Sull’autorevolezza dell’analista

di Paolo Migone

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Riporterò alcuni appunti sulla autorevolezza dell’analista che scrissi tempo fa, quando due colleghe di Roma (Marisa Malagoli Togliatti e Anna Cotugno) mi chiesero di collaborare a un libro sulla esperienza analitica vista “dall’altra parte”, cioè dai pazienti [Scrittori e psicoterapia. La creatività della relazione terapeutica. Roma: Moltemi, 1998]. In particolare, mi veniva chiesto di commentare alcuni versi di Raymond Queneau (tratti dal suo romanzo in versi del 1937 intitolato Quercia e cane [Genova: Il Melangolo, 1995]) in cui parla della sua esperienza analitica prendendosela polemicamente col supposto sapere dell’analista. Sono partito da questo punto per fare alcune riflessioni sulla asimmetria della relazione analitica (per poi toccare vari altri temi), chiedendomi se si potesse parlare invece di simmetria tra paziente e analista. Infatti, se è ovvio che l’analisi è asimmetrica per il fatto che è il paziente a rivolgersi all’analista e quindi lo ritiene una figura autorevole, mi sembrava che la questione non andasse liquidata così facilmente, per cui ho provato a vedere, in un certo senso provocatoriamente, se reggeva un discorso in favore di una posizione “simmetrica”. Ecco dunque le mie riflessioni esposte qui in modo discorsivo (nel novembre 1996 ho discusso queste idee anche nel mio gruppo di studio di Bologna, e ringrazio in particolare Wilfredo Galliano, Daniela Iotti e Angela Peduto per i loro commenti critici).
L’analista è simmetrico rispetto al paziente nel senso che non sa necessariamente più cose di quante ne sappia il paziente: dice solo la sua, così come il paziente dice la sua. Se un analista, in un modo o nell’altro, trasmette che si sente in diritto di sapere più del paziente per il solo fatto di essere l’analista, commette un errore teorico, oltre che un possibile e inconsapevole errore controtransferale (paura di non sapere proprio niente, di non essere bravo, atteggiamento di superiorità dovuto a insicurezza, ecc.): questo atteggiamento di supposta superiorità dell’analista (forse razionalizzata come maggiore obiettività, esperienza, o qualifica professionale), nel momento in cui viene utilizzato nella relazione ha effetti manipolatori e quindi antipsicoanalitici, facendo scivolare la psicoanalisi sul versante delle psicoterapie suggestive. L’atteggiamento di superiorità presuppone che il paziente non debba apprezzare i commenti dell’analista per la loro intrinseca logica o “verità”, ma solo in quanto autorevoli (ovviamente l’analista non conosce in senso filosofico la verità, ma formula – al pari del paziente – delle ipotesi che possono toccare un aspetto della realtà psichica del paziente, provocando così delle reazioni in linea di principio distinguibili da quelle provocate solo dalla sua “autorevolezza”).
Quando un paziente (nel caso, Queneau) se la prende col proprio analista contestandogli il suo supposto sapere, non è detto che si tratti di “transfert”, ma di una naturale reazione all’atteggiamento di un analista che si crede depositario della verità. Certi analisti lacaniani, ad esempio, possono stimolare questa reazione. Anche certi analisti “ortodossi” possono ritenersi infallibili, avendo ereditato quelli che a me sembrano fraintendimenti della teoria della tecnica (per un approfondimento, vedi pp. 70-75 del mio libro Terapia psicoanalitica, Milano: Franco Angeli, 1995). Certo, l’irritazione del paziente potrebbe essere difensiva, derivata ad esempio dal fatto che l’analista in qualche modo ha toccato il vero che c’era già in lui e che appunto per questo doveva essere difensivamente negato in vari modi, ad esempio svalutandolo. Nei versi di Queneau vi poteva essere un indizio in questo senso, perché, dopo una iniziale irritazione per dover pagare l’analista (definito “psicoanalisto”, “psicanagliesco”, “avido”, “rapace”, “manigoldo”, ecc. [pp. 123-125]), Queneau si decide poi a pagarlo (p. 125), ammettendo quindi – seppur con la solita ironia (difensiva?) – che ha fatto il suo lavoro. Questo tipo di analisi sui significati delle reazioni “transferali” del paziente fa parte della routine del lavoro analitico. Se il paziente non è d’accordo con l’analista, le sue critiche saranno le benvenute. E se poi, nonostante un tranquillo confronto delle rispettive posizioni, il paziente continua a pensare che l’analista ha torto, vi sono due possibilità: o l’analista ha veramente torto, o il paziente si difende. Occorre molto lavoro analitico per arrivare ad una formulazione convincente a questo riguardo, e in ogni caso non siamo mai sicuri al cento per cento. Ma questo non è mai un problema, perché la psicoanalisi non consiste nell’arrivare a “formulazioni sicure al cento per cento” (questa non sarebbe psicoanalisi, e neppure scienza): la psicoanalisi è l’esercizio critico che va in quella direzione, e se l’obiettivo si dichiara raggiunto muore la psicoanalisi (l’analista cioè cadrebbe nel noto autoinganno di ritenersi “padrone in casa propria” [S. Freud, Una difficoltà della psicoanalisi (1916). Opere, 8: p. 663]).
