Un destino in bianco

di Irene Giancristofaro

immagine giancristofaro

All’inizio di un febbraio straordinariamente freddo, nel primo pomeriggio, Carla scese nel grande giardino di fronte casa e si diresse lentamente verso l’albero di noci che il suo papà aveva piantato in occasione della sua nascita, quarant’anni prima.  Nevicava abbondantemente da quasi tre giorni ed il cielo appariva di gesso. Sembrava che molte cose a lei famigliari fossero scomparse, come inghiottite dentro un grande spazio bianco, silenzioso ed inodore. Quel pomeriggio aveva deciso di lasciare per un po’ che la neve ricoprisse anche lei. Desiderava restare immobile in un tempo sospeso e sperimentare l’attesa che qualcosa potesse compiersi, sopportandone gli effetti. Intorno a lei tutto era sordo e muto, mentre nella sua testa c’erano tante voci ed immagini con cui dialogare. Sentiva, però, che c’era qualcosa di forzato nelle sue conversazioni come pure in quel silenzio. Da qualche tempo, un mondo nuovo aveva occupato una parte della sua anima in maniera disordinata. Una parte in cui sembrava che vi soffiasse sempre un vento di tramontana. Quella mattina, la madre era stata più irascibile del solito ed i suoi occhi piccoli ed acuti sembravano ancora più infervorati mentre luccicavano in preda ad una follia a loro sconosciuta fino a pochi anni prima. Quattro per l’esattezza, quando Carla si sentì dire da un neurologo che sua madre era affetta da una forma di demenza senile detta a corpi di Lewy, una patologia che allo stato iniziale non è facilmente distinguibile dall’Alzheimer. In quel momento comprese che la stava perdendo e che quella malattia avrebbe rosicchiato ricordi, emozioni, pensieri e parole, fino ad inghiottirle del tutto. Carla divenne la memoria di sua madre e per lei, da allora, fu tutti e nessuno. Vestì non solo i panni di figlia ma anche quelli di amica, di sorella e di madre, lei che madre non lo era mai stata. Iniziò a sperimentare l’imprevedibilità dei giorni, il peso dei dubbi, la rabbia dell’abbandono, la frustrazione dell’impotenza e l’angoscia dello smarrimento. Non aveva mai pensato che la follia potesse entrare nella vita delle persone in punta di piedi, quasi con discrezione, fino a quella sera di maggio in cui sua madre si spaventò per aver visto in giardino delle donne vestite di nero e la obbligò a chiudere bene il cancello, dopo essersi assicurata che fossero fuggite. Le donne, col tempo, divennero animali, parenti inopportuni, vicini insopportabili e familiari morti da anni, contro i quali la madre lanciava rabbiose offese ed imprecazioni, con occhi lucidi ed enormi nel suo viso acceso e contratto. Carla, all’inizio, decise di volersene occupare da sola. Non sopportava l’idea di dover affidare sua madre alle cure di qualcun altro. Uno sconosciuto che l’avrebbe lavata, pettinata, spogliata, imboccata e vestita come una bambina. Le sembrava quasi di poter consentire ad un estraneo di profanare un corpo che tante volte l’aveva accolta, come un luogo sicuro in cui trovare riparo. Inoltre, non voleva che qualcuno vedesse il corpo di sua madre nudo. La nudità rivela pudori e sofferenze, sottraendoli alla propria intimità. Con l’aggravarsi della malattia e l’impossibilità di contare sempre su vicini e parenti, decise di prendere una badante nelle ore in cui lei era fuori casa. Carla era figlia unica ed era arrivata quando nessuno se l’aspettava più. Dopo la sua nascita era diventata la ragione di vita dei suoi genitori che su di lei riposero delle grandi aspettative. Fu la prima della sua famiglia a diplomarsi ed ad andare all’università, laureandosi in psicologia con il massimo dei voti. Dopo la morte del padre, avvenuta un anno dopo la sua laurea, iniziò a lavorare part-time presso associazioni e cooperative con contratti a termine mal pagati, in cui svolse ruoli da segretaria e operatrice sociale. Mai da psicologa. Con il tempo, i contratti divennero sempre più distanziati e fu costretta ad accettare anche di lavorare in nero come baby-sitter o cameriera. Questi impieghi iniziarono a farle provare la sensazione di non andare mai da nessuna parte e di perdersi in intricati sentieri. La notte le accadeva spesso di sognare di non riuscire a raggiungere un posto verso il quale era diretta, di non trovare la strada giusta da percorrere, di prendere dei mezzi che la lasciavano in località sconosciute o di ricevere delle informazioni sbagliate da qualche passante a cui lei provava a rivolgersi. Restando immobile sotto la neve, Carla pensò di avere spesso l’impressione di non avere davvero nessun posto dove andare perché non le veniva concesso. Tutti avrebbero il diritto di avere un posto dove andare, pensava, poiché prima o poi si sente il bisogno di andare assolutamente da qualche parte! La stessa sensazione di smarrimento la ebbe quando sua madre cominciò a non riconoscerla più, ad attribuirle i nomi e le vite degli altri e a sentirsi disorientata anche in casa propria. Rabbrividì. La neve gelata le scendeva lungo il viso. Sentì il suo corpo che iniziava ad anestetizzarsi ed il piacere di provare una piccola morte. Provò il bisogno di lasciarsi andare cadendo all’indietro, come quando era bambina. Lo fece e, in quell’istante, le sembrò di essersi tagliata fuori da tutto e da tutti, come si fa con un colpo di forbice. ‘È strano’ pensò tra sé, ‘come si possa essere e non essere al tempo stesso. Essere per se stessi qualcuno e nessuno. Ora potrei scomparire sotto la neve e, tuttavia, continuare ad esistere. I luoghi intorno a me stanno diventando estranei. La neve modifica i paesaggi e nasconde le cose. Anche la malattia ha cambiato mia madre rendendola un’estranea e nascondendola persino a se stessa’. Provò a guardarsi attorno con gli occhi di lei e a sentirsi sola in un luogo che non riconosceva più. Era come perdere i consueti punti di riferimento e avere difficoltà a trovarne altri. ‘La mia condizione, per molti versi, è simile a quella di mia madre …’ pensò serrando forte le mascelle, ‘solo che io ne ho la consapevolezza … lei, fortunatamente, no’. Era già passata mezz’ora da quando era uscita in giardino e ritenne che fosse tempo di rientrare. Aveva lasciato la madre a letto per il consueto riposo pomeridiano e si sorprese trovandola in cucina che rimestava in una grande pentola poggiata su un fornello spento. Vi aveva messo dentro della pasta cruda, del formaggio, una cipolla e un pezzo di carne. Tutto insieme, disordinatamente. Aveva mangiato da poco ma continuava a portarsi del cibo in bocca. Indossava solo la camicia da notte, malgrado fuori si gelasse.

