La violenza sottile. Una riflessione.

di Antonello Carusi

immagine Carusi

“Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia
madre, mia sorella e mio fratello…”

È l’incipit della celeberrima “memoria” con cui un giovane contadino del Calvados, nella Francia del nord, consegnerà ai posteri la testimonianza di un efferato pluri-omicidio, consumatosi in un giorno di giugno nel 1835 nell’area rurale che si estende nelle vicinanze della città di Caen.  Una memoria che il filosofo ed epistemologo Michel Focault (1926-1984) ed i suoi più stretti collaboratori hanno pubblicato nel 1973 corredata da una serie di brevi, magistrali saggi nei quali ciascuno degli autori, in base alla propria competenza ed impostazione teoretica, propone commenti e riflessioni su quello che sarà destinato a diventare forse il più noto “caso” nella storia della letteratura criminologica, almeno fino alla seconda metà del XX° secolo. Una testimonianza, la memoria di Pierre Riviere, essa stessa – non meno del crimine che descrive – d’inaudita violenza.
Una violenza che si consuma nell’ intimo di chi la legga con genuina partecipazione. Inoculata da qualcosa a cui non saprei dare un’aggettivazione migliore di quello che veicola il termine: candore. Per questo quella di Riviere (non è la sola, naturalmente) non è semplicemente una “memoria” della violenza. È – soprattutto – una violenza della “memoria”. Sembra dare “scacco matto” a tutti i tentativi d’interpretazione avanzati dai tanti “periti” che hanno scritto autorevolmente sul caso per sancire un qualche tipo d’intellegibilità, di ragione, del crimine che il giovane Pierre consumò, in quello sciagurato giorno di giugno.
In merito alla questione, le parole più persuasive restano ancora oggi – a me sembra – quelle di Foucault. Egli apertamente rinuncia ad ogni “interpretazione” in chiave psicologica, psicoanalitica, sociologica, antropologica, psichiatrica, criminologica… Resta come nessun altro aderente, rispettosamente vicino al fenomeno, alla sua intrinseca irriducibilità; alle “ragioni” del “folle”. All’assurdità della vita.
Il “candore” nel tono e nei contenuti della rievocazione di Pierre Riviere – del suo delitto, dei suoi pensieri e degli stati d’animo che l’hanno preceduto, nonché seguito – evoca la categoria esistenziale dello scandalo con cui S.A. Kierkegaard (1813-1855) caratterizzava l’essenza, nella sua concezione, del “cristianesimo”.
Che dire, in casi del genere, a proposito del tema in questione – la “violenza”?
Qui non mi interessa la violenza letteralmente omicida del “braccio” di Rivière. Ma quella “sottile”. La violenza della memoria. La violenza del tono del suo discorso. Di parole che tracciano una traiettoria iperbolica di senso – feriscono evocando l’infinito.
Quella che ci “inchioda”, rendendoci incapaci di articolare la voce. La “candida memoria” di Rivière; più, dei suoi concreti delitti. La violenza nell’anima.
Il caso di Rivière è un pre-testo a cui rimando il lettore che voglia approfondire l’argomento.
Carl G. Jung (1875-1961), tra i “pionieri” e i “padri fondatori” del discorso psicologico analitico contemporaneo, ha dedicato pagine straordinarie al tema della “Violenza Divina”, di cui resta paradigmatico il “caso” di Giobbe.
L’accostamento della biblica figura di Giobbe a Pierre Riviere appare esecrabile, direi persino ripugnante, a prima vista.
Che possono avere in comune un giovane, “ignorante”, un “folle” – infine “assassino” – contadino normanno vissuto agli inizi del ‘800 con un archetipo della letteratura sapienziale dell’Antico Testamento..?
Se tra “personaggi” così lontani tra loro sussiste una connessione, un qualche tipo di rapporto, io lo individuerei, ancora, proprio in quel senso di “candore”. Il candore della “vittima” dell’enigmatica violenza divina. Il candore del “folle assassino” che col suo delitto “…voleva riscattare il padre”. Quella “vittima di padre”.
Che dice questa violenza?
In ognuno evocherà “risonanze” di qualche tipo. Una grammatica condizionata dal tempo e il luogo in cui si vive; dalla propria sensibilità alle immagini della sofferenza e del male, che ne veicolano forme e contenuti specifici.
Per O. Rank (1884-1939), prima discepolo di Freud e poi “dissidente” – come tanti altri – dal pensiero freudiano, la grammatica di base è quella della “nascita dell’individuo”, dell’evento traumatico “per eccellenza ” dell’esistenza umana.
La violenza fondamentale, si potrebbe dire.
Nonché il paradigma, il modello di tutte le situazioni di angoscia successive.
Sorvoliamo su quanto “violenza” e “angoscia” siano, nell’orizzonte psicoanalitico come in quello esistenziale, genealogicamente affini.
Sembra che disporre di una matrice ideale, di un’ immagine originaria a cui ri-condurre le variegate manifestazioni del “male” di questa vita – compreso ogni forma di violenza – generi una sorta di sollievo psichico, quasi un’illusoria padronanza.
