La psicoterapia esprime una sua etica?

di Paolo Notarfranchi

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Con psicoterapia intendo un fenomeno unitario, una cura psicologica che va dalla consulenza della durata di poche ore fino al trattamento che si prolunga negli anni per molte centinaia di ore, durante le quali si ha lo scandaglio del cosiddetto inconscio e si sviluppa un interminabile scontro erotico e di potere denominato transfert / controtransfert; un gioco asimmetrico che – secondo la lezione di Levi-Strauss – termina con l’uccisione di uno dei due contendenti.   La diversità delle lingue che abitano la psicoterapia (le differenti scuole) ha scarsa rilevanza rispetto all’unitarietà del fatto concreto della psicoterapia. Ciò che conta è che due umani si riuniscano periodicamente, volontariamente e colludano facendo fatti rituali che riscuotono il consenso collettivo. Perché ciò avvenga è uno degli eterni interrogativi e come tale deborda dalla mia capacità di riflessione. Mi autorizzo invece – poiché la pratico – ad investigare se in tutto questo gioco vi sia qualcosa di virtuoso, di probo, e se coincida con il racconto convenzionale che ne viene fatto. La domanda circa la presenza di un’etica autonoma della /nella psicoterapia è non solo legittima, ma obbligatoria. La psicoterapia è il luogo di elaborazione della morale. L’epistemologia è detenuta tuttora dai filosofi, la tecnica è appannaggio degli scienziati, ma a noi psicoterapeuti è demandata in toto la composizione accurata dei comportamenti secondo la categoria del desiderabile. Grazie a dio ci siamo liberati dal duplice gioco della cura e del peccato; abbiamo rinnegato i nostri genitori: il medico e il sacerdote, ci siamo liberati dai loro vizi mentali (dover guarire e dover perdonare). Possiamo così guardare con occhi sereni alla nostra reale mansione: dire agli altri come devono comportarsi.
Chiarisco subito i miei dubbi di riconoscenza: ad Aldo Carotenuto per La nostalgia della memoria; ad Adolf Guggenbühl-Craig per Al di sopra del malato e della malattia; a James Hillman per Re-visione della psicologia. Nelle mie considerazioni ho presente le loro lezioni, tutta mia è la loro digestione.
Da Carotenuto ho appreso ad invertire il detto sui preti quando viene applicato agli
psicoterapeuti: “ non guardare, non considerare ciò che dicono di se stessi, ma guarda come agiscono, perché nelle azioni oltrepassano sempre le angustie dei loro racconti… e ciò è un bene”. Butto via come inattendibili i libri sul transfert / controtransfert e li considero esercitazioni scolastiche. Non ci dicono ciò che avviene, ma danno forma alla fantasia di ciò che vorremmo che avvenisse se vivessimo in un mondo idealizzato. Sono simili, ripetitivi, asseverativi, fatti in serie, scontati, sai già dove vanno a parare. Sono come la sfilata dei relatori ai congressi del Partito Comunista dell’Unione Sovietica ai tempi di Stalin. Volgersi al modo di agire degli psicoterapeuti è però impresa ardua. La psicoterapia vive di complicità e di silenzi: perché funzioni, o per farsi bella, ha bisogno di riservatezza se non di segretezza. Di solito il paziente non racconta perché ha pudore delle proprie sofferenze – come dargli torto! Il terapeuta è un essere discreto e quasi sempre non sa raccontare, è incapace di affabulazione – giustamente non è un romanziere. Si esce da questa difficoltà percorrendo la via regia dalla quale è nata la nostra psicologia. Come scienza la psicologia non origina da una riflessione sul sano, sul normale; ma fermenta dall’insalubre, dal deforme, dall’errato. Un po’ di luce sull’etica interna alla psicoterapia ci viene data dai fatti di cronaca sconcia che a volte escono allo scoperto. Dico subito però la mia insoddisfazione ed insofferenza verso il loro utilizzo: questa cronaca penosa, a volte penale, è vera, ma non è reale; non ci serve per cogliere la natura del processo chiamato psicoterapia. Chiarisco il perché.
