Avversione e odio per l’esperienza emotiva

di Massimo Belisario

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L’emozione è l’elemento centrale di una terapia psicoanalitica, ed è il cuore pulsante della vita psichica di ognuno di noi. Ogni persona che riceviamo quotidianamente nella nostra attività di analisti ci chiede, indirettamente, di poter sentire o nuovamente sentire il movimento della vita in sé stessa. I vari quadri psicopatologici indicano il tipo di relazione che il soggetto intrattiene con il proprio mondo dell’emozione. Così l’ossessivo grave ci mostra la necessità di ridurre la sua vita emotiva al “minimo numero di giri” e per conseguire questo obiettivo si può avvalere di un uso smodato, eccessivo, del pensiero, che non viene quindi usato all’occorrenza, e del controllo. Il soggetto ha bisogno di rallentare la vita emotiva in lui, l’emozione non la può avvicinare più di tanto, la sente troppo incandescente, ed è per questo che generalmente ricorre alla psicoanalisi, per darsi una possibilità in alternativa a quel suo procedere emozionale. 

Anche altri quadri ci segnalano le varie peripezie che il soggetto ha escogitato per trattare l’emozione, per averci a che fare con cautela. Nino Ferro (2007), ci fa notare che il fobico ne sposta quote e le confina in aree della mente, in spazi psichici, che poi dovrà, sistematicamente, evitare. Il paziente ipocondriaco e quello psicosomatico la deposita nel corpo, il soggetto antisociale nel corpo sociale, lo psicotico la frammenta e la allontana in luoghi extrapsichici. L’emozione è una vera e propria “patata bollente”. Il narcisista e lo psicotico odiano l’emozione, sono così sensibili alle sensazioni e alle emozioni che si generano, in loro, soprattutto attraverso i rapporti, da non poterle sopportare e nella psicoanalisi occorrono anni di lavoro analitico per renderle avvicinabili, sopportabili, digeribili, trasformabili. Queste persone non possono aprirsi a investimenti oggettuali con naturalezza, se non in misura molto circoscritta, e sono sostenute dall’uso massivo di difese primordiali, in quanto l’incontro con l’altro attiva nella loro mente emozioni insostenibili tali da mettere a dura prova le loro capacità di contenimento e rappresentazione, così precarie.

Una mia paziente che chiamerò Antonella, funzionario di un ente, che seguo da alcuni anni a tre sedute settimanali, che solo nell’ultimo anno si è aperta di più alla frequentazione delle persone, e che alla sua età, 45 anni, si lascia solo ora avvicinare da qualche persona senza panico, quando numerosi mesi fa ricevette da un uomo che aveva iniziato a frequentare un mazzo di fiori inaspettatamente, dovette trovare subito una scusa per allontanarsi e fuggire verso casa sua perché in quel contesto non ce la faceva a sostenere quella emozione, aveva bisogno di stabilire una distanza anche fisica da essa. L’input esterno, il gesto gentile dell’uomo, aveva attivato una massiccia sensorialità interna e le aveva prodotto un maremoto emotivo. Lo stimolo la mise a contatto in se stessa con una esperienza emotiva violenta che non le consentiva di godere di quella che invece noi potremo chiamare, avendo strutturato un altro tipo di rapporto con l’emozione, una “bella emozione”. Per un individuo non attrezzato adeguatamente dal punto di vista psichico, come la donna che aveva un funzionamento narcisistico – anoressico – schizoide molto pronunciato, anche l’incontro con una emozione positiva può portare alla sensazione di essere “stuprati” e “violentati” dall’emozione, per cui la fuga e l’evitamento, finalizzato ad abbassare l’eccessivo “voltaggio” dell’emozione, diventa la strategia a cui il soggetto ricorre non potendo contare su adeguate funzioni contenitive, trasformative, alfabetizzanti per dirla con Ferro. A questi livelli di funzionamento, non disponendo il soggetto di uno schermo paraeccitatorio, l’emozione è destabilizzante e disorganizzante e può essere vissuta con odio.