Dicevo che le prospettive del paziente e dell’analista sono uguali perché entrambi hanno una visione plausibile della realtà, dal loro punto di vista e secondo il loro transfert, o – per usare un termine tratto dalla tradizione cognitivista – secondo il loro schema cognitivo che sempre distorce la realtà alla luce del passato. Ma, a voler essere precisi, il termine “distorsione” non è corretto, in quanto presuppone che da qualche parte possa esistere una “non distorsione” della realtà. Non occorre aver letto Kant, e neanche Piaget, per sapere che la realtà è sempre “creata”, cioè filtrata dagli schemi correggibili interni, i quali, tramite accomodamento o assimilazione, producono “la realtà”, l’unica che possiamo conoscere, la nostra (che ci può sembrare uguale o diversa da quella percepita dagli altri, coi quali ci possiamo accordare chiamando “oggettiva” o “scientifica” la realtà condivisa da più persone o da un determinato establishment scientifico).
Si sarà notato che finora ho evitato di pronunciare la parola “costruttivismo”: ho preferito evitarla per una questione di gusto, in quanto di questa parola oggi si riempiono tanti la bocca nel mondo della psicoterapia, che trovo imbarazzante unirmi al coro di quelli che solo adesso si sono improvvisamente accorti del costruttivismo, senza neanche chiedersi come mai solo pochi anni fa non sentivano il bisogno di ricorrere a questo vecchio concetto della psicologia (uno degli interrogativi più inquietanti della storia della psicoanalisi è capire come mai certe problematiche epistemologiche siano riprese così in ritardo da vari autori). Questi colleghi che tutto a un tratto oggi hanno “scoperto” il costruttivismo probabilmente fino a poco tempo fa credevano che la percezione della realtà da parte dell’analista fosse sempre fedele, e che solo i pazienti erano quelli che distorcevano perché erano soggetti al transfert. Certo, ammettevano che anche l’analista poteva soffrire di controtransfert, ma solo a volte, quando era in crisi, e poi lo poteva correggere facendo un’altra tranche di analisi o una supervisione ortodossa e purificatrice che avrebbe permesso di eliminarlo e di tornare felicemente al precedente “atteggiamento analitico”, garante di obiettività e neutralità. E’ possibile che questi analisti siano tutti come l’analista di Queneau, di cui lui giustamente dice “Non posso sopportare la turlupinatura / di quella che lei spaccia per una psicoanalisi” (p. 115).
Ma – si potrà chiedere – se analista e paziente sono uguali, chi dei due è l’analista? E perché uno paga l’altro? L’analista è solo colui che fa questo mestiere: il suo ruolo si connota dal fatto che si offre sul mercato per fare questo lavoro, lavoro che come tutti i lavori sottostà alle regole della domanda e dell’offerta. Se è il paziente che offre denaro, è anche vero che l’analista offre il suo tempo, per cui vi è uno scambio. Può darsi benissimo che in un determinato caso sia il paziente a fungere da analista, nel senso che in certe aree capisce le cose prima del suo analista, o lo aiuta a capirle: questo non è affatto un problema, anzi, è proprio quello che si spera che avvenga in tutte le analisi. Per usare un termine della terapia familiare, starà al “paziente designato”, cioè quello che per primo ha chiesto aiuto all’altro, decidere quando terminare la terapia, cosa peraltro difficilissima da analizzarsi approfonditamente; ovviamente il terapeuta può non essere d’accordo. La fase della termination è una delle più complesse e più belle fasi di ogni analisi, ricca di mille implicazioni e risvolti, ricettacolo di opportunità difensive da parte di entrambi i partners. Non voglio qui soffermarmi sulla tematica della termination (per alcune riflessioni teoriche ed esempi clinici, vedi pp. 58-62 del mio libro citato prima, e anche la mia rubrica del n. 68/1995 del Ruolo Terapeutico), né sul tema del paziente come “terapeuta”, “supervisore” o “interprete” del proprio analista, perché esiste una abbondante letteratura al riguardo [H.F. Searles, The patient as therapist to his analyst. In: P.L. Giovacchini, editor, Tactics and techniques in psychoanalytic therapy. Vol. II: Countertransference. New York: Aronson, 1975; R. Langs, A model of supervision: the patient as unconscious supervisor. In: Technique in Transition. New York. Aronson, 1978, pp. 587-625; I.Z. Hoffman, Il paziente come interprete dell’esperienza dell’analista (1983). Psicoterapia e scienze umane, 1995, 1: 5-39; ecc.]
