di Alessandra Santangelo

Ogden (2022) in “Prendere vita nella stanza d’analisi” riserva un’attenzione particolare ad una domanda che Winnicott poneva spesso agli adolescenti: “Come vorresti essere da grande?” che, al di là del senso più comune che potremmo dargli, intende che tipo di persona desiderassero essere, in quali modi potessero o meno essere se stessi.
“Diventare grandi” richiede una forza di volontà e insieme un lavoro psicologico inconscio che può essere realizzato solo con l’aiuto di genitori che facilitino lo sviluppo psichico (Ogden, 2022) e in un ambiente adeguato; ma, molto spesso, questo processo è interrotto e causa il blocco del processo di soggettivazione in atto. In adolescenza spesso si sviluppano pensieri potenti, difficili da comprendere e contenere, che portano a stati di confusione e incertezza riguardo all’ambiente e a se stessi. I limiti che lo stesso adolescente sente di avere e contro cui combatte continuamente sono tanti e diversi: a volte generano paura e incertezza, a volte euforia, entusiasmo e anche soddisfazione nel liberarsi del ruolo e dell’identità di bambini per rivendicare il ruolo di adulti nella generazione “attuale”. Pertanto, parte integrante e imprescindibile della crescita, usando le stesse parole di Ogden, sono “la gamma completa di sentimenti e pensieri – l’angoscia e l’insicurezza così come la gioia e il senso di trionfo” (p. 16).
Ripenso a un mio paziente che vidi 3 anni fa: al primo incontro si presenta molto silenzioso, sulla porta saluta in modo quasi impercettibile il padre, che l’ha accompagnato, e restiamo soli. Una volta entrati in stanza mi presento, lui mi guarda sospettoso e mantiene poi lo sguardo sempre basso per tutto il corso dell’incontro. La postura è rigida, si accomoda sulla punta della sedia in un precario equilibrio e non parla. Risponde a monosillabi alle mie domande, non dà modo di iniziare una conversazione e per la maggior parte del tempo l’incontro trascorre nel silenzio a cui lui sembra abbandonarsi, e che per me è difficilissimo da sopportare. Trascorro i primi due mesi di terapia, con una cadenza di due incontri a settimana, sempre nel silenzio quasi totale mentre la mia frustrazione cresce e mentre cerco in ogni modo di proporre forme di comunicazione alternative (fogli bianchi, penne e matite, non solo per disegnare ma anche per scrivere).
Mi sento a disagio e, a tratti, anche molto annoiata. Mi chiedo cosa posso fare per smuovere la situazione e durante una supervisione mi viene fatta la domanda: “Scusi, ma lei si ascolta?” L’uso di queste parole di Etchegoyen – che si riferiscono ad un caso simile in cui E. stesso sottolineava che forse il paziente non parlava perché non sapeva, ma che il terapeuta avrebbe potuto ascoltarsi – mi suggerì di prestare più attenzione al mio sentire durante le sedute. Forse quello che il paziente non diceva, avrei potuto provare a comprenderlo da quello che io stessa provavo. Allora iniziai a chiedermi: forse il silenzio nasconde una paura? Aveva bisogno di potersi fidare? Poteva sentirsi giudicato e, pertanto, a disagio per questo? O frustrato dal fatto che sarei stata l’ennesimo adulto che non l’avrebbe capito? Mi ricordai che durante il primo colloquio con i genitori, le parole che più erano state ripetute dalla madre, oltre alla paura per un eventuale gesto estremo, erano che suo figlio fosse un bugiardo e che era stato “abbandonato” dalla sua precedente terapeuta, che insisteva nel fargli fare disegni e nel trattarlo da bambino. Mi domando se forse non percepisca da me lo stesso trattamento e all’incontro successivo faccio sparire i fogli con le matite dalla scrivania davanti a lui, ma li lascio comunque a disposizione al lato della stessa, senza però farne più parola. Ipotizzo che forse il suo non parlare non sia solo la paura di non essere compreso, ma anche la paura di non essere creduta e quindi che sia lui in attesa di avere prove per potersi fidare, non io di doverle ottenere. In
seduta noto che spazia con lo sguardo sulla scrivania cercando forse i fogli che prima aveva a disposizione, e approfitto per chiedere a cosa sta pensando, ma anche in quest’occasione mi risponde “Niente”. Quel niente mi fa accasciare sulla sedia, sconsolata. Dopo qualche minuto di silenzio al quale piano piano mi sto abbandonando, noto che dal pavimento alza spesso gli occhi al computer sulla mia scrivania, quasi a fissarlo timidamente, per poi riabbassare velocemente lo sguardo. In quel momento mi viene in mente che una delle sue passioni, oltre ai manga, sono i videogiochi. E d’istinto, più veloce del mio pensiero, è la mia bocca quando dico: “Vuoi giocare?” Consapevole del rischio che avrei potuto correre mettendo qualcosa in campo che “non veniva dal paziente”, istintivamente mi pento ma noto nel suo sguardo la sorpresa: mi guarda, forse per la prima volta, con gli occhi spalancati e fissi su di me e mi dice: “Davvero posso?”.
