Tra il vuoto e l’eccesso. Il circolo vizioso della bulimia.

di Piero Caporali

immagine Caporali

Introduzione

Forse in nessun’altra condizione psichica come quella che si ritrova nella categoria dei disturbi alimentari, purtroppo oggi sempre più attuale, le difficoltà, le alterazioni, le sofferenze della mente finiscono per riversarsi sul corpo in una maniera diretta e spesso drammaticamente evidente come, ad esempio, nelle anoressie estreme.Situazioni confrontabili si possono cogliere in alcune forme psicosomatiche (parallelo che affronterò più avanti) e nel ricordo delle sindromi isteriche dell’epoca vittoriana, prime pazienti di cui si era occupata la nascente psicoanalisi (Freud, 1895), di cui, secondo alcuni autori (Vandereycken, 1994) le anoressie e bulimie contemporanee, sarebbero valide eredi.

Tutte queste dimensioni psicopatologiche vanno comunque lette anche alla luce della dimensione culturale dell’epoca in cui si manifestano, considerandole quindi come anomalie comprensibili e diagnosticabili in riferimento ad una precisa sfera psico-sociale.

Per illustrare e approfondire gli aspetti metapsicologici e le sfide cliniche che si affrontano con queste pazienti, mi servirò di un caso clinico di bulimia, illustrato sopratutto alla luce di un sogno cruciale per l’emersione della dinamica interna coinvolta nella patologia.

Claudia è una giovane e brillante ricercatrice universitaria di 30 anni, che ha chiesto un’analisi per lo scatenamento di una bulimia nervosa esordita dopo una serie ingravescente di abbandoni subiti: dapprima la morte della madre per un tumore, poi l’allontanamento del padre, trasferitosi in un’altra città per vivere con una nuova compagna e, infine, la brusca interruzione di una convivenza col fidanzato, durata alcuni mesi.

Prima dell’esordio della sua malattia si descrive come una persona molto rigorosa nell’alimentazione, come anche nella vita, e questi tratti della sua personalità li collega sopratutto allo stretto rapporto avuto con la madre, donna dal carattere forte e determinato che aveva inciso in maniera importante nella sua formazione seguendola assiduamente nell’educazione e negli studi. Ora che questo legame non c’è più e che anche altri punti di riferimento sono scomparsi, le capita sempre più spesso di perdere il controllo e cedere alle abbuffate anche due, tre volte alla settimana.

Un sogno, che compare durante il terzo anno di analisi, permette l’affioramento, in piena evidenza, della costellazione difensiva che dà vita al sintomo principale della paziente.

“Era il giorno del mio compleanno, 15 anni, c’era mia madre e la cameriera, una donna che aveva il mio stesso nome. Io litigavo furiosamente con mia madre e la cameriera perché disponevano il buffet a modo loro, senza ascoltarmi. Ero stravolta e cominciavo ad ingoiare qualunque cosa trovassi a portata di mano: coltelli, forchette, pezzi di vetro. Quasi stavo per soffocare e a fatica mi mettevo le mani in gola per strappare via i pezzi. Al risveglio ho sentito la gola otturata; mi sono alzata e ho dovuto bere qualcosa per sbloccarla”.

Il sogno raffigura in presa diretta lo scatenamento di un attacco bulimico, la messa in scena della potente canalizzazione della sua rabbia, rabbia per non sentirsi ascoltata, per dover sottostare alla volontà altrui, sopratutto rabbia che non riesce ad essere espressa con le parole, ma soltanto ad essere agita. Da un altro punto di vista, tuttavia, lo stesso sintomo rappresenta anche un baluardo, un antidoto contro il temuto sfogo della sua aggressività, che alla fine, non trovando altra strada, finisce per riversarsi su se stessa. Colpiscono gli oggetti pericolosi con cui si soffoca, che possono essere collegati direttamente al nutrimento ricevuto, fatto di aggressività, intrusione, legato sopratutto ad aspetti materiali, concreti, senza alcuna dimensione umana di calore, presenza, appagamento. Anche la sensazione fisica, orale, che permane al risveglio, denota il livello concreto, percettivo, corporeo della sua espressione sintomatologica.

Il metabolismo della mente

Seguendo il modello teorico di Bion (1962), che guarda all’attività della mente sopratutto nella sua funzione trasformativa e che considera centrale l’attività di metabolizzazione che noi facciamo di qualunque afferenza percettiva, l’elaborazione degli elementi sensoriali grezzi beta in elementi alfa è operata dalla reveriè attraverso la messa in opera e successivamente la trasmissione (originariamente tra madre e bambino, in seguito tra analista e paziente) della funzione alfa; questa capacità di reveriè costituisce il principale fattore terapeutico nella relazione analitica.