Quello che voglio sottolineare è che l’affermazione secondo la quale i due partners analitici sono uguali non presenta alcun problema teorico o pratico, anzi aiuta a non scivolare nella suggestione. Certamente, paziente ed analista possono essere molto diversi: uno dei due può sentirsi superiore o inferiore all’altro (ottima occasione di analisi!), o, se è per questo, uno può avere gli occhi azzurri e l’altro può averli castani, uno può essere alto 1,75 cm. e l’altro 1,55 cm., e così via, e questi attributi possono essere vissuti in svariati modi da entrambi. In determinati aspetti della relazione un paziente può dipendere dall’analista ritenendo (difensivamente?) che solo lui può aiutarlo, mentre in altri contesti storico-sociali o psicologici può essere l’analista che dipende dal paziente: i motivi possono essere la penuria di pazienti (che può indurre alcuni analisti a farsi pubblicità), l’insicurezza professionale (magari fomentata da una identificazione proiettiva del paziente), il piacere di fare questo mestiere o di seguire un determinato caso clinico, oppure la particolare intelligenza o sofisticazione di un paziente – poco “nevrotico”, appunto – che non ha problemi nel cambiare analista o nell’interrompere la terapia se non si ritiene soddisfatto. Possiamo etichettare certi comportamenti come forme di transfert, e anche di “transfert positivo irreprensibile” [S. Freud (1912), Dinamica della traslazione. Opere, 6, p. 529] e di “transfert negativo irreprensibile” [N. Guidi (1993), Psicoterapia e scienze umane, 4/1994] – o, se è per questo, di controtransfert positivo o negativo irreprensibili [M.M. Gill (1984), Psicoanalisi e psicoterapia: una revisione, al sito Internet: http://www.publinet.it/pol/ital/10a-Gill.htm (dibattito: http://www.psychomedia.it/pm-lists/debates/gill-dib-1.htm; M.M. Gill (1994), Psicoanalisi in transizione. Milano: Cortina, 1995, p. 37]. Quello che è importante è non concepire l’analisi come una relazione asimmetrica nella quale l’analista necessariamente ha una autorevolezza che gli deriva dal suo ruolo e che il paziente non può che subire: vedere le cose in questo modo statico può impedirci di capire quanto dietro a ciò possa nascondersi un sintomo da analizzare (ad esempio il transfert di un paziente umiliato dal padre, o un “attaccamento insicuro”), e può indurci a considerare “nevrotico” (o affetto da un certo tipo di transfert) un paziente che, invece di mostrare dipendenza dal suo analista, mostra – volendo usare i termini usati da certi cognitivisti contemporanei – una sana attivazione del sistema motivazionale della “cooperazione paritetica per uno scopo condiviso” [G. Liotti, La dimensione interpersonale della coscienza. Roma: NIS, 1994]. Non solo, ma la concezione dell’analisi come relazione inevitabilmente asimmetrica (nel senso che, ad esempio, la “dipendenza” debba provarla il paziente verso l’analista e mai viceversa) porta a un blocco del processo analitico, cioè alla attribuzione di significati a priori, dati per scontati, senza chiedersi se potrebbe non essere così (cosa questa appunto non “dialettica”, per usare le parole di alcuni recenti lavori di Hoffman). Rischiamo di giudicare “strano” o “nevrotico” un paziente che non rientra nelle nostre aspettative; viceversa, se un paziente si sente asimmetrico (rientrando così nelle nostre aspettative), rischiamo di non chiederci perché è così (prendendolo per “vero” e non per “falso”, usando le categorie di E. Codignola [Il vero e il falso. Torino: Boringhieri, 1977]). Questo materiale sfugge all’analisi, come una sorta di “sequestro analitico” [fu Eissler (1953), in un altro contesto, ad usare questo termine: vedi Psicoterapia e scienze umane, 1981/2, p. 65].
Si potrebbe sostenere, per evidenziare meglio quello che voglio dire, che andare dall’analista è come andare dall’avvocato, dal pollivendolo, ecc. Quando vado da questi professionisti io non mi sento “dipendente” se non per il consiglio che uno mi può dare o il pollo che voglio che l’altro mi venda (così come il professionista non è dipendente dal cliente se non per i soldi che vuole ricevere per il servizio dato). Dall’analista la cosa è più complicata – si potrebbe obiettare – perché sono i significati del nostro Sé che sono in ballo. Ma è appunto per questo che potrebbe essere più corretta una posizione simmetrica: io mi pongo come se i problemi del paziente fossero “solo dei polli”, operando quindi subito una salutare separazione tra il Sé e il sintomo, tra l’autostima e la nevrosi, come dovrebbe essere sempre (non solo come frutto del nostro lavoro). Di fatto, vi sono dei pazienti che vanno dall’analista come se il loro sintomo fosse un pollo (e mi ha sempre incuriosito constatare che spesso questi pazienti sono o molto nevrotici o molto poco nevrotici).
Vorrei precisare che io non dico che un paziente obbligatoriamente deve essere visto come simmetrico rispetto a noi, dico solo che non deve essere obbligatoriamente visto come asimmetrico. E’ liberissimo di porsi in modo asimmetrico, e non solo come forma di transfert, di nevrosi, di “complesso di inferiorità”, ecc., ma anche perché supportato da tutta una cultura stereotipata – sia psicoanalitica che dei mass media (quel tipo di cultura per esempio che fa credere che sempre il paziente “debba innamorarsi dell’analista”, oppure che “in analisi si soffre”, “si regredisce”, ecc.). Io mi limiterò a chiedermi (e a chiedergli) perché preferisce vivermi così. Analiticamente parlando, non è quello che fa che mi interessa, ma i motivi per cui lo fa. In altre parole (e in modo volutamente provocatorio, ma con una astrazione concettuale), non è certo un problema che un paziente abbia i capelli biondi. Il problema sorge invece quando il terapeuta ritiene che tutti i pazienti debbano avere i capelli neri. All’analista non interessa sapere chi “abbia ragione” (uno può avere determinati motivi per sentirsi asimmetrico, un altro per sentirsi simmetrico), interessa che la cosa possa essere discussa, non data per scontata.
