Conversazione aperta

di Claudio Merini

immagine Merini

Uno studio in penombra. Seduto in poltrona, accanto a una finestra, un uomo sulla settantina sfoglia una rivista di psicologia. In sottofondo si sente il canto degli uccelli al tramonto. Sul tavolino di fianco alla poltrona c’è un libro di poesie di Mario Luzi: “Dottrina dell’estremo principiante”. Qualcuno bussa alla porta. 

L’ANZIANO. Avanti!

Un giovane sulla trentina, entrando. Ciao, scusa il ritardo: c’era un traffico micidiale!

L’ANZIANO. Stavo per appisolarmi con l’aiuto di questo gioiello dell’editoria psicologica (indica la rivista che ha in mano).

IL GIOVANE. Non ti piace? (Si accomoda in una poltrona messa perpendicolarmente rispetto a quella in cui è seduto l’anziano.).

L’ANZIANO. Non capisco quasi nulla di quello che c’è scritto.

IL GIOVANE. Hai sempre voglia di scherzare.

L’ANZIANO. Sto dicendo sul serio.

IL GIOVANE. Ma com’è possibile?

L’ANZIANO. Non ci crederai, eppure è così: dopo più di quarant’anni spesi intorno alla psicologia, a volte mi sembra di leggere una lingua straniera.

IL GIOVANE. Allora io non dovrei neppure tentare di leggerla.

L’ANZIANO. Tu sei ancora in grado di sforzarti, di cercare di adeguarti a qualcosa che non senti tuo. Io da tempo ho perso le motivazioni per fare questo sforzo. Capisco quel che capisco, il resto lo lascio scorrere via.

IL GIOVANE. In effetti mi sforzo molto per trovare un senso in molti articoli di psicologia.

L’ANZIANO. E ti sembra giusto?

IL GIOVANE. Beh, fare fatica è una condizione necessaria per progredire – me l’hai insegnato tu.

L’ANZIANO. È vero. Ma viene un momento in cui bisogna andare dietro a se stessi, fuggire dal rumore, incontrare solo ciò che ti viene incontro.

IL GIOVANE. La via della saggezza?

L’ANZIANO. Ripiegamento narcisistico senile. Vuoi un tè?

IL GIOVANE. No, grazie, sono già abbastanza nervoso.

L’ANZIANO. Come mai?

IL GIOVANE. Non lo so. Forse non sono portato per questo lavoro. Mi lascio coinvolgere troppo. Mi bastano due sedute di fila e mi sento a pezzi.

L’ANZIANO. Beh, vuol dire che fai sul serio.

IL GIOVANE. Così non arriverò alla pensione.

L’ANZIANO. Potrebbe essere un vantaggio.

IL GIOVANE. Non è uno scherzo.

L’ANZIANO. Comunque essere coinvolto ti permette di capire un sacco di cose, di capirle in diretta, sulla tua pelle.

IL GIOVANE. Ho una paziente che mi sta tritando.

L’ANZIANO. Ti stai facendo tritare da una paziente.

(Pausa)

IL GIOVANE. Mi tira giù nel gorgo della sua depressione e contemporaneamente mi chiede di tirarla fuori.

L’ANZIANO. Glielo hai detto?

IL GIOVANE. No.

L’ANZIANO. Perché?

IL GIOVANE. Non lo so, mi sembra così fragile… Ho paura di ferirla.

L’ANZIANO. Hai colto qualcosa di importante del gioco che lei fa con te, hai colto il fenomeno. Ma la motivazione profonda di questa donna quale potrebbe essere?

IL GIOVANE. Forse vuole essere curata.

L’ANZIANO. Forse… Ma come mai allora tu senti che non puoi dirle niente?

IL GIOVANE. È troppo fragile, te l’ho detto.

L’ANZIANO. Così fragile che ti ha messo al tappeto.

IL GIOVANE. Cosa vuoi dire?