Siamo viziati dal pregiudizio chiamato rilevanza statistica. Le cose, situazioni, comportamenti, accidenti ecc ecc assurgono a significatività se sono applicabili su vastissima scala. Nel caso contrario si ha un parlare per eccentricità, qualcosa che attiene all’estetica ed al lusso, ma non è spendibile per tutti, per la maggioranza. Della psicoterapia ci si occupa , con fare turbato, quando eccede e allora si grida invocando regole di contenimento. Ce se ne preoccupa quando l’analista maschio fa sesso con la paziente femmina. Questa situazione è vera, ma non ha valore: la stragrande maggioranza degli analisti sono femmine, la stragrande maggioranza dei pazienti sono femmine. Non sono a conoscenza di libri, films, articoli su riviste d’opinione, che si allarmano per la trasgressione omosessuale femminile in psicoterapia. Perché questo non avviene o perché è taciuto in quanto irrilevante rispetto al pregiudizio col quale si sentenzia circa la psicoterapia? Se ci si appella alla rilevanza statistica come metro di valutazione e la si considera un parametro scientifico, allora dobbiamo puntare l’indice censorio sul sesso tra femmine in analisi. Non è così.
Nei fatti la norma è un’altra; la voglio esplicitare e la voglio prendere sul serio. Il criterio alternativo è l’esemplarità: i fatti – in questo caso i misfatti – non contano se vengono numerati in cifre elevate, ma hanno rilievo per il loro valore paradigmatico, di esempio. Anche una sola scopata tra analista maschio e paziente femmina possiede il polso del giusto e dell’ingiusto in psicoterapia. Abbraccio siffatta forma di pensiero: attraverso di essa si afferma il predominio dell’ispirazione mitica (un concepire attraverso il pregiudizio archetipico) sull’investigazione scientifica. Ci vado a nozze con queste cose! Chiedo, però, coerenza: noi psicoterapeuti non dobbiamo copiare dai preti. Ci hanno insegnato che siamo figli di un monoteismo del libro: un solo Dio (anche se in tre persone), un solo testo, la Bibbia e in essa è la verità. Ma è di oscura lettura. I preti (gli addetti ai lavori) ne possiedono la chiave. Che chiave stonata: questo passo va preso alla lettera… no, quest’altro va inteso come metafora. E’ un sali e scendi tra letteralismo e simbolismo. Chiaramente l’applicazione corretta dei due ismi è appannaggio della casta vaticana e chi sbaglia paga: un tempo con i roghi, oggi con quella scomunica che è l’emissione di un giudizio negativo: “interpretando così, dimostri solo la tua ignoranza soggettiva (la tua equazione personale); di contro alla nostra oggettiva millenaria sapienza”. A questo punto ci scappa il sorrisino di superiorità dello psicologo sul prete “noi non ci comportiamo così!”. Invece falliamo allo stesso modo, tranne che ci attacchiamo ad una sapienza oggettiva solo centenaria. Anche le nostre psicologie sono religioni del libro (ciascuna scuola ha il proprio) e in riferimento ad esso è stata costruita una dogmatica ed una ritualità. Di entrambe l’ermeneutica è posseduta da pochi vescovi serviti da uno stuolo di ripetitori. Lascio cadere qui la digressione, che però non è di poco conto.
Resta acquisito che il sesso tra il terapeuta maschio e la paziente femmina è la frattura che ci può aiutare a comprendere. Le fratture non sono soltanto punti di rottura, ma anche momenti di scoperta. Il sesso tra i componenti eterosessuali della coppia analitica è un accidente consegnato alle magagne di pochi analisti, malati o male analizzati, o è una condizione con la quale tutti gli analisti devono confrontarsi? Perché alcuni sommi hanno fatto sesso con alcune loro pazienti? E come sono da considerare i frutti di tali scelleratezze? Voglio provare a prendere sul serio queste domande con spirito laico, cioè con il coraggio dell’intelligenza e la mansuetudine della misura (se è possibile!).