Mirabili, al riguardo, anche le riflessioni di un altro profondo pensatore nel campo della psicologia, James Hillman (1926-2011). Il suo “Saggio su Pan” elabora in chiave archetipica la violenza dello stupro, situazione “panica” che se osservata dalla prospettiva paradossale, – a testa in giù – delineata dall’autore principalmente nel suo saggio “Il sogno e il mondo infero” assumerebbe persino valenze iniziatiche.
Per quel che ne comprendo, una sorta di cura naturale del narcisismo della ‘crisalide’.
“Stare” semplicemente – fenomenologicamente – col dolore, col male – compreso ogni forma di violenza – non sempre è possibile.
Eppure, specialmente nell’ambito di un discorso che si voglia definire propriamente terapeutico, ciò non può e non deve essere eluso.
Le più eleganti e raffinate griglie interpretative ideate per descrivere e “dare un nome” – come si è soliti dire oggi – ai “fenomeni”, sono circondate sovente da un alone magico e apotropaico che se da un canto suggestivamente esorcizza l’angoscia della “vittima” dall’altro l’alimenta, nella misura in cui alimenta una conoscenza illusoria.
Una forma di falsa coscienza.
Proseguo in questa carrellata ricordando l’inestimabile contributo dato all’indagine delle più svariate forme di “violenza sottile” da colui che è (impropriamente) considerato come “il padre dell’antipsichiatria” d’oltre Manica, e che negli anni ’70 raggiunse l’apice di un’insolita fama, nell’ambito della cosiddetta “controcultura” giovanile: R. D. Laing.
Pochi altri hanno dedicato come Laing (1927-1989) la propria attenzione e sensibilità alla violenza insita in certe forme di comunicazione inter-umana. Alla violenza come disconferma, sino alla negazione, di ciò che l’altro è nella propria definizione di sé; nella sostanza di un messaggio che, al di là di contenuti specifici, in sintesi dice: “E’ impossibile, che tu possa voler essere questo. Se ti poni in questo modo, tu per me – (per noi) – non esisti”.
Ma anche alla violenza della distorsione strumentale in forza della quale una persona diviene un oggetto agli occhi di un’altra. Come spesso accade ancora, purtroppo, nel “rito” scientista della diagnosi psicologica o psichiatrica, quando sia condotto con spirito nomotetico e riduttivo dell’unicità, della singolarità dell’altro – essendo quella del singolo altra categoria esistenziale imprescindibile per un discorso che non voglia scadere nella banalità del luogo comune, del “tipico” con cui agevolmente possiamo sbarazzarci del dolore di un’intima, molesta, irriducibile domanda di significato.
Laing ha dedicato pagine straordinarie anche alla mistificazione: ovvero, a quel particolare tipo di violenza che scaturisce da una sostituzione, talvolta persino inintenzionale, della verità con qualche surrogato meno dirompente, meno minaccioso e perturbante; com’è spesso quella che si definisce “una menzogna a fin di bene”.
“A fin di bene” si possono perpetrare violenze inaudite.
L’ha insegnato la storia, con la “Santa Inquisizione” nel Medioevo.
Non era, forse, per la salvezza delle loro anime che “eretici”, “streghe” e disadattati sociali d’ogni sorta, venivano torturati e persino arsi sul rogo?
Il “problema” rispetto alla violenza non è solo una questione di contenuto; l’atto, l’azione violenta in-sé.
Determinante è il contesto; e la posizione di chi detiene il potere di stabilire una definizione “efficace” di quel contenuto (anche in senso giuridico – legale); non ultimo l’angolo di visuale, la prospettiva di chi osserva.
Uno stesso episodio di violenza sarà descritto in modi differenti da differenti osservatori. Ciò non vuol essere, tuttavia, una relativizzazione della sua realtà. Ma piuttosto un invito a riflettere a fondo sulle premesse gnoseologiche del “linguaggio”, sulle trappole della “parola”, sulle forme di comunicazione che elettivamente l’Occidente s’è dato, in pratica da sempre, per pervenire ad una pensabilità delle cose; compreso il fenomeno della violenza.
Concludo questo breve, frammentario, impressionistico excursus con lo spirito Puer che anima le aforistiche parole del biologo francese J. Rostand (1894-1977):”On tue un homme: on est un assassin. On en tue des millions: on est un conquérant. On les tue tous : on est un Dieu.” (“Se uno uccide un uomo è un assassino; se ne uccide un milione, è un conquistatore; se li uccide tutti, è un dio”, Jean Rostand, “Pensées d’un biologiste”)

Bibliografia
– Foucault, M. (a cura di), Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…” Un caso di parricidio del XIX secolo. Torino: Einaudi, 2007.
– Guggenbhul-Craig, A., Al di sopra del malato e della malattia, Milano: Raffaello Cortina,1987.
– Hillman, J., Il sogno e il mondo infero, Milano: Adelphi, 1975.
– Hillman, J., Saggio su Pan, Milano: Adelphi, 1977.
– Jervis, G., Contro il relativismo, Bari: Laterza, 2005.
– Jung, C.G., Risposta a Giobbe, Torino: Bollati Boringhieri 1992.
– Kierkegaard, S.A., La malattia mortale, Milano: Mondadori, 1990.
– Laing, R.D., L’Io diviso, Torino: Einaudi, 2001.
– Laing, R.D., L’io e gli altri. Psicopatologia dei processi interattivi, Firenze: Sansoni, 1988.
– Rank, O., Il trauma della nascita, Milano: SugarCo, 1990.
– Rostand, J., Pensieri di un biologo, Milano: Il Borghese, 1969.

 

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