Anni prima, la stessa mi riferiva, con grande angoscia e patema d’animo del fatto che ogni persona che si avvicinava a lei per conoscerla, per salutarla, per parlarle, suscitava in lei, immediatamente, o l’idea del maniaco, se si trattava di uno sconosciuto o quella di una seccatura se si trattava di un conoscente, per cui era costretta a percorrere in città stradine secondarie per evitare di incontrare qualcuno che potesse fermarla e parlare con lei. A quel tempo, l’incontro con l’inatteso ma anche con il familiare stimolava in lei delle emozioni insopportabili in quanto non equipaggiata psichicamente a sostenerle, per cui poteva sentirsi violentata dalle stesse. Era la proiezione delle proprie emozioni non sostenibili all’esterno, che portava all’idea dell’altro da se, come un maniaco. J. Grotstein (2004), l’analista americano analizzato da Bion, così si esprime quando tratta in una sua relazione questo tema : “Compito della psicoanalisi è aiutare l’analizzando a “sentire” le proprie “emozioni”. Le emozioni non sentite, cioè non accettate, formano il nucleo dei sintomi. Siamo recentemente divenuti familiari con entità come l’alessitimia e il disturbo di Asperger in cui il paziente non ha (o ne ha poca) consapevolezza delle proprie emozioni. Una delle cose che accompagnano questa difficoltà è l’assenza di empatia, un affetto che ci rende umani. Al giorno d’oggi la maggior parte degli analisti e degli psicoterapeuti trattano i pazienti che non sentono, che si rifiutano di sentire, o che sperimentano una sofferenza intollerabile quando sentono, comunque evitando di entrare in contatto con le proprie emozioni. Perciò, le emozioni e la loro controparte mentale, i sentimenti, costituiscono il principale contenuto della terapia e dell’analisi”.

Un film che si presta bene a rappresentare il contatto con le emozioni è quello del regista T. McCarthy (2007), “L’ospite inatteso”, dove è possibile notare che il rendersi disponibili verso l’emozione, l’inatteso, verso l’incontro con lo straniero (soprattutto quello in noi), può mettere in moto un’esperienza trasformativa, di crescita emotiva. Il protagonista, un professore universitario dopo aver perso la moglie vive un’esistenza monotona e noiosa, dove nemmeno più l’insegnamento universitario sembra stimolarlo. Per sostituire una collega si reca, controvoglia, ad una conferenza a New York, ma una volta in città scopre che l’appartamento di sua proprietà è stato affittato con un imbroglio a una coppia di immigrati. In una scena del film, mentre lui stava bevendo del vino, ad un certo punto si apre la porta di una stanza del suo appartamento da cui si vede uscire la coppia di immigrati e a questo punto sia la coppia che il professore pensano che è l’altro a trovarsi nel posto sbagliato. Immediatamente i due uomini ingaggiano uno scontro verbale e fisico poi però riescono a chiarirsi ed il professore invita la coppia di immigrati a lasciare il suo appartamento. Ma dopo l’iniziale avversione generata dall’emozione inattesa, il professore ci ripensa, li raggiunge e vedendo che non avevano dove andare per passare la notte decide di ospitarli, instaurando in breve tempo un profondo rapporto di amicizia con il ragazzo, che, tra l’altro, gli trasmette l’amore per le percussioni. Dopo un lungo letargo, nel film si vede il professore tornare a vivere.

Ma a livello cerebrale, neurobiologico, come si configura il rapporto con l’emozione? La neo-cortex e l’amigdala sono strutturalmente portate a stabilire tra loro una amicizia affiatata? È amore a prima vista? Ecco come si esprime il neurobiologo J. Ledoux (1997, pag.4) riguardo al rapporto tra le due differenti strutture cerebrali: “La connessione tra amigdala e neocorteccia non è simmetrica: l’amigdala proietta all’indietro sulla neocorteccia molto più fortemente di quanto lo faccia la neo-corteccia sull’amigdala…ne consegue che la capacità da parte dell’amigdala di controllare la neocorteccia è maggiore di quella da parte della neocorteccia sull’amigdala. Questo può spiegare perché è così difficile per noi spazzar via a volontà l’ansia: una volta che le emozioni sono entrate in gioco è molto difficile spegnerle. In più l’emozione rilascia nel corpo ormoni ed altre sostanze a lunga durata, che tornano al cervello e tendono a bloccarlo in quello stato: a questo punto è molto difficile per la corteccia trovare una via d’accesso all’amigdala e spegnerla. È per questo che probabilmente la terapia è un processo così lungo e difficile. La neocorteccia usa canali di comunicazione imperfetti per cercare di assumere il governo dell’amigdala e controllarla… mentre l’amigdala può controllare la neocorteccia molto facilmente, perché non ha che da eccitare una serie di aree cerebrali in modo non specifico. L’evoluzione del cervello è giunta a un punto nel quale non abbiamo abbastanza connettività per consentire ai sistemi cognitivi di avere un efficiente controllo sulle emozioni”. Dunque non solo a livello psichico ma anche a livello neurobiologico il rapporto con l’emozione è tutt’altro che facile!