Alcuni potrebbero argomentare che la simmetria certo non può darsi all’inizio dell’analisi, ma eventualmente dopo, durante il successivo processo analitico che ne pone le basi. Ma perché non potrebbe essere presente anche prima? Di nuovo, in questo modo si esclude pregiudizialmente la possibilità che non sia così. E’ scontato che è il paziente che chiede aiuto e che quindi si pone in modo asimmetrico, ma il pericolo è quello di dare un significato univoco alla asimmetria legata alla sua richiesta. Si fa la operazione arbitraria di assumere che chiedere aiuto (come un qualunque altro comportamento) voglia sempre dire la stessa cosa per tutti, mentre invece, come dicevo prima, un paziente può voler confrontarsi su qualcosa, un altro magari provare il gusto di “lavorare pariteticamente per uno scopo condiviso” (come si esprimono certi cognitivisti a cui ho accennato prima), un altro prova sì dipendenza, ma in modo diverso – o di più o di meno – di un altro ancora, e così via. Non solo, ma si scorda che anche l’analista può dipendere dal paziente (nei tanti modi a cui ho accennato prima). Se dunque si ritiene che la simmetria non possa darsi all’inizio ma eventualmente durante il successivo processo analitico, aprioristicamente si esclude la possibilità che il paziente possa essere, con noi e come noi, “analizzante” fin dall’inizio; un paziente invece (con una autoriflessione o una autoanalisi) può risolvere da solo la sua asimmetria (o dipendenza) e poi può aver bisogno di lavorare ugualmente con l’analista per questioni che non hanno a che fare con essa. E’ vero, rimane asimmetrico relativamente al fatto che ritiene di aver bisogno di fare una analisi; ma – e questo sembra un paradosso – l’analisi ha inizio solo se essa si pone nella prospettiva di interrogarsi anche su questa dipendenza, e non di escluderla dall’analisi come “legittima”. In altre parole, l’analisi ha inizio solo se pone le premesse della sua fine, lo psicoanalista è tale solo se si chiede perché lo è; oppure, usando una espressione più forte, siamo veramente psicoanalisti solo se… non sappiamo chi siamo (se invece aderiamo alla concezione asimmetrica non ci poniamo mai questo problema e non lo analizziamo). Hoffman, ad esempio, in un articolo recente (non ancora pubblicato) dice che non possiamo escludere che gli psicoanalisti siano solo una classe privilegiata che vive sfruttando le emozioni dei pazienti e convincendoli a porsi in modo asimmetrico per sottrarre loro denaro: fare analisi vuole dire anche non escludere a priori questa possibilità.
In conclusione, il problema della asimmetria tra analista e paziente potrebbe essere una questione di etica di base, di valori assunti aprioristicamente, dei quali non possiamo fare a meno; se si adotta una concezione asimmetrica dell’analisi, si rischia, senza rendersene conto, di scivolare in una morale secondo la quale il paziente è sempre “inferiore” al terapeuta, una morale, se vogliamo, priva di rispetto per il paziente. E questa morale assunta a priori può non essere irrilevante rispetto a tutta la conduzione della psicoterapia. Non mi interessa qui tanto criticarla (in certe psicoterapie supponiamo possa essere indicata questa concezione), quanto semplicemente interrogarsi sui motivi per quali viene adottata. Non ritengo neppure corretto giustificarla sulla base dell’esperienza, come tendono a fare alcuni (ad esempio come fece Gino Zucchini ad un convegno sulla valutazione della psicoterapia tenuto al Dipartimento di Psicologia di Bologna il 22-23 novembre 1996) quando sostengono di non aver mai incontrato un paziente che non si sentisse dipendente dall’analista, perché ciò significherebbe (come disse Francesco Campione ribattendo a Zucchini) adottare una morale a posteriori, che non è neanche una morale (trattare da inferiori quelli che non hanno il coraggio di sentirsi alla pari).
Il discorso sarebbe lungo, e lo continuerò nella prossima rubrica.

 

Continuo le riflessioni iniziate nella mia rubrica precedente [Il Ruolo Terapeutico, 76/1997], stimolate dai versi di Queneau di cui mi era stato chiesto un commento. L’altra volta avevo parlato della questione della “autorevolezza” dell’analista. Questa volta accennerò ai seguenti problemi: la questione della suggestione; consapevolezza e/o inconsapevolezza del terapeuta nella relazione; il setting; relazioni terapeutiche “tossiche”. Questioni non da poco, si dirà, e non pretendo certo di trattarle in modo organico, ma di esporre solo delle riflessioni libere che spero stimolino l’interesse di qualche collega. Data la vastità degli argomenti, farò vari riferimenti bibliografici, così il lettore può eventualmente andare ad approfondire quelle tematiche che qui saranno date per scontate. In questo modo questo scritto assomiglierà a una specie di “ipertesto”, nel senso che determinate parole aprono percorsi ad albero con varie ramificazioni.