Pago pegno a Guggenbühl-Craig. La distruttività interna alla psicoterapia è una condizione inalienabile e rimanda all’ombra del potere che cresce con il crescere della stessa situazione psicoterapeutica. Questo è il primo messaggio, asciutto, tagliato con l’accetta del vecchio di Zurigo. Il ciarlatano, il falso profeta, il lucifero, sono scansioni del problema del potere in psicoterapia; problema che può essere affinato, ma mai eliminato. C’è qualcosa di tragico nel nostro lavoro in quanto viene costellato proprio l’opposto di ciò che si voleva raggiungere. Lottiamo per portare la luce della consapevolezza nei dolori umani, e ogniqualvolta ci riusciamo l’opposto si costella nell’inconscio e provoca danni. Si attiva nel nostro stesso inconscio. La situazione si fa paradossale: più lo psicoterapeuta è consapevole, più diventa inconscio; più purifica l’arte di aiutare gli altri, più si trasforma in un pericolo per qualcuno. La luce gettata in un angolo in ombra della stanza, immergerà nell’oscurità gli altri angoli.
L’Ombra è una condizione che non può essere superata, risolta. L’Ombra è la dinamica stessa del processo conoscitivo ed individuativo. Gli ideali, i punti fermi, le conquiste i raggiungimenti, non sono mai tali, ma solo degli avvicinamenti. Se non venissero erosi dall’interno (come il frassino cosmico mangiato nelle radici dal serpente delle mitologie nordiche) non avremmo evoluzione. L’Ombra personale distrugge gli ideali dell’io e lo costringe all’eroico, infinito, rilancio nel quale consuma la vita. L’Ombra collettiva demolisce la civiltà e scrive il divenire della Storia. Ma più insidiosa di tutte, più marchiante, è l’Ombra archetipica, il male stesso. Lo sviluppo psicologico non può prescindere dal contatto diretto col male. Non illudiamoci, non chiamiamolo confronto; non ne usciamo vincenti: ripetutamente il suicida e l’assassino che in noi sono espressi dal male, distruggeranno ciò che abbiamo costruito e guasteranno le cose importanti. Questo avviene precisamente in noi psicoterapeuti bravi, che mettiamo il cuore nel lavoro.
E Guggenbühl-Craig va ancora oltre: da questo contagio non ci aiuterà a sottoporci a nostre nuove analisi. Di scarso aiuto è anche l’aperta discussione con i colleghi. L’analista non aiuta lo psicoterapeuta, lo rende impotente (cito capitoli devastanti del libro di Guggenbühl-Craig); lo psicoterapeuta ha bisogno di un confronto erotico al di fuori della struttura analitica. Lo psicoterapeuta (quello bravo che mette il cuore nel lavoro) si rapporta alla propria individuazione e questa è cosa diversa dalla propria salute. Il confronto con l’Ombra – sommamente con l’Ombra archetipica – avvia verso l’individuazione ridando fluidità alla psiche irrigidita dello psicoterapeuta . Guggenbühl-Craig sostituisce spesso processo di individualizzazione con salvezza e la svincola dal benessere. La nostra salvezza sta nel coraggio di lasciarsi ferire dalla vita e di vivere la morte in noi; anche se questo ci costa la vita.
Anche il sesso si porta dietro un’ombra. Il sesso è l’aspetto corporeo dell’incontro tra due persone. La psicoterapia, per funzionare, deve essere ad alta tensione erotica: solo il ciarlatano evita questa richiesta e si richiude in un rapporto autoerotico. Ma nel sesso si esprimono sia il desiderio che la distruttività; la sessualità rivela l’amore e l’odio. Un sesso normale può scaturire sia dall’odio che dall’amore. Concordo che il corrente pregiudizio deontologico che recita che più una paziente o un lato interno dell’analista, spinge per concretizzare il sesso nella coppia analitica, più è probabile che la sessualità avrà un carattere distruttivo: è pensabile che la paziente attraverso un coito voglia abbattere la potenza (reale o solo attribuita) dell’analista. “Ti amo follemente per poterti uccidere in quanto non reggo la tua superiorità che mi riconsegna alla mia vergognosa pochezza!”. Insomma un agire l’invidia del pene. Sarebbe tutto chiaro, ma Guggenbühl-Craig inserisce una variante sconsigliabile ai neofiti.
