Tortura cinese

di Claudio Merini

immagine merini

Tanti a questo mondo apprendono soltanto ascoltando se stessi o almeno non sanno apprendere ascoltando gli altri.

(La coscienza di Zeno, Italo Svevo)

Da quanto tempo è che fa così? Secoli. Da quanti minuti mi bombarda? Trenta, solo trenta minuti e sono già tramortito. Ne mancano ancora quindici: un’eternità. Perché parla così forte? La sua voce è come un’onda d’urto. Una pausa, ti prego, fai una pausa! Hai paura di morire facendo una pausa? Hai paura che dica qualcosa che ti faccia perdere il controllo? Mi martella con le consonanti, mi assorda con le vocali. Mi sento come un pugile suonato che si appoggia alle corde del ring – lo schienale della mia poltrona – per non stramazzare a terra. La mente mi si appanna. Devo reagire.

– Come mai parla sempre così ad alta voce?

Cavolo, non mi ha sentito! Continua imperterrita nel suo monologo. Devo alzare il tono di voce.

– Scusi!

– Ha detto qualcosa?

– Sì, ho detto “scusi”.

– Perché?

– Volevo chiederle come mai parla così forte.

– Lo sa, è il mio tono, in famiglia tutti parliamo forte. Comunque le stavo dicendo che mio marito mi ha riportato…

– Non crede che sia il caso di riflettere…

– Come?

– Dicevo: non crede che sia il caso di riflettere su questo tono di voce suo e dei suoi famigliari?

– Ma è un fatto genetico, è così. Insomma, dicevo, mio marito mi ha riportato a casa un gattino…

Povero gatto. Ho letto che i gatti hanno un udito ultrasensibile. È come cercare di fermare uno schiacciasassi con una zeppa di legno. Ha ripreso il suo discorso come se niente fosse. Ora faccio un fischio. Vediamo cosa succede.

– Ha fischiato?

– Sì.

– Sa che lei fischia come mio marito? Lui lo fa anche col gatto. Io gli dico: “Guarda che non è un cane!”. I gatti bisogna chiamarli facendo “ccc, ccc”.

È pazzesco (detto da uno psicoterapeuta fa ridere). Forse se provassi a fare un rutto… Chissà, potrebbe essere più spiazzata da un rutto.

– … il gattino però preferisce stare acciambellato vicino a mio marito e questo mi dispiace davvero. Non capisco come mai, visto che sono io che gli do da mangiare.

Credo bene: alla sensibilità dei gatti non sfugge la mancanza di empatia.

– Provi a immaginare perché accade questo.

– Come? Ha detto qualcosa?

– Ho detto: provi a immaginare come mai il suo gatto preferisce cercare il contatto con suo marito.

– È per via della poltrona: è morbida. Quella dove mi siedo io è dura.

– Non ci potrebbe essere qualche altro motivo?

– No, è la poltrona. Ma comunque il punto è che mio marito ha portato a casa un gatto senza nemmeno chiedermi prima se ero d’accordo. Lui fa così: va per la sua strada fregandosene di me. Con lui non si riesce a fare una conversazione. Quando provo a parlargli risponde a monosillabi.

Che altro potrebbe fare, poveretto! Forse tapparle la bocca con del nastro adesivo, quello che si usa per i pacchi. Lui tra l’altro non è nemmeno pagato per essere assordato. Per quel che mi riguarda il pensiero dell’onorario mi aiuta a resistere. Ma comincia a non bastare più.

– … sì, insomma, parlare col muro è la stessa cosa.

– A proposito: anch’io ho qualche difficoltà a parlare con lei.

– Ma per lei è diverso. Lei è qui per ascoltare i miei problemi.

– Sì, però ogni tanto avrei anche qualcosa da dire.

– Beh, lo dica. Non dia la colpa a me. Lei è un tipo che parla poco, come mio marito. Glielo dico sempre di esprimersi di più, altrimenti gli sale la pressione.

Quanto lo capisco. Anche la mia pressione sta cominciando ad alzarsi. Lo sento.

– Parla, Ernesto, parla! Non far fare tutto a me, gli dico.

L’istinto è di metterle le mani al collo per farla tacere. Invece…

– Dunque lei si stanca a parlare così tanto.

– Per niente. Ho sempre molte cose da dire. È che vorrei più collaborazione.

– Da me non vorrebbe più collaborazione?

– Cosa c’entra. Lei è uno psicoterapeuta.

– E quindi?

– Lei mi sta distraendo da quello di cui le volevo parlare. Volevo parlarle di mia sorella e del suo disinteresse per le faccende di famiglia. Si fa gli affari suoi, esce con gli amici, va a ballare, ascolta la musica in camera, si chiude nel suo mondo come se fosse ancora un’adolescente e a me tocca farmi carico di tutte le beghe possibili. Se cerco di coinvolgerla, trova sempre una via di fuga. È abilissima in questo.

E la mia via di fuga quale potrebbe essere? Pensare ai fatti miei – tanto lei è completamente presa dal suo discorso e non se ne accorgerebbe nemmeno. Però non è corretto. Tante volte ho provato inutilmente a rompere questa dinamica. È un vero fallimento. Eppure lei non ci pensa proprio a interrompere. Ha trovato il terapeuta giusto per continuare a fare il gioco che fa in famiglia. Come si comporterebbe un altro marito? La pianterebbe in asso. Cosa farebbe un altro psicoterapeuta? Magari le direbbe: “Guardi, qui non caviamo un ragno da un buco. Forse è meglio che si rivolga a qualcun altro. Il mio supervisore mi ha giustamente detto che con questa paziente ripeto la relazione che ho con mia madre e non solo. Il problema d’essere il secchio in cui mia madre riversa i suoi pensieri martellanti non l’ho mai risolto. In fondo mi serve per nascondermi, per vivere sotto mentite spoglie, per tenere al riparo il mio spazio interiore senza rompere il rapporto. Sta continuando a parlare – non so nemmeno di cosa – e mi ha lasciato tranquillamente fare un pezzetto di autoanalisi. Proprio come succede con mia madre. Che pace perdersi nei propri pensieri! Non accorgersi più di quello che succede intorno, salutare la realtà esterna e perdersi in quella interna. Ormai non ho più dubbi: fondamentalmente sono un eremita.