La questione della suggestione
Il concetto di suggestione si può criticare allo stesso modo con cui nella rubrica precedente avevo criticato quello di “distorsione”: a rigore, non bisognerebbe parlare di suggestione, in quanto il suo opposto non esiste. Siamo sempre suggestionati, volenti o nolenti (rimando alla teorizzazione di Gill che ha chiarito molto bene questo punto [per brevità, vedi pp. 82-87 del mio libro Terapia psicoanalitica, Milano: Franco Angeli, 1995]). Il terapeuta, come il paziente, si trova a vivere uno stato che solo in un momento successivo si accorge che può essersi trattato di una forma di “(auto)suggestione”. Nel momento in cui viene vissuta una determinata interazione paziente-terapeuta, si tratta di una “azione” sulla quale non abbiamo ancora rivolto la nostra riflessione (o di unformulated experience, per dirla con Donnel B. Stern [Contemporary Psychoanalysis, 1989, 1: 1-33]). Ma se la nostra condizione esistenziale è quella di essere sempre tutti suggestionati o manipolati, questo non significa che non possa rimanere aperto un arco di tensione dialettica tra gradienti di “maggiore o minore suggestione”, o tra tipi di “suggestione” di qualità diversa tra loro [per un dibattito su questo problema, vedi Psicoterapia e scienze umane, 1992, 4: 135-136].
Consapevolezza e/o inconsapevolezza del terapeuta nella relazione
La problematica della suggestione è strettamente collegata alla questione della consapevolezza del terapeuta. Bisogna intendersi a proposito della dicotomia consapevolezza/inconsapevolezza, cioè conscio/inconscio. Ritengo che non esista un inconscio che viaggia su un binario sovrapposto o parallelo a quello del conscio, e che sia integralmente traducibile e reso conscio (e qui ha ragione Fossi [La psicoanalisi verso il cambiamento. Roma: NIS, 1994], che da anni in modo molto lucido insiste su questa critica alla reificazione di una realtà duplicata nell’inconscio). Prima di tutto, se è inconscio per definizione non possiamo conoscerlo, e poi se è conscio è un’altro stato conscio diverso dallo stato conscio precedente, e quindi si tratta semplicemente di fare i conti con questa “nuova realtà” (esaminandone con calma le implicazioni, anche in termini di coerenza e di continuità del Sé). Ciò non vuol dire che l’inconscio non esiste, o che non esiste alcuna traccia di verità storica esistendo solo quella narrativa, inventata o “costruita” insieme, sottolineata dagli ermeneuti come Spence [Verità narrativa e verità storica (1982). Firenze: Martinelli, 1987]. Voglio dire che una realtà psichica inconscia, nel momento in cui diventa conscia, è subito in un qualche modo trasformata (non foss’altro che per il nominarla – vedi a questo proposito le acute riflessioni di Lowenstein del 1956 in “Alcune note sul ruolo del linguaggio nella tecnica psicoanalitica” [Psicoterapia e scienze umane, 1991, 1: 101-118]). Quando guardiamo al nostro passato, quando recuperiamo dalla memoria (conscia o inconscia) una informazione, essa viene sempre modificata, nel senso che così come il passato influenza il presente, anche il presente influenza il passato.
Questa circolarità è stata improvvisamente riscoperta negli anni ’70 da quegli psicoanalisti americani che poi verranno chiamati ermeneuti (Schafer, Spence, ecc.) sulla scia di Ricoeur [Della interpretazione. Saggio su Freud (1965). Milano: Il Saggiatore, 1967]. A livello neurobiologico, è sostanziata da molte ricerche tra cui ad esempio quelle di Edelman [Il presente ricordato: una teoria biologica della conoscenza (1989). Milano: Rizzoli, 1991]. A mio parere, questi non siano veri progressi, ma semplicemente un ritorno a Freud [Opere di Sigmund Freud, vol. 7, p. 575], che nel 1914 col concetto di Nachträglichkeit disse la stessa cosa. L’importante concetto di Nachträglichkeit è stato tradotto in italiano, e anche in francese da Laplanche & Pontalis [Enciclopedia della psicoanalisi (1967). Bari: Laterza, 1968], con “posteriorità”, mentre Strachey nella traduzione inglese della Standard Edition ne travisò il significato chiamandola “deferred action”, cioè “azione differita”. Essa si riferisce alla “attribuzione retrospettiva” di significato nel senso del guardare indietro a posteriori come momento di riorganizzazione dei significati personali [vedi Thomä H. & Kächele H., Trattato di terapia psicoanalitica. 2: Pratica clinica (1988). Torino: Bollati Boringhieri, 1993, p. 119 nota 1, e pp. 122-124]. La fuorviante traduzione inglese di Nachträglichkeit in deferred action può aver ritardato la comprensione di questo concetto nel mondo anglosassone, e dato fiato alla critica ermeneutica di certi analisti americani. Una maggiore attenzione al concetto di Nachträglichkeit avrebbe forse ridimensionato il carattere di novità che alcuni attribuivano al concetto di “circolo ermeneutico”; non è un caso che il dibattito sull’ermeneutica (per la verità sempre più simile a un “circolo vizioso”) è continuato insoluto per anni, con i rispettivi esponenti fermi sulle proprie posizioni [vedi anche il dibattito tra R. Holt, H. Kächele e G. Vattimo al convegno che ho organizzato a Bologna nel 1994, da cui è stato tratto il libro Psicoanalisi ed ermeneutica. Chieti: Métis, 1995]. Certi aspetti della “sfida della complessità” forse furono già intravisti da Freud, che sembrava impaziente di andare oltre il suo zeitgeist positivista. Non solo, ma il concetto di Nachträglichkeit non è in contraddizione col l’insistenza di Freud su quello che Grünbaum ha chiamato Tally Argument o “Argomento della Concordanza” [I fondamenti della psicoanalisi (1984). Milano: Il Saggiatore, 1988; Opere di Sigmund Freud, vol. 8, p. 601]. Il Tally Argument presuppone che l’interpretazione dell’analista debba concordare, o corrispondere, con quello che vi è di “vero” (tally with what is real) nella realtà psichica del paziente [per un approfondimento, vedi il mio libro Terapia psicoanalitica, prima citato, pp. 184-186, e la mia rubrica n. 50/1989 del Ruolo Terapeutico]: se è vero che il passato in quanto tale non è ricuperabile ma viene sempre modificato alla luce del presente, è anche vero che la mente non funziona come tabula rasa, nel senso che gli schemi mnestici del passato hanno una potente influenza nel modificare la percezione attuale (mi viene in mente che già circa mezzo secolo fa il famoso medico Murri a proposito della diagnosi disse che “in clinica non si tratta di conoscere, ma di riconoscere”).