L’ANZIANO. L’effetto che fa su di te non è casuale. È vero, tu ci metti del tuo nel determinarlo, ma l’altro cinquanta per cento lo mette lei. Mi chiedo se quello che tu provi – il tuo sentirti tritato – non sia proprio ciò che lei vuole ottenere.

IL GIOVANE. E quale vantaggio avrebbe nel tritarmi?

L’ANZIANO. Mah… Prova a far lavorare l’immaginazione.

(Pausa)

IL GIOVANE. Questa è una donna abituata a subire dal marito, dai figli. In casa è una specie di zerbino. È lei, di solito, a essere tritata dagli altri… Nella relazione con me succede il contrario… Ma io dovrei essere integro per poterla curare, se è questo che lei vuole.

L’ANZIANO. Appunto: è questo che vuole?

(Pausa)

IL GIOVANE. Il potere… forse vuole il potere che non ha.

L’ANZIANO. O che dice di non avere.

IL GIOVANE. Possibile?

L’ANZIANO. Possibile. Guarda nel passato. Ti viene in mente qualcosa del passato di questa donna che abbia a che fare con il potere?

(Pausa)

IL GIOVANE. Sul momento no…

L’ANZIANO. E sul tuo?

IL GIOVANE. Sul mio che?

L’ANZIANO. Sul tuo passato

(Pausa)

IL GIOVANE. Nella mia famiglia il potere, in realtà, l’avevano le donne…  che erano bisognose di aiuto… Eh sì, questa storia di stare male e di aver bisogno dell’assistenza degli altri è un bel modo per tenerli in pugno, con la clausola “non mi dire cose brutte perché sono troppo fragile per sopportarle”.

(Pausa. L’anziano guarda il giovane)

L’ANZIANO. Lascia andare l’immaginazione, vedi dove ti porta.

(Pausa)

IL GIOVANE. Il potere… il potere di chi per convenzione sociale non dovrebbe averlo. Sì, ancora oggi una donna del genere – viene da una famiglia molto tradizionale – non può permettersi di combattere apertamente per il potere, deve sviluppare una depressione per averlo. Possibile?

L’ANZIANO. Perché no? La sua depressione potrebbe essere qualcosa che le procura diversi vantaggi. Ma non ti dimenticare di te, di quello che provi nella relazione con lei.

(Pausa)

IL GIOVANE.   La sai una cosa? Sotto sotto mi sento una merda. Proprio così.

L’ANZIANO. Uhm…

IL GIOVANE. Non so come mai, ma è così. È come se mi guardasse da un’altezza morale di cui non sono degno, anzi, di cui faccio finta d’essere degno. Durante le sedute con lei mi è capitato di pensare: “Se sapesse che razza di furfante sono…”. Incredibile.

L’ANZIANO. Uhm…

IL GIOVANE. Sai, è come quando da ragazzino ne combini una che i tuoi non devono assolutamente sapere.

L’ANZIANO. Dunque, tu sei il ragazzino e lei è la madre, o il genitore, un genitore molto severo.

IL GIOVANE. Già. Un genitore senza macchia, mentre io, adolescente brufoloso, sono cosparso di macchie… (Pausa) Macchie… Mi è venuto in mente un sogno fatto da questa paziente, in cui lei si guardava allo specchio e si accorgeva di avere il viso pieno di macchie nere.

L’ANZIANO. Ma tu cosa le hai combinato per sentirti una merda?

IL GIOVANE.   Mi sento inadeguato, come se fare il terapeuta fosse un ruolo che in realtà non è mio.

L’ANZIANO. Bella parte che ti sta facendo fare!

IL GIOVANE. Mi delega il compito di rappresentare la sua parte indegna, quella che lei ritiene indegna e quindi non accetta. È possibile o è una mia paranoia?

L’ANZIANO. Non hai perso il vizio di chiedere se qualcosa è possibile. Tutto è possibile; casomai si tratta di capire quanto è probabile, quanto è probabile che lei faccia uscire sulla scena del tuo teatro interiore il genitore severo e il ragazzino indegno.

