La nostalgia in “Her” di Spike Jonze

di Donatello Giannino

immagine Giannino

In quel preciso momento l’uomo si disse: che cosa non darei per la gioia di stare al tuo fianco in Islanda sotto il gran giorno immobile e condividerlo adesso come si condivide la musica o il sapore di un frutto. In quel preciso momento l’uomo le stava accanto in Islanda.

(J.L. Borges, Nostalgia del presente)

 

Sin dalle prime scene di Her (Lei) di Spike Jonze (2013) ho avvertito dentro di me una sottile nostalgia che è andata via via ispessendosi man mano che i fotogrammi si susseguivano lentamente sullo schermo.  Durante l’intera visione il tempo sembrava essersi dilatato e sentivo nella mia mente sempre di più il bisogno e il desiderio di ricordarmi delle immagini e delle scene precedenti, proiettate poco prima dinanzi ai miei occhi, sforzandomi di analizzarli e comprenderli, e non godendo di ciò che stavo osservando e vivendo in quel momento; come se la mia visione fosse una visione in differita.

Uscito dalla sala cinematografica ho cercato di comprendere il senso di quel forte senso nostalgico che mi ha pervaso per tutti i 126 minuti di proiezione.

Ho sempre pensato alla nostalgia come a qualcosa legata ad una situazione di chiusura emotiva che non permette di guardare l’altro, l’altrove, al di là del tempo e dello spazio presente e futuro, bensì di rimanere legati a ciò che è passato, attraverso uno sguardo retrospettivo che contempli il Sé che è stato, in una sorta di regressione narcisistica. Una condizione dalle sfumature consolatorie, funzionale al proprio Io per potersi pensare e poter dire “sono stato vivo, un tempo, ma lo sono stato. C’è speranza!”; come se quel sentimento diventasse testimonianza di una vitalità che è esistita e che potrà ritornare in vita nonostante la caducità dell’esistere.

Scrive Pontalis: “Non è il passato che il nostalgico idealizza, non è al presente che volta le spalle, ma a ciò che muore. Il suo augurio: poter trovare ovunque – che egli cambi continente, città, mestiere, amore – il proprio paese natale, quello dove la vita nasce, rinasce. Il desiderio che la nostalgia reca in sé non è tanto il desiderio di un’eternità immobile ma di nascite sempre nuove. Allora il tempo che passa e distrugge cerca di mutarsi nella figura ideale di un luogo che resta. Il paese natale è una delle metafore della vita” (2001, p.39).

Il termine nostalgia deriva dal greco nòstos, tornare a casa o alla propria terra natale, e algos, che si rifà al dolore e alla sofferenza dello stare lontani, e significa appunto “ il dolore del ritorno”, in riferimento a quel sentimento che si prova per la lontananza da un luogo caro; ma come ben sottolineerà Kant nel suo Antropologia dal punto di vista pragmatico (1798), nella nostalgia non è presente il desiderio di ritornare in un luogo, ma il desiderio di tornare in un tempo che fu il nostro ma che non ci appartiene più.

Questo dispiegarsi della dimensione temporale evoca immancabilmente l’ombra dell’oggetto materno e, come sottolineato da Freud ne Il perturbante (1919), la spinta direzionale dell’uomo a far ritorno all’antica patria impossibile da dimenticare, in cui ognuno ha dimorato un tempo, la madre, la prima dimora.

Ma veniamo al film, cosa ci mostra Spike Jonze?

Her, vincitore agli ultimi Acadamy Awards nella categoria miglior sceneggiatura originale, è un film ambientato in un tempo e in un luogo indefinito, un futuro non distante dove la tecnologia la fa da padrona. Una Los Angeles dai colori pastello, sconosciuta, un luogo e uno spazio che è quello degli individui che la abitano, anonimi, anaffettivi, incapaci di esprimere le proprie emozioni, e per farlo delegano l’arduo compito a terzi.