– Lo capisce che razza di egoista è?

– Di chi sta parlando?

– Ma lei mi ascolta?

– Non sempre.

– Ah, giusto, fa parte del metodo dell’attenzione fluttuante.

– Non proprio.

– Comunque io mi fido di lei. Lei sa quello che deve fare. Non è come mio marito che si comporta come un bambino.

Impermeabile, totalmente impermeabile. C’è da non crederci.

– No, io non l’ascolto perché il suo è un monologo dove io non riesco a trovare spazio.

– Questa penso che sia una tecnica per provocare la mia rabbia, vero?

– No, non è una tecnica, è quello che penso.

– Certo, deve dire così altrimenti la tecnica non funzionerebbe. Ha ragione: dovrei esprimere di più la mia rabbia.

– Sa, a dire il vero sono io a provare rabbia ora.

– Eh, avrà anche lei i suoi problemi; lo immagino. Magari è arrabbiato con sua moglie.

– No, sono arrabbiato con lei.

– Guardi, è inutile che cerca di provocarmi. Io ora voglio solo parlarle di mia sorella.

– Sono arrabbiato perché non riesco a farmi ascoltare da lei.

– Provi a essere più carino con sua moglie e vedrà che poi l’ascolterà di più.

Ora do una testata al muro. Ma per fortuna non ne ho il tempo: l’orologio ha scoccato i tre quarti.

– Per oggi abbiamo finito.

– No, caspita! Ho una cosa importante da dire.

– Ne parleremo la prossima volta.

– Ho sognato che mia sorella veniva licenziata perché aveva fatto delle avance al suo principale.

– Non possiamo iniziare a lavorare su un sogno a fine seduta.

– Le dicevo di non preoccuparsi. Avrei parlato io col suo principale.

Mi alzo e mi avvio verso la porta.

Dove va?

– Il nostro tempo per oggi è finito.

– Lo vede, in fondo voglio bene a mia sorella – dice alzandosi. – È pur sempre la piccola di casa – continua mentre prende la borsa e il soprabito. – In casa era la preferita…

Non molla, ma io ormai sono alla porta d’ingresso. Faccio molta fatica a mantenere la calma. Mi parte un acufene.

– Ero molto gelosa di lei…

Apro la porta sorridendo a denti stretti.

– Ci vediamo la prossima settimana.

– I primogeniti sono quelli più rimproverati – dice fermandosi sulla soglia. Cosa faccio, la spingo fuori?

– Ne parliamo la prossima volta.

– Ah dottore, mi sono scordata di pagarle le sedute del mese – dice tornando sui suoi passi. Rientra nello studio, apre la borsetta e tira fuori i soldi dicendo: – Secondo me il sogno rappresenta il mio desiderio di aiutare le persone in difficoltà. Gliene ho parlato tante volte. Si ricorda quando le ho…

– Grazie – dico prendendo i soldi – la prossima volta le faccio trovare la ricevuta.

– Le avevo parlato del mio desiderio di fare del volontariato.

– Sì, me lo ricordo, ma ora dobbiamo proprio chiudere la seduta.

– Ma la seduta è già chiusa. Vede, sono in piedi.

Sorrido ingoiando rabbia. Apro il portone d’ingresso che nel frattempo avevo richiuso.

– Lei sa indicarmi un’associazione dove potrei fare volontariato.

– Così sui due piedi no. Buona giornata.

Finalmente esce. Ma quando sto per chiudere il portoncino sento che sta dicendo: – Mi piacerebbe un’associazione che si occupa degli anziani.

Faccio finta di non aver sentito e chiudo. Poi mi dirigo con un crampo allo stomaco verso il lettino e mi ci lascio cadere. Fuori c’è un bel sole e la luce morbida dell’autunno che sempre mi incanta. Le foglie della vite sono ormai quasi tutte rosse e si sentono i richiami ticchettanti dei pettirossi. Senza alzarmi, prendo un libro di poesie di Alda Merini, con la quale condivido il cognome, la conoscenza della follia e forse una lontana parentela. Rileggo le pagine a cui ho fatto “un’orecchia” e quasi subito trovo la poesia adatta al momento. S’intitola: “Ho bisogno di silenzio”.

Ho bisogno di silenzio

come te che leggi col pensiero

non ad alta voce

il suono della mia stessa voce

adesso sarebbe rumore

non parole ma solo rumore fastidioso

che mi distrae dal pensare.

Ho bisogno di silenzio

esco e per strada le solite persone

che conoscono la mia parlantina

disorientate dal mio rapido buongiorno

chissà, forse pensano che ho fretta.

Invece ho solo bisogno di silenzio

tanto ho parlato, troppo

è arrivato il tempo di tacere

di raccogliere i pensieri

allegri, tristi, dolci, amari,

ce ne sono tanti dentro ognuno di noi.

Gli amici veri, pochi, uno?

sanno ascoltare anche il silenzio,

sanno aspettare, capire.

Chi di parole da me ne ha avute tante

e non ne vuole più,

ha bisogno, come me, di silenzio.

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