Ho definito la bulimia come un circolo vizioso che oscilla tra il vuoto e l’eccesso proprio perché il vuoto e le carenze nelle relazioni primarie che queste pazienti si trovano a vivere le rende incapaci di metabolizzare le proprie emozioni che finiscono per ingorgare e sovraccaricare la mente; questo accumulo viene tamponato, soffocato con il cibo. Sono pazienti dunque che si trovano costrette ad oscillare tra un vuoto (di relazioni) e un troppo pieno (di emozioni), incapaci di trovare un equilibrio, un’autonomia, proprio perché prive degli strumenti di base per affrontare il proprio mondo interno.

Una condizione sostanzialmente analoga, anche se speculare, è quella che si ritrova nell’anoressia, dove l’assetto difensivo si basa sostanzialmente su una fantasia opposta: attraverso l’affamare, l’impoverire, si possano privare di forza le proprie parti emotive primitive, che vengono sentite come pericolose.

Considero i disturbi alimentari come una categoria che si attesta su un livello molto primitivo di sofferenza psichica, una sofferenza che si evidenzia oltre che nella carenza strutturale dell’apparato psichico (legata principalmente ad un funzionamento deficitario della funzione alfa), anche attraverso il collegamento diretto con la dimensione corporea, che finisce per essere l’unico ricettacolo di quelle quote di sensorialità che, non riuscendo a trasformarsi in emozioni e poi in pensieri, tracimano da una mente incapace di contenerle.

Nel metabolismo della mente, tuttavia, sono implicati anche altri fattori patogeni nel transito elaborativo che configurano un secondo livello di elaborazione psichica relativo a funzioni mentali quali la dinamica contenitore/contenuto, l’oscillazione tra la posizione schizoparanoide e quella depressiva, l’assetto variabile tra la Capacità Negativa e Fatto Prescelto (Ferro, 1999).

Questo fa sì che in pazienti come quella descritta spesso il lavoro iniziale consista principalmente in una sorta di alfabetizzazione emotiva, un riconoscimento, accoglimento e definizione di quegli stati emotivi che in precedenza avevano l’effetto di travolgere, confondere ed erano avvertiti soltanto come turbolenze fastidiose che spingevano a risposte impulsive. In un percorso del genere è poi sempre basilare creare una rete, un luogo psichico ove far posto a quegli stati emotivi in precedenza non accoglibili per un’insufficienza del contenitore psichico.

La differenza, precedentemente accennata, con i disturbi psicosomatici riguarda principalmente la dimensione della “sensorialità” che nella bulimia è sopratutto una sensorialità “agita”, drammatizzata, configurando quindi una condizione in qualche modo più rappresentata, dinamica ed evoluta, laddove, invece, nelle forme psicosomatiche le quote sensoriali non elaborate attaccano in maniera diretta e silente il funzionamento del corpo attraverso i suoi organi.

Una differente concezione dell’inconscio

L’uso di un modello teorico di questo tipo, ad impronta fortemente relazionale, presuppone una concezione dell’inconscio differente rispetto al modello classico, archeologico. Se nel primo l’inconscio viene inteso sopratutto come un inconscio da svelare, da dissotterrare, da decodificare, costituito da elementi già formati di cui occorre rinvenire le tracce, qui invece l’inconscio va pensato come qualcosa che è sempre in formazione e trasformazione, perché deriva all’incontro dell’elemento beta con la funzione alfa, a partire dagli accumuli di forme percettive ed emotive non ancora elaborate.

Questa dimensione sottolinea l’importanza basilare dell’incontro con l’altro (madre, analista), una mente che si mette a disposizione per compiere quelle operazioni emotive che ci metteranno in grado, una volta passato il metodo, la funzione alfa, di leggere la realtà.

Sopratutto, dal punto di vista tecnico, è differente lo strumentario disponibile. Mentre nel modello originario che tendeva principalmente alla rappresentazione lo strumento principale era costituito dall’interpretazione e dalla ricostruzione, nell’ottica relazionale l’interpretazione da sola non è più sufficiente perché l’obiettivo non si limita alla sola rappresentazione, ma diviene la trasformazione dei contenuti emotivi, in maniera tale che possano essere assimilabili e contenibili nell’apparato psichico, in grado a questo punto di affrontare in maniera nuova le quote emotive che in precedenza lo avevano ingorgato. L’obiettivo dell’analisi diviene quindi non tanto quello di svelare, rappresentare, ricostruire, ma quello di fornire strumenti per trasformare le emozioni e favorire lo sviluppo della mente.

 

Bibliografia

Bion W.R. (1962) Apprendere dall’esperienza. Tr. It. Armando, Roma 1972

Ferro A. (1999) La psicoanalisi come letteratura e terapia. Raffaello Cortina, Milano

Freud S. (1895) Studi sull’isteria OSF Vol. 1. Boringhieri, Torino

Vanderychen W. (1994) Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche. Raffaello Cortina, Milano

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