Non tutte le (ri)costruzioni del passato quindi sono uguali o solo in funzione della autorevolezza dell’analista, e neppure della loro coerenza interna o del loro valore estetico (bisognerebbe poi chiedersi rispetto a che cosa si misura la coerenza o il valore estetico, nel senso che si rischia di spostare il problema senza risolverlo). Esistono modalità per differenziare quanto una informazione (o interpretazione) sia nuova o invece in un qualche modo già “conosciuta” (si pensi alle improvvise reazioni emotive che seguono ad una certa interpretazione, alla comparsa di nuovi ricordi, o alla soggettiva sensazione di essere toccati dentro, che ci fa dire ad esempio “questa cosa è come se l’avessi sempre saputa”).
Per tornare alla questione consapevolezza/inconsapevolezza, è scontato che gran parte di quello che accade nella relazione terapeutica è al di fuori della consapevolezza di entrambi i partners. Non solo, ma l’analista non è mai consapevole di quello che fa mentre lo fa: come si è espresso Liotti, “essere consapevoli di un dato cosciente significa essere certi che è passato” [La dimensione interpersonale della coscienza. Roma: NIS, 1994, p. 14]. Anche quando l’analista crede di essere consapevole e di pianificare i suoi interventi (quando cioè non è coinvolto in espressioni emotive spontanee o incontrollabili, quali colpi di tosse, starnuti, risate, emozioni improvvise, movimenti automatici del viso e del corpo, ecc. – vedi a questo proposito il divertente tentativo di categorizzazione da parte di Hoffman delle attività “espressive” dell’analista [Contemporary Psychoanalysis, 1992, 1: 1-15]), quando cioè agisce pianificando la sua azione o le sue parole, non ne conosce le piene implicazioni (anzi, dovremmo dire le possibili altre implicazioni, perché non conosceremo mai le “piene” implicazioni di qualcosa). Solo in seguito (dopo alcuni secondi, minuti, sedute, settimane, mesi, anni, o mai) potrà scorgere altri significati che erano implicati in quell’intervento o che potevano essere attributi ad esso (sia nel senso controtransferale in senso stretto, che anche nel senso controtransferale in senso lato, cioè nei termini di quegli agiti che rappresentano la “risonanza di ruolo” di cui ha parlato Sandler [Controtransfert e risonanza di ruolo (1976). In: C. Alberella & M. Donadio, a cura di, Il controtransfert. Napoli: Liguori, 1986, pp. 189-197]). E questo non è un male, anzi è una delle parti più belle e utili della analisi, quella che ci può permettere di conoscere meglio il nostro paziente e di conseguenza noi stessi (o viceversa), e di fare un lavoro cosiddetto analitico (invece di dire che “è una delle parti più belle e utili della analisi”, sarebbe più corretto dire che è il normale lavoro analitico, in quanto non è possibile che sia altrimenti: è questa la ricerca o [ri]costruzione dei significati).
Questa problematica è stata affrontata negli ultimi anni, tra gli altri, da Irwin Hoffman [Ritualità e spontaneità nella situazione psicoanalitica (1998). Roma: Astrolabio, 2000], che era lo stretto collaboratore di Merton Gill e che ora, dopo la sua morte, continua la stessa importante ricerca, seppur su linee lievemente diverse. E’ stato Hoffman a rendere popolare il termine “socio-costruttivismo” a proposito della situazione analitica, e ora preferisce usare il termine “dialettica”, intendendola con un significato tutto particolare – con riferimenti anche alla dialettica della “liminalità” tra rituale e spontaneità mutuata dall’antropologo Victor Turner sul quale sarebbe lungo soffermarmi ora [Il processo rituale. Struttura e antistruttura (1969). Brescia: Morcelliana, 1972].