Le considerazioni precedenti, quelle relative alla naturale difficoltà per un soggetto a rapportarsi individualmente con le proprie emozioni, ci riportano al nostro ambito, quello psichico, che come è noto, presuppone alla nascita di una persona la mediazione della mente dell’altro da sé per poter avvicinare e riconoscere le proprie sensazioni ed emozioni, per poterle contenere e pensare. Infatti sappiamo che è assolutamente necessario per ogni essere umano alla nascita, il rapporto con un adulto (la madre) munito di una certa statura cognitiva ed emotiva con cui vivere una lunga esperienza emozionale, e riuscire poi a introiettare quella funzione psichica (quella alfa per dirla con Bion) che consentirà al bambino di continuare a trasformare, anche singolarmente, sensazioni ed emozioni grezze in pensieri, per arrivare ad avere, per riprendere l’espressione di Ledoux, una propria neo-cortex con “abbastanza connettività”. Ma questo processo non è che l’inizio, non si esaurisce con le prime relazioni. Ad esempio nella nostra professione di psicoanalisti ci confrontiamo quotidianamente con la questione del prosieguo della crescita emotiva ed affettiva, innanzitutto ci riguarda personalmente e poi la ritroviamo costantemente nell’analisi con i pazienti e quella degli allievi in formazione, quindi psicologi e medici. A volte si osserva che queste persone si pongono in analisi con l’idea implicita di aver già conseguito e portato a termine la propria maturità affettiva ed emotiva così, per il solo fatto di avere una certa età cronologica, per l’aver vissuto esperienze e per il fatto di aver acquisito un buon bagaglio culturale, e a causa di ciò può capitare che nella terapia psicoanalitica si pongano con una impostazione di fondo, segnalata anche da un’illustre analista quale è Ogden T. (1989), che è quella del “soggetto che si difende dalla paura di non sapere”. Quando in analisi si presenta questo funzionamento può stare ad indicare che nel soggetto è attiva “una profonda avversione per il processo di crescita emotiva” e per “l’apprendere dall’esperienza” di bioniana memoria. L’idea di intraprendere una psicoanalisi personale attiva, in tutti i soggetti, paura e ostilità per l’esperienza emotiva, per la quale non ci si sente preparati. Ogden T. (2009, pag. 147) si sofferma su questo punto e afferma che: “la mentalità del singolo e dei gruppi è fondata sull’idea implicita di essere pienamente equipaggiati, per istinto, senza dover apprendere dall’esperienza emotiva, a sapere come vivere e come muoversi come un adulto maturo. Il gruppo (e l’individuo), teme e odia il fatto che l’immaturità sia una parte ineludibile della condizione umana e che il processo di apprendimento richiede che uno tolleri sentimenti di non sapere, di confusione e di impotenza”.

Concludo, tornando all’emozione nella clinica psicoanalitica, con il caso di una mia paziente che chiamerò Roberta, un’imprenditrice di 38 anni che viene da una città lontana e che seguo solo da un paio di anni a due sedute la settimana. Il contatto che la donna aveva con la sua vita emotiva può essere evidenziato attraverso alcuni sogni: un sogno d’inizio analisi, poi dopo circa cinque mesi un primo sogno relativo all’avvio di una processualità, un movimento attivatosi nella vita emotiva. Dopo numerosi altri mesi di terapia, due sogni che confermano il prosieguo ulteriore di un processo che si è messo in moto nel proprio mondo emozionale.

Sogno d’inizio analisi : “Sto camminando in una zona della mia città ad un certo punto vedo dei bambini su dei carrozzini ma questi sono come dentro del ghiaccio trasparente, poi non ricordo più niente”.

Sogno che segnala l’avvio di una processualità : “Sono in casa con mia figlia e ci sono anche altre persone, queste avevano appeso i loro cappotti all’appendiabiti, ad un certo punto questi cappotti si animano, diventano delle persone che non conosco che con fare minaccioso vanno verso mia figlia, allora io, mi precipito verso di lei per salvarla e poi mi risveglio..”.