La psicoterapia è un rapporto tra due persone; rapporto che si muove nel dominio della fantasia. Coloro che vogliono afferrare il mistero del rapporto con l’intelletto, diranno che rapporto significa vedere l’altro così com’è, riconoscere la persona che l’altro è. Nella coppia analitica l’analista deve avere questo ruolo da illuminato illuminista. Però il rapporto non è statico, è vita in divenire. Il passato, il presente e il futuro si impastano in qualcosa di creativo. Il luogo di siffatta inventiva è intessere fantasia sull’altro. Queste fantasie hanno poco a che vedere con proiezioni artistiche. Nel transfert noi vomitiamo sull’altro immagini che provengono dalla nostra biografia. Queste immagini hanno poco dell’altro e quasi tutto di noi. Ma la psiche è sempre ricca di nuove possibilità: ri-crea se stessa in continuazione. Così come aveva inserito l’archetipo dell’invalido al posto di quello del bambino, per decifrare l’impantanarsi della psicoterapia nella meccanica transfert / controtransfert, ora Guggenbühl-Craig introduce l’idea di esplorazione immaginativa dell’altro per certificare la posizione di maggiorenne dell’analista. In fondo era frustrante pensare la coppia analitica come formata da due perenni infanti minorati, sempre nell’atto di eruttarsi addosso la propria insuperabile infanzia sotto le vesti di provocazioni di transfert e di reazioni di controtransfert. Se è così vuol dire che la psicoterapia non serve a niente: l’analista non esce mai dalla propria minorità e il paziente non evolve. Tanto vale chiudere la baracca con appeso cartello “fallimento”.
Incontrare l’altro in modo creativo significa intessere fantasie su di lui esplorandone le potenzialità. Queste fantasie non sono mai vere nel senso di aderenti alla realtà fattuale, ma sono vere in senso simbolico. Secondo Guggenbühl-Craig “analista e paziente si esplorano continuamente con la fantasia e hanno ciascuno delle immagini fantastiche sull’altro”. Sono queste fantasie dell’analista, anche se inespresse, che influenzano il paziente risvegliando in lui potenzialità latenti. Poco si parla delle nostre fantasie sui nostri pazienti perché vengono fraintese e derubricate quali espressioni di controtransfert; l’analista è indotto a vergognarsene. Sono, invece, il principale erogatore di energia alla trasformazione del paziente dalla condizione di malato a quella di un umano con un destino da adempiere ed una destinazione da raggiungere.
Non ho introdotto il concetto di esplorazione immaginativa per giustificare la pratica genitale tra analista e paziente; ma i distinguo esistono e non tutte le notti sono ugualmente nere da mettere l’uniforme a tutte le vacche. La utilizzerò più tardi, per rendere meno stupida la risposta alla terza domanda.
Quindi il sesso riguarda tutte le situazioni di psicoterapia quale possibile estensione corporale di un incontro umano per definizione ad altissimo coinvolgimento e rischio emotivo. Come sono da considerare le storie di sesso avute da alcuni sommi nostri padri? Intanto ciò che sappiamo è solo una parte di ciò che è stato, per evidenti motivi di riservatezza e di amor di patria – ma questo conta poco, visto che ragiono in termini di esemplarità e non di verità scientifica.
Quod licet Iovi non licet bovi. La sapienza latina è applicabile alla domanda posta sopra? Chiariamo chi è Giove e chi è bove. Giove è il creatore del tempo olimpico, un kairos che ha dominato le coscienze fino all’editto di Teodosio il Grande del 390 d.C. che lo dichiarava detronizzato e depotenziato nel ruolo di demone maligno. Noi, come coscienza collettiva dell’Occidente, siamo figli del successore, del giudeo Gesù detto il Cristo; Giove è a pieno titolo storico nostro nonno perché col suo nome e con le sue rappresentazioni ha plasmato lo stile di pensiero e di azione di coloro che ci hanno preceduto, da almeno il 1500 a.C. Ha dato forma alla coscienza greco-romana dalla quale ci onoriamo di derivare. Sussume la massima condensazione di energia contenibile in un preciso e limitato momento storico.