IL GIOVANE. Ma non è che ci stiamo perdendo in fantasticherie? Magari non c’entra niente il potere, il genitore severo, il ragazzino indegno e via dicendo.

L’ANZIANO. Può darsi. Però fantasticheria fa pensare a qualcosa di estraneo alla realtà. Noi stiamo facendo una cosa diversa: stiamo usando l’immaginazione per fare delle ipotesi interpretative e l’immaginazione è associata all’emozione, che a sua volta è stretta parente della relazione, che è ciò su cui come terapeuti prevalentemente lavoriamo.

IL GIOVANE. In effetti la relazione è il nostro materiale di prima mano.

L’ANZIANO. Eh sì, molto meglio dei ricordi e meglio anche dei sogni, che però sono un mezzo insuperabile per giocare con l’immaginazione insieme al paziente.

IL GIOVANE. Lo chiami di nuovo così. Non avevi proposto di chiamarlo “interlocutore analitico”?

L’ANZIANO. È vero, accidenti! È che vengo risucchiato dalle abitudini e dal gergo professionale. Se mi senti ancora usare la parola “paziente” fammi un segno che mi rammenti l’errore. “Paziente”, che brutta parola! Mi fa venire in mente ospedali, ambulatori, l’odore dell’alcool. Terribile! E poi noi siamo medici?

IL GIOVANE. No.

L’ANZIANO. Dunque loro non sono pazienti. Noi facciamo qualcosa di completamente diverso da quello che fa un medico, non facciamo terapia. Noi accompagniamo delle persone per un tratto del loro viaggio, saliamo sul loro treno per un po’, nello stesso scompartimento – sperando di essere una buona compagnia e non dei rompiballe, come spesso succede sui treni.

IL GIOVANE. Ci saliamo con i nostri giocattoli.

L’ANZIANO.   Eh sì.

IL GIOVANE. Ma giocare è una strategia o un fine?

L’ANZIANO. Entrambi. Giocare è il luogo del benessere creativo, il luogo in cui si sciolgono i nodi nevrotici, in cui s’impara sia a stare con gli altri che a stare soli. Nel gioco si rimescolano le carte e si provano nuove soluzioni. La maggior parte degli interlocutori analitici non sa giocare o l’ha dimenticato o non lo fa perché pensa che sia una stupidaggine, qualcosa che non serve. Giocare con un altro vuol dire anche stare in un certo tipo di relazione. Anche noi da dieci minuti a questa parte stiamo giocando con l’immaginazione. Ti senti bene?

IL GIOVANE. Sì.

L’ANZIANO. Anch’io. Vuol dire che funziona.

IL GIOVANE. Ma noi non dovremmo lavorare per il benessere, dovremmo lavorare per far crescere le persone.

L’ANZIANO. Questa è una logica da flagellanti medievali, del tipo “se non si soffre non si guadagna il paradiso”. Tra l’altro, di solito, stare bene e crescere psicologicamente vanno di pari passo. Quando un interlocutore analitico comincia a giocare te ne accorgi subito: ti senti meglio anche tu.

IL GIOVANE. Giocare col linguaggio.

L’ANZIANO. Col linguaggio metaforico, che è il tipo di linguaggio più associato alle immagini e alle emozioni. Poco fa, per esempio, tu hai detto, riferendoti a quello che fa con te la tua paziente, “mi tira giù nel gorgo della sua depressione”. Che immagine forte! Tu che vieni risucchiato dalla sua depressione come da un gorgo e, aggiungo io, sparisci in un nero abisso acquatico. L’espressione che hai usato, riflettendoci, ci dice che rischi di non esserci più come individuo separato e autonomo per ritornare in uno stato indifferenziato e fusionale in cui forse lei ti vorrebbe.

IL GIOVANE. Questa è un’altra ipotesi ancora.

L’ANZIANO. È vero.

IL GIOVANE. Come scegliere?

