparare a “stare a guardare”. Da adolescente ricordo la mia foga di crescere. Aspettavo impaziente il solenne trapasso nel mondo degli adulti, fiduciosa di trovarvi qualcosa di esaltante: i palpiti di un grande amore, l’avventura azzardata nel mondo degli studi universitari (studiare psicologia allora era veramente azzardato), l’emozione di un lavoro “originale”; insomma quella famosa rivincita, di cui parlavo all’inizio. E per neutralizzare la tirannia di un tempo che sentivo immobile, mi invecchiavo spudoratamente dandomi due-tre anni in più o fingendomi agli ultimi anni della scuola superiore. Fremevo dalla voglia di gettarmi nella mischia per scongiurare il terrore di restare alla finestra a guardare.

Ora, superata da qualche anno la soglia dei quaranta, sono solo un po’ più disincantata. Solo un po’ più di saggezza per cogliere un aspetto della vita altrettanto affascinante, che un giovane non può permettersi di capire, osservare come il tempo ci muti e ci scolpisca, per usare un’espressione di M. Yourcenar. Nel suo Il tempo, grande scultore (1983) la scrittrice rievoca il fascino che il passare del tempo conferisce alle sculture dell’arte antica, come “equivalente della fatica, dell’invecchiamento, della sventura” (op. cit. p. 51) che queste grandi opere d’arte hanno attraversato nel corso dei secoli, assumendo altre forme ed altri significati per noi che le abbiamo conosciute solo così, e non come lo scultore le ha originariamente scolpite. Non ho trovato metafora più espressiva per rappresentare il tempo nel suo scorrere che, come un grande Architetto, nel suo continuo, inevitabile riplasmarci, pare impegnato a forgiare una unica, interminabile opera d’arte.

Giunta all’epilogo di questo scritto mi accorgo che è diverso da come l’avevo pensato. La scrittura per me è un altro mistero, come la vita, bisogna che faccia il suo corso e che si accetti quel che ne viene. Bachelard dice che quando è il momento di scrivere è l’animus ad entrare in pena. Sarà per via di quel fenomeno che – sempre per Bachelard – è sempre presente ogni volta che si scrive un libro, ma per me vale anche per ogni cosa scritta, “Si ha sempre la tentazione di limitarsi a sognarlo” (op. cit. p. 74).

 

Bibliografia 

BACHELARD G., 1960 La poétique de la reverie, Paris P.U.F. (trad. it. La poetica della reverie, Bari, Edizioni Dedalo, 1993).

BECKETT S., 1956, En attendant Godot (trad. it. Aspettando Godot, Torino, Giulio Einaudi editore, 1956).

BUZZATI D., 1945 Il deserto dei tartari, Milano, Arnoldo Mondadori Editore.

CHILAND C., 1983, L’entretien clinique, Paris, P.U.F..

KESTEMBERG E., (1980), Notule sur la crise de l’adolescence. De la déception à la conquete, Revue française de Psychanlyse, 44 (3-4), 523-530.

MORANTE E., 1957, L’isola di Arturo, Torino, Giulio Einaudi editore.

RAVASI BELLOCCHIO L., 1992, La lunga attesa dell’angelo, Milano, Raffaello Cortina Editore.

RILKE R.M., 1929, Briefe an einen jungen Dichter, Insel Verlag Frankfurt am main (trad. it. Lettere a un giovane poeta, Milano, Adelphi Edizioni, 1980).

YOURCENAR M., 1983, Le temps, ce grand sculpteur, Paris, Edition Gallimard (trad. it. Il tempo, grande scultore, Torino, Giulio Einaudi editore, 1985).

 

 

 

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