Il bove è un toro divenuto amabile perché condotto ai più miti sentimenti da una operazione chirurgica detta castrazione che gli ha tolto il rosso dagli occhi e il fumo dalle narici, nel mentre lo ha convinto a portare sulle sue solide spalle il giogo. Castrare e aggiogare finiscono per coniugarsi assieme. Il bove ha rinunciato alla procreazione ed ha abbracciato il servizio, il sacrificio. E’ bove chi non è in grado di essere creativo e paga il pedaggio terreno con la devozione (e a me questo sembra giusto). Giove produce dal nulla , il bove è utile operando a vantaggio degli altri. Tra di loro si instaura una gerarchia, una verticalità di diritti che li separa sempre più. Al bove deve essere categoricamente vietato ciò che è lecito, doveroso per Giove. La canzoncina scurrile che pone la domanda sui nostri padri e conclude, in coro, “e noi che figli siamo” ecc reclamando uguali opportunità, è una misera illusione. “Noi che figli siamo” ci stiamo fermi, pena severe sanzioni. Jung scopava alcune pazienti; Ferenczi anche e Freud colludeva con lui tenendolo informato sui sentimenti dell’amata Elma Palos nel mentre l’aveva in trattamento analitico. Freud poi, horribile dictu, analizzò la figlia con la motivazione, degna della hibris greca, “generata da cotanto padre, da chi mai potrà accettare di essere analizzata?”. Anna Freud ce l’aveva d’oro la psiche! Insomma uno scenario di figure bizzarre e di afflizioni degne di comparire nella raccolta di xilografie oscene nelle quali gli alchimisti rappresentavano i loro deliri. Ma sono simili alle mostruosità, inganni,violenze, perpetrate da nonno Giove: a loro è concesso; per noi sarebbe l’espulsione dalle varie chiese di appartenenza.
Giove rapiva, stuprava e generava figli. Cosa è venuto fuori, dal punto di vista della psicoterapia, dalle vergogne dei padri? Eterogenesi dei fini, dallo scandalo è scaturita la normalità. Anna Freud, espressione di una deformità analitica, ha generato fior di analisti, con largo corredo di pazienti. Noi studiamo i suoi libri e su di essi veniamo selezionati. Sul cattivo esempio dato da Jung voglio spendere qualche parola in più. Dopo il chiasso fatto da Carotenuto ad amplificazione delle rivelazioni di Bettelheim, Jung è stato inchiodato alla croce chiamata Sabina Spielrein. Ha subito, ultima violenza, lo scempio di una filmologia di serie C 2. L’analisi tra i due meschini durò due mesi. Quattro anni dopo, quando la Spielrein da pazza era diventata dottoressa, tra i due ci fu una tempestosa storia di sesso con aggressione e ferimento di Jung da parte della dolce Sabina. Jung, preso dall’interesse per l’occulto, era convinto che tra di loro intercorresse telepatia, una vera anima gemella. Dopo l’intervento di Freud per districare la situazione, la Spielrein continuò a sentirsi ferita dalla relazione e a ragionare – un po’ paranoicamente – in termini da essere stata usata. Non ho capito perché questa storiaccia sia divenuta una icona. Una verità storica, un fatto, è degenerata in una fonte di falsità. Viene citata di monito per dimostrare che il transfert non si esaurisce con la terapia (anche se essa ha un esito felice). Gli studi Pfeffer (1963 -1993) sono la pietra tombale del trattamento analitico: il transfert non si risolve e persiste negli anni anche se si fa un po’ più ragionevole. Questo comporta che non ci possono essere relazioni sessuali, ma anche di lavoro o sociali tra terapeuti ed ex pazienti perché il loro incontrarsi riattiva le tempeste transferali. I soloni americani che ragionano così, Rutter, Gabbard, Strean, Lester, per citare quelli tradotti in italiano e conosciuti da tutti, ci condannano alla chiusura dei nostri istituti di formazione. E’ impossibile evitare rapporti di lavoro con i nostri maestri o con i nostri allievi, questo alla faccia della persistenza del transfert. I confini post-analitici del transfert sono un vero delirio che io recepisco come dimensione bizantina (nell’accettazione di decadenza sostanziale in un eccesso di formalità) della pratica psicoterapia e annunzio della sua morte storica. L’Associazione psicologica americana dal 1992 proibisce i rapporti sessuali tra terapeuta e paziente per i due anni che seguono alla conclusione della terapia. Si sta prendendo fior di denunce perché ciò costituisce un’infrazione al diritto di ognuno di stare assieme a chi vuole (maggiorenne e consenziente) e contemporaneamente un’invasione giuridica di un codice deontologico professionale al di fuori del tempo della prestazione professionale. Insomma il prete cacciato dalla finestra ritorna dalla porta con corredo di velluto rosso e marcia trionfale: analista in eterno! Confido che uno Stato ancora laico e avvocati vocati al Diritto ci eviteranno quest’aberrazione.