Per tornare alle questioni poste prima, ovviamente si può dire che la psicoanalisi sia uno dei rituali terapeutici della civiltà occidentale. Ma come si differenzia dai tipici rituali religiosi o sciamanici studiati dagli antropologi? La psicoanalisi (non la psicoterapia in senso stretto) potrebbe consistere in un processo che tende all’annullamento di tutti i rituali possibili alla ricerca costante e infinita (o, se vogliamo, alla co-costruzione) di tutti i possibili significati nascosti dietro a tutti i possibili comportamenti ritualizzati, “agiti” (unformulated experience) in un tempo T1 immediatamente precedente (un esempio di questi comportamenti in un tempo T1 potrebbe essere il cosiddetto transfert, mentre un transfert interpretato sarebbe solo un comportamento in un tempo T2, che è a sua volta un altro transfert e così via all’infinito). Ecco perché, estremizzando questo discorso, la vera terapia sarebbe una “non terapia”, la parola detta anche da un amico non autorevole e al di fuori di qualunque rituale terapeutico, la parola che guarisce solo perché più vera (a questo proposito, se il rituale o l’autorevolezza dell’analista fossero indispensabili all’analisi, come funzionerebbe l’autoanalisi? Non ci hanno forse insegnato che l’autoanalisi – fatta non solo dopo la fine dell’analisi, ma anche durante l’analisi stessa – è una parte importante del lavoro analitico?).
Prima ho parlato di “psicoanalisi e non di psicoterapia in senso stretto”, e voglio precisare cosa intendo. Per psicoterapia in senso stretto può intendersi propriamente un rituale magico, nel senso che mira a un cambiamento in quanto tale, spesso solo a breve termine, che non prende in considerazione il problema della dipendenza del paziente dal terapeuta (o stregone, sciamano, ecc.) con tutte le implicazioni pratiche e teoriche di questa dipendenza (nel senso che ad esempio il paziente “curato” non si autonomizza ma eventualmente, in caso di bisogno, dovrà sempre tornare dal terapeuta per ricevere quell’aiuto che solo il terapeuta può dargli). Questo tipo di psicoterapia non psicoanalitica utilizza quei rituali basati su rapporti asimmetrici, su una figura che deve rimanere “autorevole” (vedi la mia rubrica precedente), non prevedendo la possibilità di analizzare questa autorevolezza e la connessa dipendenza del paziente da essa – ecco perché la concezione asimmetrica del terapeuta come figura necessariamente autorevole a mio parere appartiene alla psicoterapia in senso stretto (suggestiva) e non alla psicoanalisi.
Il setting
Analista e paziente quindi, alla pari, interagiscono in una stanza per un po’ di tempo, e questa è l’analisi. E’ come un qualunque rapporto umano, solo che è più strutturato essenzialmente per motivi di praticità e di economia da parte dell’analista (e a volte anche del paziente, a cui pure può far comodo avere degli orari fissi per meglio organizzare la settimana). Spesso ci si scorda che le regole del setting, e la loro relativa comodità o utilità, vengono decise da quello dei due partners che ha maggiore forza contrattuale, forza che dipende dal prestigio sociale di cui gode la psicoanalisi in quella determinata area geografica e in quel periodo storico. Si pensi ad esempio le teorizzazioni tese a razionalizzare il numero ottimale di sedute settimanali – prima sei, poi cinque, quattro, e presto tre o magari una – rincorrendo il mutato clima sociale, cioè giustificando pateticamente a posteriori quello che di fatto già avveniva forzatamente nella professione [vedi il mio libro Terapia psicoanalitica, citato prima, p. 81].
Per tornare all’aspetto “strutturato” o “ritualizzato” della terapia, il fatto che la differenza tra una terapia e una non terapia sia che la prima è più strutturata non la rende qualitativamente diversa da qualunque rapporto umano, perché anche tanti rapporti umani sono strutturati (si pensi a quello tra marito e moglie); casomai, la terapia è “professionalizzata”, mentre gli altri rapporti non lo sono. Dicendo che la psicoterapia è una professione, mi rendo conto di spostare il problema senza risolverlo (infatti, stabilito che la psicoterapia è una professione, come si fa questa professione? Se la si può svolgere in modi diversi, qual è il modo “migliore”? Qual è il training ottimale? Ci ritroviamo di fronte al problema di partenza). Mi va bene comunque per il momento definire la psicoterapia solo in negativo e dire che essa non è quello che tanti dicono che essa sia (sapere “cosa è la psicoanalisi” significherebbe, per così dire, chiudere il discorso e interrompere il processo analitico – sarebbe ragionare in modo non dialettico, direbbe Hoffman).