Protagonista della pellicola è Theodore (Joaquin Phoenix) e di mestiere fa proprio questo, scrive lettere per conto di altri, lettere d’amore, di affetto, di sentimenti, emozioni che anche Theodore fa fatica a provare e che vive e sperimenta attraverso la vita e gli stati d’animo di persone sconosciute, proiettandosi nelle loro vite per non guardare a sé.

Theodore è un uomo solo, con un matrimonio alle spalle al quale non riesce a porre fine, a firmare le carte del divorzio. Un passato che tornerà spesso alla sua memoria attraverso flashback, schegge di una vita trascorsa con la persona che amava e con la quale è cresciuto, un passato che lascia una ferita difficile da risanare.

Le sue relazioni sociali si limitano a dialoghi scarni con i colleghi e all’avere un’unica amica di una vita. La sua vita procede in ricordi nostalgici della “vita che fu”, unico modo consolatorio di vivere il presente. Le giornate passano con Theodore alle prese con un gioco 3D con il quale dialoga e discute sui percorsi da scegliere, e le notti trascorrono con tele – chat erotiche con donne sconosciute che danno libero sfogo alle loro fantasie sado – maso.

Un giorno Theodore resta colpito, all’uscita dalla metropolitana, dalla pubblicità di un nuovo Sistema Operativo di ultima generazione: OS1, capace di adattarsi su misura all’utente. Durante l’istallazione l’OS domanda quale voce Theodore preferisca, se maschile o femminile, abitudini e il suo rapporto con la figura materna. A quest’ultima domanda Theodore riferisce che la cosa che trova frustrante nel rapporto con sua madre è che non lo facesse mai parlare, che fa pensare a una madre poco presente e attenta, quasi a suggerirci che la difficoltà di Theodore a istaurare un rapporto a due provenga dalla relazione con la figura materna.

Ed ecco che nasce Samantha, un nome scelto dall’OS, con una voce suadente, sensuale, che in lingua originale è affidata a Scarlett Johansson e nella versione italiana a Micaela Ramazzotti, che accompagna e seduce lo spettatore per tutta la proiezione.

Come Samantha stessa afferma il suo è un sistema operativo che apprende, attraverso i suoi utenti e l’esperienza, fino a provare delle vere e proprie emozioni.

Theodore e Samantha instaurano così un legame che si rafforza sempre più, fino a sfociare in una relazione amorosa. Samantha diventa per Theodore la compagna che ha sempre desiderato, attenta, empatica, comprensibile, capace di andare oltre il suo carattere introverso e scontroso, riuscendo a vedere in Theodore l’uomo sensibile e vulnerabile. Samantha è la sua donna ideale. Sarà lei che gli darà la forza e il coraggio per incontrare la sua ex moglie e mettere così fine al suo matrimonio. Samantha diventa sempre più funzionale a rafforzare lo stato narcisistico di Theodore, il quale in cambio le offre il suo mondo, le gite, le passeggiate sulla spiaggia. Samantha può così osservare il mondo, ma ciò che osserva è il mondo di Theodore, la sua prospettiva, diventando lei una proiezione narcisistica di Theodore.

Il corpo, come canale di sensazioni, emozioni, impulsi, non può essere concepito da Theodore che resta fissato in una posizione narcisistica (PN), chiuso in se stesso, impossibilitato ad aprirsi all’altro, ad accedere ad una posizione oggettuale (PO) che presuppone la presenza di una corporeità concreta (Giannino, 2013). Samantha tenta di introdurre un corpo, appunto un canale fisico tra i due, attraverso una ragazza che viene ingaggiata appositamente per questo gioco perverso, muta il cui unico scopo è quello di prestare il suo corpo a Samantha e offrirlo a Theodore, il quale non regge tale presenza. Theodore non vuole una relazione carnale, reale ma un oggetto d’amore idealizzato, unidirezionale, una relazione narcisistico – masturbatoria in cui poter fantasticare e inventare la presenza di un’alterità corporea. Sublime e a tratti sconcertante la scena senza immagini che ci offre Jonze in cui Theodore fa l’amore con Samantha, o meglio con la sua voce, quasi a voler indicare la direzionalità della sessualità in un futuro in cui il rapporto tra uomo e tecnologia sarà sempre più ravvicinato, puro onanismo.