Altri due sogni dopo numerosi mesi di terapia psicoanalitica: “Del primo è rimasta solo un’immagine, poi mi sono svegliata per l’angoscia. C’è mia figlia Carla, che è trattenuta per il collo, dalla bocca di un leone che la sballotta, la scuote, da tutte le parti. Del secondo sogno posso dire che è una scena che si ripete spesso nel sogno e trae spunto da una nuova attività che ho intenzione, nella realtà, di avviare, sempre legata a quella attuale e che consiste nel trasporto di rifiuti di materiale altamente esplosivo. Nel sogno vedo degli autotreni che trasportano questi rifiuti speciali e la scena si ripete tante volte”.

Non riporterò il materiale associativo ai sogni per una questione di spazio, quello che mi preme segnalare e che nel sogno di inizio analisi ci sono bambini ibernati, a indicare il fatto che la paziente ha dovuto ghiacciarsi, come estrema difesa per non sentire la potenza dell’emozione, di quelle proto-emozioni, appunto, non avvicinabili, dalle quali si dovette difendere spegnendo, gelando, il proprio sentire. Le emozioni primitive possono essere evitate, non sentite, congelando la stessa recettività del soggetto, il prezzo però che ne può conseguire, può essere la deumanizzazione della propria persona. Nel sogno successivo, quello dopo mesi di terapia, si può osservare che la bambina del sogno di inizio analisi incomincia a “sghiacciarsi” e ad uscire dal “freezer”, a “sentire”, e a confrontarsi con le proprie emozioni le quali, passano dalla condizione di essere state “cosificate” a quella di “e-motion”, quella del movimento e della trasformazione (il riferimento è ai cappotti appesi all’appendiabiti che a un certo punto iniziano a muoversi, ad animarsi, diventano persone sconosciute che vanno verso la bambina). Infine gli ultimi due sogni, dove nel primo si osserva la paziente alle prese con emozioni pericolosissime che la sballottano, la scuotono, (il leone che scuote la figlia tenendola tra le fauci) mentre nell’altro è alle prese con rifiuti di emozioni esplosive che sono trasportate di continuo da autotreni, cioè che sono state messe all’interno di un lavoro psichico di stoccaggio con funzione trasformativa. Attraverso i suoi sogni e le libere associazioni la paziente porta le sue proto-emozioni in analisi affinché si possano vivere, alfabetizzare, simboleggiare, trasformare, inserire in una rete di relazioni di senso e quindi contenere.

Nino Ferro (2009) nel corso di un seminario tenutosi a Pisa rispetto al tema dell’aggressività fa presente che: “…oltre a quote di aggressività in vari modi legata, c’è anche una quota che non è coniugata. Bion sostiene che la quota non coniugata è quella che poi potrà essere evacuata in malattie psicosomatiche, in allucinazioni o in comportamenti in assunto di base…”. Può essere interessante sapere che la donna di cui sopra, che oggi può iniziare a parlare di leoni, di rifiuti esplosivi, quindi di emozioni più intense e forti, ma non solo a parlare ma a farne sentire la loro presenza attraverso sedute animate da questi stati emotivi di cui prima non poteva fare parola perché silenti, chiese di iniziare una psicoanalisi dopo essere stata operata per un melanoma maligno che era già arrivato ad un certo stadio di patogenicità, come a voler, inconsciamente, controvertire la tendenza a depositare nel corpo quelle emozioni così esplosive. Le proto-emozioni esplosive – distruttive se non sono inserite all’interno di una catena trasformativa, quella ad esempio degli elementi beta trasformati in alfa dalla funzione alfa per dirla con Bion, possono prendere varie strade, anche la strada della concreta fisicità.

BIBLIOGRAFIA

Ferro A. (2007), Evitare le emozioni, vivere le emozioni. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Ferro A. (2009), Contenibilità ed incontenibilità delle emozioni”. Decostruzione e rinarrazione. In Valdimiro P. Pellicanò ( a cura di), Aggressività, trasformazione e contenimento. Roma: Edizioni Borla.

Ledoux J. (1997), Parallel memories: Putting emotions back into the brain. Talk with Joseph Ledoux. Intervista pubblicata su internet il 17.02.1997.

Grotstein J. (2004), Relazione presentata al Convegno tenutosi a Roma nel Settembre 2004 sul pensiero di Matte Blanco del Gruppo Internazionale di Bi-logica.

Ogden T. (1989), Misconoscimenti e paura di non sapere. In Il limite primigenio dell’esperienza. Roma: Casa editrice Astrolabio-Ubaldini editore, 1992.

Ogden T. (2009), Riscoprire la psicoanalisi. Pensare e Sognare, Imparare e Dimenticare. Milano: Cis Editore S.r.l.

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