Altro uso osceno della storiaccia tra Jung e la Spielrein è contenuto nel lavoro di Kerr Un metodo molto pericoloso. Il suo studio verte sui temi psicologici dei loro scritti scientifici di quel periodo. Jung ne esce come un ossessionato dall’immagine della madre incestuosa e pantoclastica.
La Spielrein scrive della sessualità in termini della dissoluzione del sé. L’io resiste alla sessualità elaborando difese che prendono la forma di immagini interne di morte e distruzione. Resto basito da siffatta strumentalizzazione. Temi (la connessione tra sessualità e morte) che per secoli hanno plasmato la cultura invadendo anche il linguaggio comune, vengono impiegati quale prova indiziaria della colpa dei due meschini: non dovevano farlo, sono caduti in errore e hanno a tal punto perso l’orientamento da non vedere che il loro male teorizzandolo ed esprimendoli nei loro scritti scientifici.
Meno male che c’è Hillman che ci immette in carreggiata col suo bel capitolo Psicologizzazione o visione in trasparenza (Re-visione della psicologia): l’anima ha bisogno di idee sue proprie; le idee ci danno gli occhi per vedere; quando un’idea trova posto dentro di noi muta anche la pratica, perché l’idea ha aperto l’occhio dell’anima; e le idee proprie dell’anima sono quelle della morte, della diversità e della patologizzazione. E di grazia uno psicologo di cosa deve occuparsi se non delle idee che esprimono l’ineluttabilità della patologizzazione !?
Voglio proporre un’icona sconosciuta, o meglio non riconosciuta come tale. E’ sempre in riferimento alle scopate analitiche di Jung. Foto di gruppo del Congresso Psicoanalitico di Weimar del settembre 1911. In prima fila sono sedute sette signore. Emma Jung è solare, bella, matronale. Dietro, il marito, curva il suo metro e 90 per non offuscare Freud che gli è vicino. Due posti dopo Emma, c’è un volto da scimmietta ombrosa: è Toni Wolff. Paziente, allieva, amante per tutta la vita di Jung. Una trasgressione continuata, proclamata, non redenta da un matrimonio riparatore, non nobilitata dall’accettazione del collettivo: sempre motivo di imbarazzo nelle riunioni psicologiche a Zurigo e dintorni – come testimonia B. Hanna. Perché su Toni Wolff e Jung non si sparla, non si fanno filmacci, non si sale in cattedra per fare prediche? Tutto insabbiato nel silenzio. Jung no ,aveva scritto – ormai ottuagenario – lunghe pagine per raccontare il ruolo di musa ispiratrice rivestito da Antonietta Lupo nell’elaborazione del suo pensiero. Gli eredi hanno tagliato; gli storici della psicologia, gli scrittori di biografie, sono distratti, svogliati nell’indagare, nel cercare documenti e testimonianze. Perché? La mia opinione malevola è perché questa storia non fa scandalo, non c’è oltraggio al pudore, nessuno si deve vergognare di niente. Allora non interessa, non vende. Forse Jung e Toni Wolff sono incappati in quella esplorazione immaginativa dell’altro evidenziata da Guggenbühl-Craig. Forse si sono aiutati a dare culturalmente il meglio di se stessi e forse (visto che uno dei due era un genio, cioè un eroe culturale) la nostra riconoscenza per i frutti polposi di quell’incontro si manifesta nell’astensione dalla prima pietra.