La capacità del terapeuta di adattarsi alle esigenze della relazione spesso genera risposte che, seppur spontanee e dipendenti dall’ hic et nunc della seduta, prendono la forma dell’azione. Tale azione assume le caratteristiche del giocare. Il gioco, in forma di azione condivisa, appartiene ad un particolare momento della terapia e permette di far svolgere nel setting le battaglie, a volte terribili, che il paziente compie dentro di sé: spesso questi vissuti sono percepiti disorganizzanti ma in realtà, il paziente fronteggia una situazione traumatica che distanzia contenuti verbali ed emotivi. Al fine di generare un processo trasformativo e un’esperienza di unisono che porta ad un ampliamento della coscienza, il terapeuta è chiamato quanto più è possibile ad essere coerente, sincero, empatico, sintonico e capace di accogliere le caratteristiche, anche comunicative, del paziente per poter trovare un modo di recuperare le capacità di riflessione e riattivare l’abilità immaginativa e intuitiva (Bonfiglio, B., 2024), considerando che potrebbe essere necessario l’utilizzo spontaneo di metodi meno consueti, soprattutto se il paziente di cui stiamo parlando è un adolescente, per avviare una rianimazione del campo.
Ogden (2022) sottolinea come Winnicott in “Comunicare e non comunicare: studio su alcuni opposti” si prefigga il compito di trovare un modo di dirigersi verso l’inesprimibile, per comunicare qualcosa che appartiene all’essere e che è strettamente personale per ognuno di noi. Aggiunge poi, di aver scoperto, con sua “grande sorpresa”, che il paziente afferma il diritto di “NON COMUNICARE” (ben diverso dall’essere muto) nascondendo, però, la “fantasia dell’essere trovato”. Ho trovato sorprendente questo passaggio di Winnicott e mi rendo conto che per molto tempo, infatti, abbiamo giocato ad “un gioco raffinato di nascondino in cui è una gioia nascondersi ma è un disastro non essere trovati” (Winnicott, 1963).
Il paziente voleva essere trovato, voleva essere compreso in tutto il suo dolore, voleva essere riconosciuto ma non esposto. Il termine si riferisce proprio alla necessità di preservare quel sacro nucleo “incomunicato” di noi stessi che fa parte dei nostri bisogni fondamentali e che permette al bambino di non perdere il senso di Sé quando si trova in “un ambiente che gli permette di esistere in isolamento tranquillo” (Winnicott, 1963).
Le nostre sedute sono diventate scenario di mondi paralleli in cui il paziente si rifugiava per sfuggire alle angosce, alla rabbia e alle paure adolescenziali inesprimibili a parole, ma che piano piano hanno offerto il terreno per arrivare, con l’avanzare della consapevolezza e della maturità, a spostarci su un piano sempre più reale.
Nella stanza, la tipologia di comunicazione che si sceglie trascende la soggettività dei singoli ma prende vita nella dimensione intersoggettiva della coppia analitica (D’Agostino, G., 2024). La comunicazione extra-ordinaria può avvenire perché il setting delinea uno spazio e un tempo in cui
le aspettative della realtà quotidiana sono sospese (Green, 1974 da D’Agostino, 2024) e sottolinea un momento “speciale” del lavoro analitico che, oltre ogni aspettativa tecnica e concreta, ci porta ad una meta comunicazione che non ci sarebbe altrimenti e che, comunque, accade in un tempo opportuno e limitato. Questa condizione, secondo Winnicott (1958) permette al soggetto di poter generare, grazie alla presenza dell’altro, significati soggettivi, ossia di farsi creatore del proprio mondo, senza essere semplicemente un riflesso reattivo dell’esteriorità. È una tale esperienza che permette al soggetto di “stare da solo” e di “non comunicare” pur restando in relazione con l’altro. In questa esperienza di holding c’è posto per un pensiero che, abbandonate le descrizioni e le connessioni logiche, si perde nel piacere di dare una forma linguistica nuova all’esperienza condivisa.
