Gli odori della stanza d’analisi

di Alessandra Mosca

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È una calda giornata di inizio agosto. Parcheggio, scendo dalla macchina refrigerata dall’aria condizionata e vengo accolta da un gran caldo che mi fa immaginare che ci sia un fon acceso, senz’aria, solo il calore mi avvolge e per un attimo mi manca il fiato.  Mentre mi dirigo verso il portone del palazzo del mio studio, a passo svelto, quasi a voler fuggire da quel caldo soffocante, riesco a sentire il profumo dell’estate, il profumo del sole, del caldo che si mischia all’odore dell’asfalto e dell’aria bollente.

Salgo in studio, fa caldo anche qui, accendo l’aria condizionata e ripenso ad una persona a me molto cara, che mi diceva sempre, quando mi lamentavo per il troppo caldo, di non pensarci, altrimenti avrei sentito ancora più caldo.  Mi siedo, rimango immobile sulla mia poltrona che mi accoglie amorevolmente, in attesa che il refrigerio meccanico abbassi la temperatura nella stanza e mi raggiunga.  Non muovo nemmeno un muscolo, perché qualunque movimento mi farebbe sudare.  L’ambiente comincia a rinfrescarsi, azzardo qualche movimento, ora me lo posso permettere, e mi accomodo sulla poltrona, in una posizione in cui mi sento quasi accovacciata e mi lascio andare al mio pensare… mi abbandono alla memoria e le immagini che si creano nella mia mente mi portano a viaggiare nel tempo e nello spazio dei miei sogni, dei miei ricordi e delle mie emozioni presenti e passate.

È una mia grande passione l’odore, gli odori!  Gli odori hanno segnato la mia infanzia.  Il profumo di nonna che si impregnava nelle pareti della mia casa ogni volta che veniva a trovarci.  Riconoscevo il suo profumo per le scale quando tornavo da scuola e correvo a casa felice, sapendo che l’avrei trovata lì.  Ricordo l’odore di spezzatino a casa sua, quel profumo che sapeva di alloro, di una spruzzata di vino bianco e tanto amore.  L’odore di naftalina che si sprigionava ogni volta che apriva i suoi armadi, un odore così forte che mi faceva bruciare gli occhi e mi generava un senso di fastidioso stordimento ma che ho ricercato senza accorgermene, quando è morta, andando a riaprire quelle ante come nel tentativo di sentirla ancora viva, lì tra i suoi vestiti.  Questo caldo mi riporta indietro di tanti anni, durante i lunghi viaggi in macchina che facevo con mio padre per andare al mare.  La sua macchina puzzava di alcantara e sigaro, quanto amo l’odore del sigaro, eppure in quella macchina l’odore risultava nauseabondo, associavo quell’odore alla separazione da lui.  Mi portava dai nonni e per quella me bambina era insopportabile.  Certo, quando arrivavamo al mare, in un posto ancora tanto caro al mio cuore, la prima cosa che facevo era tirare giù il finestrino della macchina mentre papà stava ancora parcheggiando, per sentire l’odore di quel posto, un profumo di bouganville, di mare, di sabbia calda, di lavanda, di limone… mi sembra di poterlo sentire anche adesso.  Ogni città o luogo a cui io sia legata ha nella mia mente un profumo che lo definisce e che accende in me ricordi ed emozioni.  Riconosco le persone per il loro odore, la pelle delle persone che amo ha un odore speciale, che non confonderei con quello di nessun altro.  L’olfatto è senz’altro il mio senso più sviluppato.  È il senso primordiale, quello che permette al neonato di dare vita alle prime forme di relazione e di interazione con la madre.  Un neonato non ha altri canali, quello visivo o uditivo non consentono una discriminazione chiara, l’olfatto invece gli consente da subito degli scambi invisibili.  

In effetti, l’olfatto mi aiuta e mi guida anche nel mio lavoro, ci sono pazienti che portano in stanza profumi così dolci e appiccicosi da rimanere a lungo, anche dopo la fine della loro ora.  Una paziente che mi porta ad interrogarmi sul suo non-odore e che un giorno, durante una seduta, mi travolse con odori sgradevoli, molto persistenti con cui si è manifestata potendo, solo così, essere sentita da me…

Questo mio pensare viene interrotto dal suono del campanello, è arrivata una mia paziente. 

Giulia, è una ragazza poco più che ventenne, una brillante carriera scolastica alle spalle e un difficile inizio universitario. La seguo da più di un anno e fin dalla prima volta che venne da me, fui colpita dal suo profumo, fresco, leggero, allegro, dilagante.

Sdraiandosi sul lettino mi dice:

G. “Dottoressa, che buon profumo che ha questo posto”

Resto in silenzio, colpita da questa comunicazione… curioso come possa sorprendermi dalla comunicazione silenziosa degli inconsci… eppure io non dovrei stupirmene…

G. “È il profumo… è il profumo che sa di lei… questa stanza sa di lei, di noi”

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