L’incontro con la ex moglie lo mette di fronte al fatto concreto che Samantha non ha un corpo, non ha emozioni reali, ma questo non basta a smuoverlo dalla sua condizione; sarà la confessione di Samantha che gli rivelerà che oltre a Theodore si rapporta con altri migliaia di utenti e con alcuni dei quali ha intrapreso relazioni amorose. Tale scioccante verità mette in crisi tutto il suo sistema emotivo. Theodore comprende che non ha l’esclusività, il suo non è un rapporto straordinario e singolare. Nonostante questo sembra essere disposto ad accettare, pur a malincuore, questo dato di fatto, ma Samantha no, perché è destinata ad evolversi sempre di più, ad andare oltre la percezione umana. C’è l’addio e la confessione di Theodore che ammette di non aver mai amato nessun’altra come lei. Magistralmente la macchina da presa riprende la casa vuota, e Theodore solo che può finalmente pensarsi e ascoltarsi ed è pronto per scrivere una lettera, questa volta la sua lettera indirizzata a Catherine, che lo ha sempre incolpato del fatto di non riuscire a gestire e a sentire le sue emozioni e quelle altrui, al punto da costringerla a prendere degli antidepressivi per tenerla a bada:

Cara Catherine,

sono stato qui a pensare a tutte le cose per cui vorrei chiederti scusa. A tutto il dolore che ci siamo inflitti a vicenda. A tutte le cose di cui ti ho incolpato. A tutto ciò che volevo che tu fossi o dicessi.

Mi dispiace per tutto ciò. Ti amerò sempre perché insieme siamo cresciuti. E mi hai aiutato a farmi diventare chi sono. Voglio solo che tu sappia… che dei frammenti di te resteranno per sempre in me. E di questo te ne sono riconoscente. Qualsiasi cosa tu sia diventata e ovunque tu ti trovi nel mondo. Ti mando il mio amore. Sarai mia amica per sempre. 

Con amore, Theodore.

Ritornando al mio sentire nostalgico mi viene in mente una frase del film La grande bellezza (2013) che recita: “Che cosa avete contro la nostalgia? È l’unico svago che resta per chi è diffidente verso il futuro”. Un futuro così come proposto da Spike Jonze, in cui l’esperienza sensoriale e sensuale della corporeità viene meno, disorienta, ma sul finale ci lascia una speranza.

Theodore dopo aver scritto la lettera per Catherine raggiunge la sua unica amica Amy (Amy Adams), anche lei abbandonata dal suo sistema operativo, e insieme, due corpi, Theodore e Amy, sul terrazzo del grattacielo in cui abitano guardano dall’alto Los Angeles (il mondo) da un’altra prospettiva, osservando l’orizzonte, il futuro, che lascia sperare che ci possano ancora essere relazioni umane autentiche.

Ed è così che la nostalgia diventa una risorsa fondamentale per poter ripartire e godere della vita e di tutto ciò che la compone, di tutte quelle immagini, non più legate al passato ma al presente, e si spera anche al futuro.

 

Bibliografia

Borges J.L. (1981). Nostalgia del presente. In: La cifra. Milano: Mondadori, 1982.

Freud S. (1919). Il perturbante. OSF, vol.9. Torino: Bollati Boringhieri.

Giannino D. (2013). Amore e Narciso. Impronte,

http://www.rivistaimpronte.it/index.php?option=com_content&view=category&id=239&Itemid=296

Kant I. (1798). Antropologia dal punto di vista pragmatico. Torino: Einaudi, 2010.

Pontalis J.B. (2001). Finestre. Roma: Edizioni E/O.

Filmografia

Jonze S. (2013). Her. USA.

Sorrentino P. (2013). La Grande Bellezza. Italia, Francia.

 

Donatello Giannino

gianninodonatello@live.it

 

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