Come sottolinea ancora D’Agostino, nello spazio potenziale della seduta analista e analizzando hanno trovato e creato un simbolo che prima non c’era: un contenuto psichico che tiene insieme elementi che avevano bisogno di unirsi. Chiederci come si sia arrivati a questo non ha senso (“Sono io che ho pensato questo o è stato lui?” (Winnicott, 1953)) perché il playing e i suoi simboli non appartengono né all’analista né all’analizzando, ma si collocano in quello spazio intersoggettivo comune che Ogden (1994) ha chiamato il terzo analitico, in cui le parole dei soggetti non provengono dalle singole soggettività ma dai fenomeni che si generano, dalla cittadinanza “incerta e transitoria”, capaci di generare simboli e che permettono ai soggetti di lasciarsi attraversare dalla creatività dell’inconscio (Civitarese, 2021).
Ma quando ci si inizia a spostare sul piano sempre più concreto, si esce fuori dalla bolla protettiva del virtuale in cui tutto è possibile e si fanno i conti con gli agiti: dopo circa un anno di terapia il paziente, che sta vivendo un momento delicato, inscena una fuga lasciando la finestra aperta della sua stanza e uscendo da essa in piena notte, in modo che una volta rientrata la madre dal lavoro, non trovasse nessuno e non potesse sapere che fine avesse fatto. L’episodio, che turbò notevolmente la famiglia, segnò l’inizio di un processo in cui il paziente vide concretamente il dolore prendere forma, che adesso non era solo suo. Adesso era di tutti e forse, intorno a lui, tutti si muovevano per la prima volta per dargli aiuto.
Questo episodio, che allora per me rappresentò un inspiegabile punto di rottura e mi inondò di angoscia, oggi potrei meglio definirlo come un punto di svolta e cambiamento positivo: lui si era completamente frammentato nel momento in cui è stato toccato il suo dolore, ma il gesto ha segnato l’inizio della reintegrazione e del processo di soggettivazione che procede con una consapevolezza sempre maggiore. Ora, in quel gioco di nascondino raffinato a volte lascia intravedere una traccia di dove sta andando, di dove vuole essere seguito, di essere sicuro che non sarà un disastro poi “essere trovato” e non lo fa tramite il computer, che ha ormai abbandonato da tempo, lo fa tramite la sua ritrovata comunicazione e la realizzazione di una storia di quello che sarà il suo futuro videogioco in cui racchiude le sue paure, le sue emozioni, le sue speranze e i suoi sogni.
Oggi la mia scelta di aver assecondato il paziente nel gioco, ha permesso a me terapeuta di mettermi in gioco e sperimentarmi, seppur con l’idea che “in quel videogioco” noi siamo ancora immersi e che ci vorrà del tempo perché possiamo dirigerci su un piano di realtà tale che possa permettere di viverci come soggetti, senza arrivare a conseguenze estreme.
Il mio scritto vuole testimoniare, con fini assolutamente comunicativi, che l’obiettivo è sempre quello di portare il paziente da uno stato in cui non è in grado di farsi delle domande ad uno stato in cui lo è, sostando nel dubbio e nell’incertezza, affidandosi al transfert, al contro-transfert e
sospendendo, se necessario, la frenesia di voler dare interpretazioni anche quando la nostra impazienza o la nostra teoria di riferimento ce lo suggeriscono, altrimenti saremmo troppo rigidi su “come fare terapia” piuttosto che sulle sensazioni che ci portano ad “essere in terapia”. Diventare terapeuti comporta lo sviluppo di “uno stile” che è unicamente proprio e diverso, non soltanto per ogni paziente, ma anche dal momento della terapia nel quale ci troviamo con il medesimo paziente.
BIBLIOGRAFIA
Civitarese, G., Intersubjectivity and Analytic Field Theory, J. Am. Psychoanal. Ass., 69, 853-893, 2021
D’Agostino, G., Playing e linguaggio nel setting analitico, in Ciclo dei seminari La clinica psicoanalitica – “Ambiente e identificazione: alle radici del processo di soggettivazione”, 6 Aprile 2024
Green, A., L’analista, la simbolizzazione e l’assenza del setting analitico. In Psicoanalisi degli Stati Limite, Cortina Editore, 1991
Ogden, T. H., The analytic third-working with intersubjective clinical facts, Int J. Psychoanal., 75, 3-20, 1994
Ogden, T.H., Prendere vita nella stanza d’analisi, Raffaello Cortina Editore, 2022
Winnicott, D. W., Transitional object and transitional Phenomena. International Journal of Psychoanalysis, 34, 89-97, 1953
Winnicott, D. W., La capacità di essere solo. In Sviluppo affettivo e ambiente, Armando editore, 1958
Winnicott, D. W., Comunicare e non comunicare: studio su alcuni opposti, 1963. In Caldwell, L., Joyce, A., Leggere Winnicott, Franco Angeli Editore, 2014