L’ANZIANO. Non bisogna avere fretta di scegliere. E poi forse le ipotesi che abbiamo fatto non si escludono, ma si collocano su due differenti livelli evolutivi.

IL GIOVANE. Cioè?

L’ANZIANO. In fondo si tratta sempre di non stare soli. A un livello evolutivo più avanzato questo può essere ottenuto esercitando l’autorità e il controllo su qualcun altro, a un livello arcaico fondendosi con lui. Questi due livelli di funzionamento psichico possono coabitare e alternarsi sulla scena. Quando ti senti indegno funziona il primo, quando ti senti risucchiato nel gorgo è attivo il secondo, quello che mira alla simbiosi. Comunque, tornando alla forza immaginale del linguaggio metaforico, pensa come sarebbe stato fiacco se tu avessi detto “mi deprime” invece che “mi tira giù nel gorgo della sua depressione”. Ecco perché penso che uno psicologo dovrebbe prendere le distanze dal linguaggio specialistico e rivisitare il linguaggio quotidiano e quello letterario che sono ricchi di metafore e quindi di senso.

IL GIOVANE. Insomma, cosa c’è che non va, secondo te, con questa donna.

L’ANZIANO. Lei sta facendo il suo gioco, si sta facendo involontariamente conoscere. Sta a te rendere esplicito quello che sta accadendo tra di voi, stabilire dei nessi col suo passato e col presente fuori dell’analisi. Forse è solo questo che non va: non usi abbastanza quello che provi stando con lei per comprenderla e comprendervi, per poi restituirle il frutto della tua comprensione. Vedi com’è il linguaggio: “restituirle il frutto della tua comprensione” mi ha fatto vedere Adamo ed Eva mentre condividono il frutto della conoscenza – oltre che qualcos’altro. Una metafora della situazione analitica. Sai, durante le sedute, molto spesso vado dietro a queste immagini che mi vengono suggerite da ciò che dice l’interlocutore. Tanto tempo fa mi sono accorto che lo facevo istintivamente e ho imparato a servirmene nel lavoro.

IL GIOVANE. Anch’io qualche volta mi sono ritrovato a fare una cosa del genere, ma mi sembra che sia solo un mio divertimento.

L’ANZIANO. Difatti è anche un divertimento, un gioco per l’appunto.

IL GIOVANE. Sento che ho un sacco di strada da percorrere per diventare un bravo psicoterapeuta. Può darsi che non sia tagliato, che abbia sbagliato lavoro. A me sembra che ad altri venga più naturale calarsi nel ruolo.

L’ANZIANO. Uhm…

IL GIOVANE. Sento troppo il peso delle aspettative di guarigione.

L’ANZIANO. Tu senti di essere cambiato rispetto a… che ne so… cinque anni fa?

IL GIOVANE.   Sì, mi pare di sì.

L’ANZIANO. Senti di essere guarito da qualcosa?

(Pausa)

IL GIOVANE. No, i miei tarli sono sempre gli stessi.

L’ANZIANO. E cosa è cambiato allora?

IL GIOVANE.   È come se sapessi conviverci meglio.

L’ANZIANO. Dunque hai accettato di essere tarlato. Magari ogni tanto ti fai un trattamento antitarlo – cioè vieni qui a trovarmi – ma poi dopo un po’ trovi di nuovo quella monticciola di segatura fine che ti dice che il tarlo si è rimesso al lavoro, ma non ti sconvolgi più, non pensi più che il tarlo ti si mangerà tutto, oramai lo senti come una parte di te e quasi ti dispiace irrorarlo di nuovo con un antitarlo. Povera bestia, anche lei combatte per vivere!

IL GIOVANE. (sorridendo). Accidenti alle tue metafore! Dunque, sarei soltanto tarlato.

L’ANZIANO. Sì, siamo esseri umani e come tali siamo tarlati. E questa metafora del tarlo non l’ho tirata fuori io, ma l’hai pescata tu. Pescata, capisci? Pescata dal mare.