-Vieni mamma, lascia stare … ora siediti che ci penso io, le disse Carla abbracciandola piano. La madre provò a protestare e ad inchiodare i piedi a terra. Le gridò che stavano tornando suo padre e suo fratello dal lavoro e che doveva cucinare loro qualcosa. Poi, con uno sguardo implorante, la pregò di riportarla a casa.

-Sei già a casa mamma, le disse comprensiva Carla.

‘Devo rimettere tutto a posto’ pensò, ‘devo fare ordine’. La follia crea disordine, la pretende. Spesso si mostra insofferente verso chi tenta di scoraggiarla. In quei momenti alza la voce, dilata gli occhi furenti e sferra in aria colpi con forza. Confonde i ruoli, porta scompiglio, mina le sicurezze, dissimula i fatti. E crea illusioni. Carla prese sottobraccio sua madre per ricondurla a letto e consentirle di riposare ancora un poco. Mentre l’adagiava sul materasso si accorse che il pannolone era fradicio e che bisognava cambiarlo. La madre iniziò a protestare e ad imprecare verso colei che le alzava la camicia da notte. Provò a colpirla più volte sulle mani e sulla testa sentendosi violare nella sua intimità ma dovette presto arrendersi di fronte alla sua impotenza. Solo quando quelle mani a lei sconosciute terminarono di frugarla si lasciò avvolgere dalle lenzuola. Carla, appena uscita dalla camera da letto, si abbandonò ad un pianto silenzioso che sciolse i nodi stretti intorno ai suoi muscoli. Non riconosceva più sua madre che la guardava sempre storto e che irrompeva nelle sue giornate con il fragore dei tuoni di marzo. A volte le sembrava che sua madre fosse morta e che lei stesse vivendo un sogno. In quei momenti le tornavano in mente le parole di una canzone russa che aveva letto in un romanzo qualche tempo prima: Tu, sogno della mia mente, non mi pestar così per niente … Dopo essersi asciugata gli occhi, Carla li chiuse per un istante, sforzandosi di aggrapparsi a qualcosa che la conducesse per qualche momento lontano da lì. Decise di andare in camera sua e di iniziare a scrivere al computer un altro dei suoi racconti che teneva solo per sè. Era solito farlo in momenti come quelli. Le piaceva, la faceva stare bene. I personaggi l’assolvevano da se stessa, accompagnandola con discrezione dentro i suoi silenzi, cercando di stare tutti quanti dentro quella stanza. Una stanza che a Carla piaceva abbracciare con lo sguardo per sentirsi rassicurata. A volte, mentre scriveva, distoglieva gli occhi dal monitor e li dirigeva verso la camera di sua madre, trattenendo il fiato e tendendo l’orecchio per cercare di percepire qualche rumore insolito che lasciasse presagire una qualsiasi difficoltà. Tu, sogno della mia mente, non mi pestar così per niente …

 

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