Il coso clinico. Potere iatrogeno delle diagnosi facili

Primum non nocere (Giuramento di Ippocrate).
Medice, cura te ipsum (Luca, 4, 23).

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Sono nato in un piccolo paese della Basilicata dove, come in tutti i piccoli paesi italiani, gli abitanti erano, e probabilmente lo sono ancora, soliti attribuirsi dei soprannomi, sia riferiti alla famiglia di appartenenza che al singolo individuo. Tali “nomignoli” rappresentano spesso delle caratteristiche peculiari delle persone alle quali si riferiscono, caratteristiche che vengono amplificate più o meno consapevolmente dai soggetti stessi che le evidenziano, soprattutto quando sono considerate virtù, fino a farne una sorta di caricatura permanente. Caricatura che identifica quell’uomo o quella donna all’interno della comunità e che ne connota l’identità. Si viene così a creare un personaggio insomma, creazione alla quale concorre sia chi il soprannome l’ha inventato e, spesso, sia chi l’ha ricevuto, maggiormente se egli ne fa motivo di vanto. 

Gli occhi miei di ragazzino si riempivano di meraviglia quando constatavo come ogni personaggio del paese recitava la propria parte, assumeva cioè il ruolo che da lui ci si aspettava mostrando gli atteggiamenti che attraverso quel particolare soprannome gli si conferivano. L’impressione che avevo e che in un certo grado mi turbava e mi infastidiva, era che l’appellativo fosse non solo conseguenza ma, in larga misura, anche causa del comportamento di quella data persona. In pratica si agiva in virtù del proprio nomignolo e di ciò che ci si sarebbe potuti aspettare da esso. Questo avveniva soprattutto quando l’appellativo era ben gradito dalla persona “portatrice”, quando invece quest’ultima lo avversava, nella maggior parte dei casi, si verificavano delle vere e proprie situazioni di stigma. Nomi che riprendevano ed evidenziavano difetti fisici, caratteriali, comportamenti eccentrici e preferenze sessuali, vere o presunte che fossero, finivano con l’etichettare, l’emarginare, l’isolare quella persona fino a che, sotto l’influsso di chi ingiuriava per mezzo di quell’etichetta e attraverso un meccanismo di profezia auto-avverantesi, il malcapitato non finiva per comportarsi ed assumere le caratteristiche con le quali veniva stigmatizzato. Ovviamente se la conoscenza di quella persona era maggiormente approfondita ci si rendeva conto che la caricatura, proprio perché tale, era esagerata, ma agli occhi della comunità ciò non importava, agli occhi del gruppo si rimaneva sempre “diagnosticati”. Utilizzo questo termine per introdurre il vero argomento di questo articolo: siamo sicuri che non succeda la stessa cosa con le diagnosi psichiatriche? Siamo sicuri che non si verifichi la stessa dinamica anche in quei contesti dove, per esigenze ed intenzioni sicuramente nobilissime, si utilizzano etichette diagnostiche che connotano il comportamento delle persone? Siamo sicuri che non si verifichi un meccanismo del genere nelle nostre scuole dove negli ultimi anni, da quando siamo maggiormente “sensibili” al problema, si è verificato un aumento esponenziale di bambini con ADHD e DSA? Utilizzo le etichette e non parlo di iperattività e dislessia ed altri “disturbi”, per enfatizzare la tendenza, a mio parere ”oggettivizzante”, che sta assumendo una certa parte della psichiatria, della psicologia e, purtroppo, anche una parte delle istituzioni educative e degli operatori in esse coinvolti.

Lavorando nelle scuole sto assistendo ad un proliferare di screening, di valutazioni, di diagnosi e mi chiedo se tutto questo tran tran sia utile ai bambini e ai ragazzi. Ho l’impressione che sovente tutto questo sia determinato dalla smania interventista e medicalizzante che molti operatori del settore stanno assumendo come modus operandi e che a mio avviso riflette delle esigenze diverse da quelle che sono espresse dagli alunni e da un servizio educativo che sia efficace e veramente formativo. Credo che l’abusare dell’esercizio diagnostico porti ad assumere un atteggiamento pregiudiziale nei confronti delle persone con le quale abbiamo a che fare e questo per noi psicologi è qualcosa di assolutamente limitante poiché non siamo completamente aperti e ricettivi nei confronti della diversità ma, per una sorta di meccanismo difensivo, preferiamo imbrigliarla in “sigle di formaggi”: DOC, DAP, etc… A mio parere, approcciare ad un oggetto e tanto più ad una persona sapendo già chi abbiamo di fronte o comunque nutrendo delle aspettative rispetto al comportamento e all’atteggiamento che egli avrà nei nostri confronti, limita la nostra conoscenza. Ci offre sicurezza ma racchiude e vincola gli orizzonti possibili. Jung diceva che ogni nostra conoscenza è limitata da un archetipo e per poter conoscere in modo creativo, e quindi progredire, dobbiamo essere consapevoli dell’archetipo che ci guida e delle motivazioni inconsce ad esso legate. Gli scienziati questi pericoli li conoscono bene tant’è che organizzano disegni di ricerca in “doppio e triplo cieco” e utilizzano le meta-analisi per poi valutare i risultati ottenuti. Noi psicologi lo facciamo? Siamo consapevoli delle motivazioni di tipo economico, culturale, di prestigio o legate al semplice, ma non facile, “aiutare”? Il rischio è di avere molti falsi positivi che avranno conseguenze incalcolabili sulla vita delle persone. Pirandello sosteneva che ognuno di noi ha una o più maschere alle quali non può sottrarsi, pena la pazzia, ma diceva anche che con la giusta dose d’umorismo possiamo farne un buon uso e magari rivolgerle a nostro vantaggio. Credo ci sia il bisogno di rivitalizzare un nuovo umanesimo in quest’epoca ipertecnologica, una filosofia accorta e prudente che ci eviti di vedere quello che non c’è e di comprendere quello che invece è necessario fare per educare veramente. Perché non c’è violenza peggiore di quella perpetrata in nome di un ideale giusto. Violenza perpetrata da chi dovrebbe aiutarti, ed invece aiuta (forse) solo sé stesso.

 

2 risposte a "Il coso clinico. Potere iatrogeno delle diagnosi facili"

  1. io e la dislessia 27 marzo 2017 / 11:42

    sono completamente d’accordo con te, io da psicologo ho smesso di lavorare con diagnosi e trattamenti sui DSA, voglio cercare di eliminare quest’etichetta mettendo l’accento su quelle che sono le potenzialità di questi bambini e non sempre e solo le difficoltà.
    Grazie per l’articolo che hai scritto 🙂
    Benny

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