IL GIOVANE. Perché proprio dal mare e non da un fiume o da un lago?

L’ANZIANO. (posando una mano sul libro di poesie che è sul tavolino). Non lo so. Per me le metafore giacciono in fondo al mare. Bisogna interpellare uno psicologo archetipico per saperne di più. In quanto al fatto che non ti senti tagliato per fare lo psicoterapeuta, mi sembra una buona sensazione. Probabilmente ti aiuterà a non essere scontato, a non dare nulla per scontato. Uno psicoterapeuta è un cercatore di senso, a partire dal senso del suo essere psicoterapeuta e il non identificarsi del tutto nel ruolo lo tiene continuamente sul crinale che divide il senso dal non-senso: il crinale della creatività.

IL GIOVANE. Come ti senti nei panni di maestro?

L’ANZIANO. Mi ci sento comodo: mi stanno un po’ larghi. Sai, fare il maestro tutto sommato è facile: difficile è diventarlo, mentre esserlo agli occhi di qualcuno significa ben poco. Sarà un luogo comune, ma è vero che ci sono in giro tanti falsi maestri, gente che assume gli atteggiamenti esteriori del maestro, ma che dentro ha ancora bisogno di essere autorizzato da qualcuno o da qualcosa. Sono tenenti, colonnelli, generali. Vivono dentro una gerarchia, hanno la testa fatta così e non cambieranno mai. Hanno bisogno di subordinati attorno per sentirsi qualcuno, hanno bisogno di circondarsi di gente mediocre. Un buon allievo, al contrario, ha un suo talento particolare e un buon maestro dovrebbe aiutarlo a riconoscerlo, a esprimerlo e andarsene per la sua strada.

IL GIOVANE. E io che talento ho?

L’ANZIANO. Eh, ma sei pigro! Te l’ho appena detto: bisogna scoprirlo il proprio talento!

IL GIOVANE. A volte mi dico che avrei fatto meglio a scegliere un maestro più… diplomatico.

L’ANZIANO. Un maestro più diplomatico…  Sai che coppia sareste stati!

IL GIOVANE. Che vuoi dire?

L’ANZIANO. Se mi hai scelto ci sarà una ragione, no? È come per gli interlocutori analitici: non siamo noi che li scegliamo, sono loro a sceglierci.

IL GIOVANE. Lo fanno intuendo che siamo adatti per rimettere in gioco la loro problematica fondamentale.

L’ANZIANO. Lo capiscono subito, al primo incontro. L’inconscio sa bene cosa cerca e raramente si sbaglia. Naturalmente cercano qualcuno che sia abbastanza tarlato.

IL GIOVANE. Disposto a interpretare la parte complementare.

L’ANZIANO. Eh sì. È per questo che un terapeuta che ha bisogno di invischiarsi è spesso preferito – anche se poi rischia di essere poco terapeutico, proprio perché è inconsciamente portato a replicare il modello di relazione che è alla base dei problemi dell’interlocutore analitico. Quando il terapeuta si libera del suo bisogno di invischiarsi si predispone a fare altro.

IL GIOVANE. Bella prospettiva!

L’ANZIANO. Non ti preoccupare, sei abbastanza tarlato per fare questo lavoro almeno per una trentina d’anni. E poi c’è sempre la possibilità che tu non risolva mai la tua nevrosi.

IL GIOVANE. Grazie, molto gentile!

L’ANZIANO. Prego. (Alzandosi dalla poltrona) Allora io mi prendo un tè. Tu vuoi una camomilla?

IL GIOVANE (alzandosi anche lui). Vada per il tè.

L’ANZIANO. L’effetto camomilla te l’ho già fatto io, vero?

IL GIOVANE. In un certo senso sì!

L’ANZIANO (mentre i due escono di scena). E in quello contrario?

IL GIOVANE. Quale?

L’ANZIANO. Il senso, il senso contrario. Tutto quello che con le parole abbiamo accuratamente e inconsciamente tenuto nascosto.

 

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...