Vado alle conclusioni. Ho cercato di sbirciare quello che avviene in psicoterapia attraverso fessure oscene, seguendo l’insegnamento che proclama che l’anima parla con un linguaggio esagerato e deforme. Percorrendo la strada dell’errore possiamo costruire, per contrasto, la norma. Volevo capire se la psicoterapia esprime una sua etica autonoma. Sono incappato nella codardia linguistica degli psicoterapeuti: non dicono quello che fanno e si appellano a virtù nomotetiche straniere rispetto alla loro origine. La psicoterapia è raccontata con idiomi che rimandano alla democrazia, alla buona volontà, alla progressione graduale, alla reciprocità, all’intelligenza intellettuale. Rispettare il paziente; aiutarlo a migliorare il suo stato; fare appello alla sua capacità di comprensione e di moderazione; esercitare la nostra benevola e astinente comprensione. Il tutto spalmato sulla linea dell’orizzontalità dove i valori sono certi e stabilmente definiti: il benessere del paziente è la meta da perseguire; l’onestà è il metodo da seguire; l’accettazione dei limiti è la modestia e la misura alle quali attenersi. Se fosse un programma politico questa etica proclamata dagli psicoterapeuti configurerebbe un partito cristiano di centro. Questo ho ascoltato: queste sono le chiacchiere. Invece ho visto altro. Jung diceva che aveva scritto Tipi psicologici per capire come Freud ed Adler si differenziassero. Amava ancora Freud, ma coglieva l’importanza del modo di essere terapeuta di Adler. Secondo il suo giudizio Adler si era fatto carico di rivendicare la pulsione di autoaffermazione individuale. Adler, per la prima volta, aveva posto in luce l’aspetto di potere nelle problematiche di nevrosi, “con ciò offrendo… rilevanti indicazioni e stimoli per la terapia.” Per Jung “… l’opera dell’intera vita di Adler costituisce una delle basi più importanti dell’edificio di una futura arte di guarigione psichica”. La psicoterapia è un viaggio nel potere: nel potere interno dell’individuo (paziente o terapeuta) e nel potere messo in azione dalla relazione nella coppia analitica. Non so in politica, ma nelle dinamiche psichiche il potere non è addolcito dal rispetto, non è possibile reciprocità. L’etica della psicoterapia – negata a parole, ma esperita nel farsi della terapia – è brutalmente raccontabile come l’incontro \ confronto \ scontro tra un superiore ed un inferiore. Gli svolgimenti transferali in psicoterapia dimostrano che il maggiorascato non è sempre e necessariamente appannaggio del terapeuta.
Questa è la descrizione esoterica, profana, crudele di un rito e di un mito sui quali la coscienza occidentale del novecento ha edificato su se stessa. C’è però anche un’altra lettura, esoterica, iniziatica, sacrale. Nel secolo del buio spirituale (il Novecento) la pratica di massa della psicoterapia ha permesso di conservare l’accesso al sacro nell’unico modo possibile: rendendolo clandestino nel mentre lo esponeva alla luce del sole, nel mentre lo sbatteva nel fango della via, nell’insipienza della vita quotidiana. In questa prospettiva le vicissitudini delle singole, irripetibili, psicoterapie, sono un’avventura alla ricerca della potenza. Questo termine va recepito nell’accettazione attribuitagli, per esempio, da Evola ne Lo yoga della potenza o in tutto il corpo dottrinale di Castaneda: immagazzina energia per l’immortalità. Una strada d’accesso alla potenza – anch’essa disonorata nel fango della via dal 1966 – è la pratica dell’alterazione della coscienza mediante il soma degli dèi, ovvero attraverso le sostanze psicotrope. Quest’aspetto della potenza è sempre assente nei resoconti sulla pratica della psicoterapia. E’ vicariato dalla sua ombra, il potere. Su di esso si riesce a sapere qualcosa. Ciò avviene per il modo naturale dei processi psicologici: in principio c’è la proiezione e di essa si diventa accorti nel momento dell’incontro con l’altro. Proprio questo succede in psicoterapia. Spostare la focalizzazione dall’offuscamento del potere alla nitidezza della potenza, equivale ad oltrepassare la necessità della proiezione e della terapia. Hillman è stato esplicito: la patologizzazione errata trasferisce l’importanza dal fare anima al fare terapia. Il fare anima si è confinato nella psicoterapia. Ciò è sfociato nel mettere la psiche nella “prigione della terapia professionale”. Lì avviene l’impantanamento chiamato transfert / controtransfert. Ma è giusto che avvenga così: non a tutti è dato l’accesso alla potenza: a molti è concesso di sguazzare nel letame del potere.

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