Ho dunque toccato un altro tema, quello del setting: quanto è importante la stabilità, la ritualizzazione, di questo setting? E’ solo una questione di praticità o anche di un suo ruolo preciso all’interno della teoria della tecnica? Vi è una enorme letteratura che va nella direzione di considerare il setting come parte della tecnica, quasi innalzandolo a nuovo fattore curativo, soprattutto dopo la crisi del concetto di interpretazione [per un approfondimento, rimando a vari contributi di Galli, ad esempio nei numeri 38/1984 e 40/1985 del Ruolo Terapeutico, o il suo libro La persona e la tecnica pubblicato dal Ruolo Terapeutico nel 1996; vedi anche “Le ragioni della clinica”, Psicoterapia e scienze umane, 1988, 3: 3-8]. Inoltre una maggiore enfasi al concetto di setting dipende dalla rivalutazione della teoria delle relazioni oggettuali nella psicoanalisi contemporanea, che è andata di pari passo con l’allargamento della psicoanalisi ai pazienti più gravi (non bisogna dimenticare che il concetto di “setting” ha fatto la sua comparsa nel dibattito psicoanalitico solo a partire dagli anni ’50, prima era pressoché inesistente). Questo è proprio uno dei punti caldi del dibattito psicoanalitico contemporaneo: quanto la ritualizzazione del setting viene caricata simbolicamente, come viene elaborata, l’uso che ne viene fatto, ecc. (Langs è uno dei tanti autori che hanno seguito questa linea di pensiero [vedi la rubrica n. 45/1987]). Senza entrare approfonditamente in questa problematica, accennerò solo al fatto che sempre più voci si levano a dire che la struttura del rapporto analitico è importante non tanto nel senso della sua ritualità (o della sua non ritualità – vedi il filone delle terapie umanistico-esperienziali che si muovono proprio in modo opposto), quanto del modo con cui sia la regola che la sua inevitabile e continua infrazione vengono gestite ed elaborate (è questa anche la direzione delle ricerche che sta tentando di fare Hoffman). Vi è anche molto più accordo sul fatto che il “contenuto” di questa ritualità (lettino o sedia, numero di sedute alla settimana, ecc., cioè i criteri estrinseci così come li definì Gill) è meno importante del fatto stesso che esista una struttura, di qualunque tipo essa sia (la struttura insomma del rapporto tra i due partners), che necessariamente viene investita simbolicamente e utilizzata come veicolo per il cambiamento, da una parte, e per l’interpretazione, dall’altra (a questo proposito, vedi anche le argomentazioni di Codignola riguardo alla demarcazione tra “vero” e “falso” – ovvero tra ciò che è e non è interpretabile – nella struttura logica dell’interpretazione psicoanalitica [Il vero e il falso. Torino: Boringhieri, 1977]).
Relazioni terapeutiche “tossiche”
Dicevo che i due partners sono alla pari, e si influenzano a vicenda, cercando di capire qualcosa di questo loro rapporto: vinca il migliore, potremmo dire. Cioè si spera che l’analista influenzi il paziente, ma sappiamo che inevitabilmente anche il paziente influenza l’analista (nella mia rubrica precedente avevo accennato a quegli autori che parlano del paziente come “terapeuta” del suo analista). E qui tocchiamo la questione delle relazioni terapeutiche “tossiche”. Il concetto di iatrogenicità è culturalmente determinato: quello che è un danno per una cultura storicamente e geograficamente determinata può essere visto come un effetto positivo per un’altra. Ecco perché la psicoterapia non può prescindere dall’etica, cioè dal problema dei valori (sia del terapeuta che del paziente, s’intende). Va ricordato, a questo proposito, che per Freud la “ricerca della verità” e la “terapia” procedevano sempre insieme. Oggi questo “legame inscindibile” (Junktim) [Opere di Sigmund Freud, vol. 10, p. 422] o “legame molto stretto fra terapia e ricerca” viene messo in discussione (vedi ad esempio il secondo volume del Trattato di Thomä & Kächele, citato prima, p. 9) influenzati anche dalle pressanti domande poste in tempi recenti dalla bioetica [per una discussione del rapporto tra “ricerca di verità” e “terapia” in analisi, vedi la mia rubrica sul n. 69/1995 del Ruolo Terapeutico, intitolata “Terapia o ricerca della verità? Ancora sulla differenza tra psicoanalisi e psicoterapia”].
Non solo, ma, come hanno osservato da tempo tanti psicoanalisti (ben prima dei sistemici), un paziente che migliora può rappresentare un “danno” per l’equilibrio della sua famiglia o di chi gli sta vicino, che va incontro a sofferenze, crisi e ristrutturazioni di vita. Un altro familiare magari assume gli stessi sintomi allo scopo di perpetuare il modello relazionale interiorizzato. Come hanno sottolineato Erikson e soprattutto i teorici delle relazioni ogettuali, non si interiorizza mai un oggetto, ma sempre una relazione oggettuale, la quale nel transfert può essere tranquillamente invertita senza che ciò provochi uno squilibrio del sistema (vedi i vecchi concetti di rivolgimento da attivo a passivo [passive into active], di identificazione con l’aggressore [descritta da Anna Freud in L’io e i meccanismi di difesa (1936)], ecc.).
Ecco dunque un modo di affrontare il tema della iatrogenicità in psicoterapia: la psicoanalisi, così come ogni terapia, è sempre “iatrogena”, ma per fortuna, in quanto significa che essa può operare dei cambiamenti (meno male che la terapia fa male! – potremmo dire con un gioco di parole). Se non fosse iatrogena non sarebbe neanche terapeutica (ed è pacifico, come si diceva prima, che la “tossicità” della psicoterapia può andare anche in direzione opposta, cioè dal paziente al terapeuta). Non è un caso che i critici della psicoterapia (come ad esempio Eysenck) hanno sempre cercato di dimostrare che essa è inutile, non dannosa, ben consapevoli che una eventuale iatrogenicità della psicoterapia li avrebbe costretti ad ammettere anche una sua efficacia [rimando al mio lavoro “La ricerca in psicoterapia: storia, principali gruppi di lavoro, stato attuale degli studi sul risultato e sul processo”. Rivista Sperimentale di Freniatria, 1996, 2, p. 201].
Concludo qui queste riflessioni libere, che hanno iniziato discorsi che poi sono andati molto lontano. La sensazione è quella di aver aperto una scatola di serpenti, difficile ora da richiudere. Spero almeno di aver stimolato l’interesse di qualche lettore.

 

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